Chiara Degl'Innocenti

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I ritratti tanto attesi di Michelle e Barack Obama sono arrivati alla National Portrait Gallery dello Smithsonian di Washington (dal 13 febbraio visibili al pubblico). Perché come per ogni presidente degli Stati Uniti e consorte anche quella che è stata (e resta) una delle coppie più amate dal mondo non poteva mancare.

Ma c’è di più. Non solo gli Obamas sono la prima coppia presidenziale afroamericana a entrare a far parte della collezione, ma gli artisti da loro selezionati, tra oltre due dozzine di pittori, danno un valore aggiunto a quella scelta, un significato preciso che va al di là della bellezza e dell’apprezzamento delle opere in senso stretto. L’intento di questi ritratti era quello di riuscire a richiamare l’attenzione e far sollevare domande sulla razza, il genere, le politiche sull’identità, il potere. E ci sono riusciti.  

Chi sono gli artisti scelti

Due sono gli artisti: il primo è l’audace Kehinde Wiley, un pittore di Los Angeles di 40 anni che si è fatto notare in questi anni per aver portato alla ribalta una sorta di rinascimento afroamericano che affonda le sue radici nel Barocco e nel Rococò. Come in una cornice bucolica, i personaggi sono infatti ritratti tra i fiori, per strada con caratteristiche che rimandano alla cultura afro contemporanea fino al mondo nero dell’hip-hop.

La seconda artista è Amy Sherald, 43 anni, ovvero la prima la prima donna nella storia a ricoprire questo ruolo per un presidente. Ben meno impegnativo del curriculum del collega, quello della Sherald, una artista di Baltimora, si basa su ritratti di gente comune, nera, invisibile ai più, poco ritratta ma non per questo meno importante per la società.

Ora che i quadri degli Obama andranno a far compagnia ai loro 43 predecessori presidenti e mogli si può fare anche un’altra analisi. Come si sostiene sul New York Times non ci vuole una grande conoscenza del #BlackLivesMatter e consapevolezza del risveglio della lotta dei neri per riuscire a vedere il significato che questa nuova coppia di opere porta all'interno della storia nazionale raccontata dalla Portrait Gallery.

Alcuni dei primi presidenti rappresentati e qui collezionati sono George Washington e Thomas Jefferson, ovvero degli schiavisti. I bisnonni della signora Obama erano invece degli schiavi. I quadri di Barack e Michelle sono dunque la prova della lunga strada percorsa dalle battaglie sui diritti civili del Black Power. Un punto fermo nella storia degli Stati Uniti, nel mondo.

Per questo i ritratti degli Obama non sono semplicemente appesi nel contesto istituzionale del National Portrait Gallery dello Smithsonian, ma nonostante abbiano un tono di semplice decoro in mezzo agli altri "Presidenti americani e consorti", troneggiano distinguendosi tra gli altri. Insegnando e testimoniando un’apertura anche se non sono riusciti a sanare le tensioni razziali in America.

L'iconografia

Obama è ritratto in mezzo a un fondo di foglie e fiori, tra cui il crisantemo, simbolo ufficiale della sua città, Chicago, e il gelsomino per ricordare Hawaii dove ha passato la sua giovinezza, e il giglio blu, tipico del Kenya, la terra di origine. Mentre i predecessori di Obama sono privi di espressione e composti, l’ex presidente siede proteso in avanti, accigliato, i gomiti sulle ginocchia, le braccia incrociate, come se ascoltasse attentamente. Niente sorrisi, nessuna espressione da “bravo ragazzo”. Sta ancora risolvendo i problemi, è ancora nel gioco.

Mentre il ritratto di Michelle mostra la sua figura in bianco e nero su uno sfondo azzurro, un colore con ambigue associazioni razziali che riduce il corpo alle forme geometriche che si stagliano contro i campi monocolore. Qualche nota di colore, come il rosso, il rosa e il giallo del lungo vestito che la ex first lady indossa, vivacizzano il quadro come lampi di luce. Il ritratto di Obama sarà esposto permanentemente nell'America's Presidents Gallery, invece quello della First Lady sarà collocato in un altro museo.

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