Esteri

Libia, il generale Haftar al contrattacco nel golfo della Sirte

Raid aerei dell’esercito a Ras Lanuf, mentre truppe speciali e droni russi sono stati avvistati nella base militare egiziana di Sidi Barrani

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Truppe libiche fedeli al generale Khalifa Haftar, maggio 2016 – Credits: ABDULLAH DOMA/AFP/Getty Images

Per Lookout news

La Cirenaica è in uno stato di profonda agitazione, in particolare da quando lo scorso 4 marzo le Brigate per la Difesa di Bengasi hanno annunciato di aver preso il controllo dei due importanti terminal petroliferi di Ras Lanuf e Es Sider, nel golfo della Sirte, strappati manu militari al generale Haftar.

Come già indicato da Lookout News, la reazione del generale che comanda l’esercito della Cirenaica (Libyan National Army) non si è fatta attendere e, dal 12 marzo, sono iniziati pesanti bombardamenti aerei sopra l’area, che hanno preso di mira la Guardia Petrolifera, una formazione formalmente dipendente dal governo di Tripoli che aveva preso in consegna l’intera area dalle Brigate per la Difesa di Bengasi, formazione che raggruppa jihadisti quali Ansar al-Sharia e il Consiglio della Shura dei Rivoluzionari di Bengasi e che aveva attaccato il terminal per puro opportunismo.

 Secondo fonti sul campo dell’esercito, il generale Haftar avrebbe adesso ripreso il controllo dei terminal petroliferi di Ras Lanuf, Es Sider e Ben Jawad, ma tutto è ancora in divenire e ogni certezza resta fragile.

 La situazione è tesa anche per la notizia, circolata in queste ore, secondo cui truppe russe sono sbarcate in Egitto, in una base al confine con la Libia, per offrire supporto al generale. Secondo fonti governative anonime statunitensi, si tratterebbe di forze speciali (almeno 25 uomini) e droni arrivati a Sidi Barrani, a meno di 100 km dal confine tra Egitto e Libia.

 Anche se il Cremlino smentisce, è evidente che - se confermata - la mossa prelude all’impiego delle truppe di Mosca nel tentativo in corso di riconquista del bacino della Sirte, un’area a dir poco cruciale per il governo della regione e per il bilanciamento dei poteri in Libia. E segue l’arrivo di soldati russi in un'altra base egiziana più a est, a Marsa Matrouh, registrata nei primi dello scorso febbraio.

 

Pioggia di smentite
«Non vi è alcun soldato straniero da qualsiasi paese straniero sul suolo egiziano. Si tratta di una questione di sovranità» ha riferito in merito il portavoce dell'esercito egiziano, Tamer al-Rifai. Mentre Mohamed Manfour, comandante della base aerea di Benina, nei pressi di Bengasi, ha negato che l’esercito di Haftar abbia ricevuto assistenza militare da parte russa, e ha affermato che non vi sono forze o basi russe nella Libia orientale. No comment, invece, da Mosca.

 Questa doppia negazione appare tuttavia come una conferma dei sospetti. Del resto, è nota la triangolazione e l’intesa Bengasi-Il Cairo-Mosca per risolvere gli aspetti militari e, in futuro, anche economici della Libia Orientale. Coì come sono note anche le collaborazioni militari tra Russia ed Egitto, i cui eserciti hanno avviato operazioni congiunte già scorso ottobre.


Inoltre, non c’è nessuno scandalo: nel corso degli ultimi due anni, anche soldati di Stati Uniti, Francia e Regno Unito sono sbarcati in Libia e, in particolare gli americani, hanno effettuato raid aerei per sostenere la campagna contro lo Stato islamico che aveva stabilito una roccaforte proprio a Sirte. Questo è stato possibile - o necessario, a seconda dei punti di vista – in ragione del fatto che la Libia è uno Stato fallito e che dal 2011 non esiste più un potere centrale in grado di impedire interventi stranieri all’interno dei confini di un paese che non è più tale.

 Mosca cerca da tempo di allargare la sfera della propria influenza in tutto il Mediterraneo. Dopo aver piazzato un proprio contingente nella fascia costiera della Siria, a Latakia e Tartous, oggi potrebbe voler replicare la medesima operazione in Libia, favorendo il generale Haftar nella sua scalata al potere.

 La strategia del “leading from behind” russo, però, si è rivelata più difficile del previsto e così il Cremlino è ora costretto a impiegare proprie forze per non perdere il controllo della situazione in un contesto bellico difficile, dove i combattimenti si attagliano più alla guerriglia che non alla guerra convenzionale.

 

 

 

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