L’Iran che verrà dopo il voto

Il mandato del presidente Hassan Rouhani esce rafforzato dal voto del 26 febbraio. L’intervista al direttore dell’Institute for Global studies

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Isfahan, Iran – Credits: ©

Rocco Bellantone

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Per Lookout news

Hassan Rouhani è stato il vincitore indiscusso delle elezioni iraniane del 26 febbraio, valide per il rinnovo del Majles (il parlamento monocamerale) e per la nomina degli 88 membri dell’Assemblea degli Esperti, organismo decisionale chiave del Paese poiché elegge la Guida suprema. Il presidente ha dato dimostrazione di grande pragmatismo, scavalcando le divisioni ideologiche che animano lo scenario politico iraniano e canalizzando sulla sua figura il voto non solo delle liste dell’area moderata e riformista ma anche di larga parte dei conservatori.

Lookout News ha fatto il punto sull’esito di queste elezioni, e sugli scenari che si aprono per il governo iraniano, con Nicola Pedde, direttore dell’Institute for Global studies.

 

Quali sono i nuovi equilibri politici nel parlamento iraniano dopo queste elezioni?
La composizione completa del nuovo parlamento la conosceremo a fine aprile dopo il ballottaggio per gli ultimi seggi che non sono ancora stati assegnati. La fisionomia del nuovo Majles, ancor prima che dall’esito di questo voto, dipende dalle bocciature di migliaia di candidati, in buona parte riformisti ma non solo, decise dal Consiglio dei Guardiani (l’organismo che ha il compito di valutare il profilo religioso e politico dei candidati, ndr). Inoltre, nella lettura delle elezioni iraniane va tenuto conto del fatto che non esistono partiti per come li intendiamo in Occidente. In Iran l’elemento determinante riguarda la forza delle personalità che scendono in campo. È attorno ai candidati che si organizzano movimenti politici e a correre non sono partiti ma liste all’interno delle quali confluiscono figure diverse che però condividono la stessa opinione su determinate tematiche, come ad esempio le scelte economiche o, in quest’ultima tornata, il sostegno all’accordo sul nucleare.

Quale area politica esce maggiormente rafforzata da questo voto?
Rouhani è stato appoggiato in modo particolare da una lista in cui c’è un’alleanza tra riformisti da una parte e conservatori pragmatici e principalisti dall’altra. Ad avere un ruolo determinante sono stati in particolare i principalisti, una formazione conservatrice di centro-destra che si identifica con i valori fondanti della Repubblica Islamica e della Rivoluzione e che, oltre a centristi, ha al suo interno anche figure nazionaliste, tradizionaliste e ultraconservatrici.

Nell’analizzare la vittoria di Rouhani i media occidentali hanno fatto principalmente due errori. Il primo è aver parlato di Rouhani come di un riformista in quanto nemico degli ultraconservatori. In realtà il presidente è un pragmatico con simpatie per i riformisti Nicola Pedde, direttore dell’Institute for Global studies

Perché allora i media occidentali hanno parlato inizialmente di vittoria dei riformisti?
Nell’analizzare la vittoria di Rouhani i media occidentali hanno fatto principalmente due errori. Il primo è aver parlato di Rouhani come di un riformista in quanto nemico degli ultraconservatori. In realtà il presidente è un pragmatico con simpatie per i riformisti. Lo stesso errore fu fatto nel 2009 con Mir-Hossein Mousavi il quale, per il solo fatto di aver sfidato un ultraconservatore come Mahmud Ahmadinejad, fu etichettato come un riformista. I riformisti puri hanno preso in totale circa il 30% dei seggi parlamentari e in generale la loro area politica è in fase calante da anni.

 

L’altro errore?
Erroneamente, nel conteggio dei voti fatto dai media occidentali sono stati inglobati nell’area riformista i seggi conquistati invece dai conservatori principalisti, che sostengono il governo di Rouhani e che hanno ottenuto un ottimo risultato sia per le legislative che per l’elezione dell’Assemblea degli Esperti.

 

Come ha fatto Rouhani a raccogliere attorno a sé forze politiche così diverse tra loro?
Rouhani ha saputo incanalare sulla sua figura la dispersione di voti che si era creata soprattutto nell’area centrista. Ha ottenuto l’appoggio di tutte le forze moderate e le ha portate in direzione di un progetto comune. Il risultato di questo voto rafforza la sua linea politica contraria alla chiusura del Paese nei rapporti con l’Occidente voluta dal suo predecessore Ahmadinejad. Rouhani è stato invece scelto per aprire l’Iran ai mercati esteri, riavviare lo sviluppo economico e normalizzazione i rapporti con la comunità internazionale. Rouhani incarna una trasformazione in senso modernista e riformista del Paese che viene condivisa anche all’interno dell’area conservatrice. Il suo non è un mandato ideologico ma basato sui risultati che otterrà il suo governo.

 

Quali sono state le novità più significative che hanno riguardato l’elezione dei membri dell’Assemblea degli Esperti?
La più grande concentrazione di voti è andata anche in questo caso all’area dei conservatori principalisti che hanno indicato una linea favorevole esclusivamente a candidati moderati, quindi lo stesso Rouhani e Akbar Hashemi Rafsanjani (uno degli storici leader della rivoluzione del 1979, ndr) che andrà a guidare l’Assemblea. Il risultato eclatante è che sono stati esclusi gli ultraradicali, come Mohammad Taghi Mesbah Yazdi, il mentore ideologico di Ahmadinejad. Questo è un messaggio molto forte che le urne mandano all’area ultraconservatrice, salvatasi solo perché il Consiglio dei Guardiani ha bocciato le candidature di molti riformisti.

 

Tra i candidati eccellenti esclusi ha fatto notizia Hassan Khomeini, nipote dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini. Qual è la verità su questo caso?
In base al regolamento vigente, gli esponenti del clero iraniano riconosciuti come degli esperti in diritto e religione islamica, non hanno bisogno di sottoporre la loro candidatura al giudizio del Consiglio dei Guardiani. Quelli di rango più basso, invece, devono sottoporsi a un esame. Hassan Khomeini fa parte di questo rango più basso e ha preteso che la sua candidatura fosse ammessa per il nome che porta. Non presentandosi alla prova prevista per l’ammissione è stato automaticamente escluso. È anche vero che c’è chi tra gli ultraconservatori ha cercato di osteggiarlo perché era considerato inaccettabile che un nipote dell’Ayatollah Khomeini si candidasse con i principalisti.

La nuova Assemblea degli Esperti presto potrebbe essere chiamata a nominare la nuova Guida suprema. Sono fondate le voci sulle precarie condizioni di salute del dell’Ayatollah Ali Khamenei?
È da trent’anni che sentiamo parlare delle precarie condizioni di salute di Khamenei. Al di là del tumore alla prostata di cui ha sofferto, ciò che è certo è che sta iniziando ad avere una certa età, motivo per cui nell’arco dei prossimi otto anni (durata del mandato dell’Assemblea degli Esperti, ndr) potrebbe arrivare il momento in cui dovrà essere sostituito. Non dimentichiamoci che trent’anni fa è scampato a un’esplosione che uccise buona parte dell’establishment iraniano dell’epoca e da allora ha una mano paralizzata.

 

Che rapporto c’è tra la Guida suprema e il presidente Rouhani?
C’è una mitologia sul ruolo della Guida suprema in Iran, si dice che rappresenti il potere unico e assoluto dello Stato iraniano. Ma è una lettura totalmente occidentale. Anzitutto va detto che Khamenei non è un radicale, tant’è che all’epoca della Rivoluzione si oppose all’occupazione dell’ambasciata americana. È stato eletto dopo Khomeini con un preciso mandato, vale a dire quello di essere un moderatore della politica e un bilanciatore dei poteri. Adesso sta sostenendo il governo di Rouhani, pur non condividendo alcune delle sue idee compresa la scelta di puntare al raggiungimento dell’accordo sul programma nucleare iraniano. Khamenei non si fida degli interlocutori dell’Iran, dunque degli Stati Uniti, ma non ha mai smesso di appoggiare Rouhani e di difenderlo dagli degli ultraradicali. E adesso continuerà a farlo.

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