Libia, Siria, Iraq. L’ISIS si espande grazie alla disintegrazione degli eserciti

Tre scenari diversi eppure accomunati da un medesimo problema. La carenza di motivazioni e stipendi per le truppe che devono combattere gli jihadisti

Iraqi forces see slow progress in key offensive against Islamic State

Soldati dell'esercito iracheno a sud di Tikrit – Credits: Soldati dell'esercito iracheno a sud di Tikrit

Luciano Tirinnanzi

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Per Lookout news

L’ISIS, l’ormai noto Stato Islamico, ha appena festeggiato un anno di Califfato con una parata lungo le strade della capitale Mosul, un tempo la seconda città dell’Iraq. Tra il 6 e il 9 giugno scorso, infatti, le milizie sunnite armate fino ai denti entravano nel centro cittadino, costringendo l’esercito e la polizia locali ad attraversare il Tigri e fuggire disordinatamente. Con la presa di Mosul iniziava la costruzione del sogno (o incubo, a seconda della prospettiva) jihadista, che vorrebbe fare dei territori a maggioranza sunnita un unico grande Stato Islamico sotto le rigide regole della Sharia, e che con la sua “guerra santa” ha sconvolto intere regioni. Il resto è storia.

Così, questa settimana i gerarchi del nuovo regime sharaitico hanno ordinato agli abitanti di Mosul di esporre bandiere e festoni per celebrare l’evento. Lo stesso Califfo Abu Bakr Al Baghdadi era atteso per un discorso, che dovrebbe aver tenuto di fronte al “suo” popolo, assoggettato dalla scorsa estate.

Gli americani usano spesso l’espressione “resilient” per definire le forze dello Stato Islamico. In italiano, si definisce resiliente un materiale capace di resistere agli urti senza spezzarsi. Un po’ come i jihadisti di Al Baghdadi che - nonostante i 9 milioni di dollari al giorno che il Pentagono spende riversando bombe su bombe sopra i territori controllati dal Califfo (sinora sono già stati spesi oltre 2,7 miliardi) - muoiono a centinaia ma restano fermi nelle loro posizioni.

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Gli Stati Uniti e il governo iracheno alleato avevano promesso di avviare entro la primavera la controffensiva per riprendere Mosul, ma tra poco più di una settimana la primavera avrà ceduto il posto all’estate e lo Stato Islamico è ben lontano dall’essere sconfitto, anzi. Mentre a Mosul si fa festa, anche l’importante città di Ramadi è caduta e Baghdad non sembra più così lontana.

La battaglia per la Siria e l’esercito sconfitto di Assad
Questo per quanto attiene al solo Iraq. Mentre in Siria la situazione è ancora più favorevole per lo Stato Islamico. L’esercito regolare di Bashar Al Assad, infatti, è ormai l’ombra di se stesso e non ha più la capacità di resistere alle molteplici forze anti-governative che avanzano da ogni lato, prefigurando un futuro in cui la Siria cadrà definitivamente sotto le bandiere della jihad.

 Dei 320mila soldati regolari schierati dal regime dall’inizio del conflitto, oggi ne restano circa 75mila, secondo fonti ufficiali. Dal numero iniziale, infatti, vanno sottratti i molti caduti sul campo, qualche migliaio di disertori e almeno altri 3mila che si sono uniti a questa o quella fazione che lotta contro Assad. Se non fosse per gli iraniani, Damasco sarebbe probabilmente già sotto assedio.

 Il generale Suleimani, comandante delle forze Al Quds, ovvero l’élite militare iraniana (che di fatto gestisce per conto degli sciiti le operazioni tanto sul fronte iracheno quanto su quello siriano), ha organizzato ponti aerei per paracadutare all’aeroporto internazionale di Damasco truppe di volontari, per lo più iracheni, pakistani e afghani, allo scopo di rinfoltire le prime linee. Così come ha allestito campi di addestramento a sud-est di Damasco, per formare le nuove leve. Sinora, però, gli sforzi sono stati vani né le milizie sciite di Hezbollah hanno dato miglior prova, se non come intelligence sul campo.

 

La questione delle forze armate: milizie o esercito?
Suleimani oggi siede per conto di Teheran nell’Alto Consiglio di guerra siriano, ma la sua presenza non è affatto gradita dagli alti comandi siriani. Insomma, mentre il fronte jihadista lotta compatto in ragione dell’obiettivo (nonostante i vari gruppi anti-Assad condividano poco o nulla delle prospettive circa il futuro della Siria), il governo e i militari siriani sono divisi, livorosi e indecisi sul ruolo da affidare alle milizie irregolari. Stesso discorso vale per l’Iraq, dove il premier Al Abadi teme che affidare oggi le sorti della guerra a paramilitari e alle brigate di clan locali, produrrà effetti devastanti domani.

 Di questo non sembrano curarsene troppo gli americani. Del resto, Tikrit è stata espugnata proprio grazie alle milizie irregolari e l’invio di nuovi addestratori a stelle e strisce (altri 500, che si aggiungono agli oltre mille soldati USA già presenti in Iraq) indica che il Pentagono va proprio in questa direzione.

 Così come gli iraniani in Siria, in Iraq gli USA stanno dunque per ripetere lo stesso errore che è stato fatale già altre volte in passato. Armare gruppi locali e popolazioni d’insorti per raggiungere un obiettivo a breve termine potrebbe portare al caos in futuro, dato che formare combattenti non equivale a costruire un esercito. Vedi l’Afghanistan. La storia insegna che quegli stessi guerriglieri che oggi Washington sta addestrando e armando, domani saranno i primi a rivoltarsi contro l’occupante. Ma tant’è.

 Questa strategia difficilmente aiuterà la Siria e l’Iraq a tornare quello che erano prima e il rischio di uno smembramento definitivo di questi due Paesi è già una realtà, anche se in evoluzione.

 

ISIS avanza anche in Libia
Un altro campanello d’allarme viene infine dalle coste mediterranee. In Libia rischia, infatti, di ripetersi lo stesso schema siriano, con due fazioni che si combattono e lo Stato Islamico che s’insinua tra i contendenti. Forte dell’adagio “tra i due litiganti, il terzo…” l’ISIS si espande ancora, consolidandosi a Sirte, Derna e portando attacchi tanto a Bengasi quanto nei dintorni di Misurata.

 Mentre è stato rifiutato dal governo di Tobruk il piano di pace che l’ONU e il suo inviato Bernardino Leon hanno proposto in Marocco. Il piano di pace oltre a prevedere una tregua e un disarmo dei combattenti, pone le basi per la formazione di un nuovo Consiglio parlamentare di 120 membri e di un esercito regolare in cui dovranno confluire le milizie. Sarà un quadrumvirato, di cui è posto a capo il presidente del Consiglio, a sovrintendere al controllo delle forze armate.

 Questo è un passaggio fondamentale per il futuro della Libia e si riallaccia direttamente anche al caso delle milizie volontarie in Siria e in Iraq. Uno Stato fallito o nelle condizioni in cui versano Libia, Siria e Iraq, si controlla solo con le forze armate. Ma gli eserciti di questi tre Paesi sono in rotta, scarsamente preparati e ancor meno motivati, visto che i rispettivi governi sono al verde.

 Lo Stato Islamico probabilmente non avrebbe mai espugnato città e controllato regioni intere, come invece sta avvenendo. Questo vale per Ramadi, Palmira e anche per Sirte. A Sirte gli uomini del Califfato erano nettamente inferiori per numero, ma hanno comunque messo in fuga la potente Brigata 166 di Misurata. La Brigata 166 si è ritirata non per mancanza di coraggio e uomini, ma perché non è stato pagato loro lo stipendio. Da questo episodio, all’apparenza di poco conto, passa invece il futuro di questi Paesi in guerra. Perché è chi fa la guerra che la qualifica.

 Se a farla saranno milizie raccogliticce e guidate da interessi locali, il rischio è di ritrovarsi poi di fronte a una balcanizzazione di questi territori. Ma se a combattere saranno truppe senza motivazioni, religiose o economiche che siano, sarà ancora peggio e lo Stato Islamico non potrà che continuare a proliferare.

 

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