Esteri

Libia, perché l'Italia non deve sottovalutare le minacce di Haftar

La missione delle nostre navi è all'insegna dell'opacità e Francia e Egitto sostengono il generale di Tobruk

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Alessandro Turci

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La minaccia che riguarda le navi italiane appena giunte in Libia (una per ora, la “Comandante Borsini”) è reale?

Partiamo col dire che in queste ore la Libia ci appare come un caleidoscopio capace di riassumere la storia recente del Mediterraneo e delle sue principali criticità.

L’intervista di Giorgio Napolitano a Repubblica ricostruisce le ore drammatiche in cui l’Italia decise di aderire all’intervento contro Gheddafi nel 2011 (riconoscendo al solo Silvio Berlusconi la contrarietà all’azione militare).

Nel frattempo è entrato in vigore il codice delle ONG, facendo le prime “vittime” (vedi Iuventa), e ha avuto inizio la missione navale italiana.

La minaccia – che le nostre autorità per ora non considerano credibile – verrebbe dall’esercito del generale Khalifa Haftar, l’uomo forte di Tobruk.

Il ruolo di Serraj

Un bluff? In Libia, come la storia recente c’insegna, non è permesso fare previsioni che non siano strettamente collegate a convenienze dirette. Spesso, una volta decifrato il risiko degli interessi, le altre caselle vanno al loro posto.

Va quindi prima di tutto ricordato che nel rapporto con Tripoli questa missione è già nata all’insegna dell’opacità. Oggi infatti è ormai appurato che il governo italiano ha deciso di promuovere la missione su esplicita richiesta del governo libico di Fayez Serraj. Una richiesta giunta a fine luglio e pensata per dare supporto alla Guardia Costiera libica nel contenimento dell’immigrazione clandestina.

 

Retromarcia di Serraj

Tuttavia quando Serraj si è reso conto che il suo piano rischiava di essere controproducente nel rapporto di forza col generale Haftar, ha fatto retromarcia negando di aver compiuto il primo passo.

Serraj si infatti reso conto che l’Italia avrebbe potuto interpretare la richiesta d’aiuto in senso ampio, con regole d’ingaggio, per così dire, totali. Cioè non solo Marina militare, ma anche Aviazione, droni e corpi scelti da inviare entro i confini libici.

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Paolo Gentiloni con il premier libico Fayez al-Sarraj, Roma, 20 marzo 2017 – Credits: ANSA/ANGELO CARCONI

La circostanza avrebbe dato un doppio vantaggio ad Haftar: da una parte elevandolo a unico paladino dell’integrità territoriale libica, dall’altra perché implicitamente ammetteva una debolezza militare delle forze di Serraj.

Quindi Tripoli ha tentato di far passare l’aiuto italiano come un’offerta unilaterale di Roma, limitata alla forza navale in supporto alla Guardia Costiera libica.

Ora: se le premesse sono state poco limpide, come potrebbero essere lineari gli sviluppi? D’altronde l’opacità non è solo libica.

Lo stesso Ministro della Difesa Pinotti ha comunicato che i dettagli operativi della missione verranno resi noti solo in un secondo tempo. Pinotti ha anche tenuto a precisare che la missione s’inserisce nel quadro di una serie di interventi sotto bandiera dell’Unione Europea denominati EUNAFOR.

Escalation militare

Di certo l’escalation militare c’è.

Quindi l’indiscrezione della tv Al Arabiya sul possibile bombardamento delle nostre navi da parte della forza area di Haftar, poi trapelata anche in ambienti informali ma attendibili, non è del tutto irreale.

In Libia il gioco d’interessi è vasto e ancora irrisolto, e coinvolge la Francia di Emmanuel Macron, che in questi giorni sta cercando d’accreditarsi come player nello scenario post-Gheddafi.

Haftar, non dimentichiamolo, è in fase espansiva e può contare su amici importanti, come Francia appunto ed Egitto.

La presenza italiana in questo gioco tra potenze regionali è quindi delicatissima. Una nuova fase si è aperta, e un messaggio ci è stato recapitato. Bisogna fare molta attenzione a non sottovalutarlo.

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