Esteri

Libia, perché Al Qaeda minaccia direttamente l’Italia

Vuole mantenere il caos nel paese per proseguire i suoi traffici illeciti. Il ruolo del generale Paolo Serra nel garantire la sicurezza a Tripoli

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Luciano Tirinnanzi

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"L'Italia romana ha occupato Tripoli e se ne pentirà”.

La branca di Al Qaeda del Maghreb Islamico (AQMI o AQIM) torna a farsi sentire e a minacciare il nostro paese con un lungo e prolisso proclama video (23 minuti circa) nel quale l’algerino Abu Ubaydah Yusuf Al Anabi - uno dei vertici dell’organizzazione jihadista e a capo dei media del gruppo, già inserito nelle fila dei terroristi dal Dipartimento di Stato americano - lancia un avvertimento ai militari italiani, in ragione del maggiore sforzo che le nostre forze di sicurezza stanno approntando in Libia.

“Vi morderete le mani pentendovi di essere entrati nella terra di Omar al-Mukhtar (il guerrigliero che guidò la resistenza all'occupazione coloniale italiana, ndr) e ne uscirete umiliati e sottomessi, con il permesso di Dio" dice a favore di telecamera Al Anabi.

Che poi aggiunge un avvertimento diretto al “generale italiano a capo di un governo fantoccio di cui fa parte gente della nostra razza che ha venduto la propria religione”.

Il "governo di unità nazionale"
Il governo fantoccio cui si riferisce il terrorista è, come noto, quello scaturito dagli accordi marocchini di Skhirat tra i governi belligeranti di Tobruk e di Tripoli, che dovrebbe prendere forma a fine gennaio sotto gli auspici delle Nazioni Unite e che sarà guidato da Faiez Serraj sotto la formula “governo di unità nazionale”.

Il 23 dicembre, infatti, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha approvato all’unanimità la Risoluzione 2259 sul futuro politico della Libia.

Quel testo dà legittimità all’accordo politico firmato il 17 dicembre in Marocco e concede 30 giorni per la formazione di un governo unitario composto da un primo ministro designato, appunto Serraj, tre vice premier e un consiglio presidenziale di 16 membri. Secondo il documento approvato, Tripoli resta capitale.

Le minacce al generale Serra
Chi sia il generale cui si riferisce Al Anabi è invece con ogni evidenza il generale di corpo d’armata Paolo Serra, il consigliere militare delle Nazioni Unite, che in queste settimane ha lavorato per costruire una cornice di sicurezza nella capitale Tripoli e che sovrintende alle operazioni, affiancate dai diplomatici internazionali, che condurranno al varo del nuovo governo libico.

Dopo la missione UNIFIL in Libano, Serra è stato Consigliere Militare del Rappresentante Permanente italiano alle Nazioni Unite a New York.

Torinese di 59 anni, oggi il generale affianca in qualità di consigliere militare il tedesco Martin Kobler, che ha sostituito il fallimentare mandato dello spagnolo Bernardino Leon, conclusosi tra le polemiche per aver accettato un lavoro ben retribuito negli Emirati Arabi Uniti nello stesso periodo in cui negoziava per conto dell’ONU in Libia un accordo per il governo di unità nazionale.

Le intimidazioni
L’intimidazione qaedista giunge nel momento fatidico in cui effettivamente parte il complesso e fragile iter per ricongiungere il paese e scongiurare una prosecuzione della guerra che, a questo punto, comporterebbe la definitiva spaccatura della Libia.

Tuttavia, secondo il portavoce di AQMI Al Anabi, il popolo libico “non accetterà i risultati delle vostre conferenze e non tacerà di fronte ai vostri complotti. Se volete mettere le mani sulla nostra gente e le nostre risorse, dovrete passare sui nostri resti, poiché noi siamo un popolo che non si arrende, o vinciamo o moriamo”.

Non sottovalutare la minaccia
È un campanello d’allarme da non sottovalutare quello di AQMI che, in concorrenza con lo Stato Islamico - già protagonista di azioni dimostrative e ormai penetrato a Sirte con le proprie agguerrite milizie - domina i molteplici traffici che si svolgono alla luce del sole in questa terra di nessuno.

Obiettivo dei jihadisti, infatti, è mantenere lo status quo nella regione, un caos grazie al quale i traffici illeciti possono continuare a proliferare e i terroristi-trafficanti possono proseguire a gestirli impunemente.

Un esempio concreto di intimidazioni è l’episodio avvenuto nella notte di lunedì 11 gennaio, quando uomini armati non meglio identificati hanno attaccato il Mellitah Oil and Gas Complex nell’ovest della Libia, terminal energetico che l’italiana ENI condivide con la società nazionale del petrolio, la libica NOC, con raffiche di mitra sparate da un pick up in direzione dei cancelli d’ingresso all’impianto.

Chi è AQMI
La presenza del gruppo nell’intero Maghreb è pluriennale. AQMI, Al Qaeda nel Maghreb Islamico, affonda le proprie radici nella guerra civile algerina dei primi anni Novanta, per poi evolversi in una sorta di “internazionale islamista” che nel tempo genererà altri gruppi di fuoco come Ansar Al Sharia. La sua presenza va dal Marocco alla Tunisia, dalla Mauritania al Mali, dalla Libia fino quasi all’Egitto e le sue azioni terroristiche abbracciano tutta la regione del Sahel.

Il gruppo è ufficialmente emerso all’inizio del 2007, dopo che il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (GSPC), si è allineato alla rete internazionale di Osama Bin Laden. Ma si è poi diviso in vari rivoli e uno dei suoi più feroci leader, il famigerato signore della guerra Mokhtar Belmokhtar, ha lasciato il gruppo in polemica con la gestione economica delle risorse di AQMI.

La formazione islamista è, infatti, una delle più ricche e meglio armate della galassia jihadista africana: il suo potere nell’area è garantito dai proventi che le derivano dai rapimenti di occidentali, dal commercio di droga e dall’ingente traffico di sigarette in tutto il Sahara.

AQMI si compone di membri provenienti da Mauritania, Marocco, Niger e Senegal, così come all'interno del Mali, dove il gruppo si è reso protagonista della guerra divampata dopo il golpe del 2012 e che ha impegnato sul campo anche le truppe francesi. Guerra che, ad oggi, non può dirsi del tutto conclusa, poiché blitz e imboscate proseguono nonostante la liberazione di città chiave come Bamako e Gao, resa possibile grazie all’intervento militare a guida francese.

Il gruppo oggi è stimato tra i 600 e 800 combattenti, guidati dall’algerino Abdelmalek Droukdel (nome di battaglia Abou Mossab Abdelwadoud, esperto di bombe). Ciò nonostante, il governo francese ha riferito di aver ucciso Droukdel nel 2013 e che, pertanto, il nuovo leader si ritiene sia Djamel Okacha, a sua volta algerino.

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