Libia: gli attacchi dei droni (con preavviso) non fermeranno l'ISIS

I velivoli decolleranno da Sigonella per colpire obiettivi jihadisti. Ma annunciare l'operazione non è stata una mossa azzeccata

Droni-apertura

Il Bebop Drone 2 di Parrot – Credits: Parrot

Rocco Bellantone

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Per Lookout news

L’incapacità delle forze politiche di Tobruk di darsi un governo di unità nazionale e l’avanzata dello Stato Islamico lungo la fascia costiera del Paese, stanno spingendo gli Stati Uniti verso un’improvvisa accelerazione militare in Libia. Il primo segnale è arrivato da Sabratha lo scorso 19 febbraio, quando con un raid aereo gli americani hanno colpito campi di addestramento di jihadisti e ucciso decine di miliziani di ISIS.

Dall’inizio di questa settimana la notizia che sta catalizzato l’attenzione dei media internazionali riguarda invece l’accordo raggiunto tra Roma e Washington per l’utilizzo della base aerea di Sigonella, in Sicilia, da dove decolleranno droni armati americani verso la Libia. L’annuncio è stato accompagnato da dettagli precisi sui termini dell’intesa, trovata dopo mesi di trattative il 10 febbraio a Bruxelles durante il vertice dei responsabili della Difesa con il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg e, addirittura, sull’avvio delle prime incursioni che dovrebbero partire già dalla prossima settimana.

L’accordo prevede una trafila burocratica che però poco si addice alla necessità di compiere operazioni tempestive e chirurgiche contro le postazioni del Califfato: richieste di intervento da parte del comando militare statunitense a cui seguiranno le valutazioni di ogni singolo caso e l’eventuale accettazione da parte della Difesa italiana.

Resta in vigore, almeno per il momento, la condizione che i blitz vengano condotti esclusivamente per difendere civili e militari dagli attacchi jihadisti. Elemento anche questo che lascia inevitabilmente spazio a dei dubbi sulla possibilità di eseguire alla lettera un ordine del genere in un terreno di conflitto in cui, così come in Siria e Iraq, chi si combatte non indossa la pettorina dell’alleato e del nemico.  

 Desta poi sconcerto la tempistica di questo annuncio. È infatti poco comprensibile il motivo per il quale non appena si è conclusa la trattativa tra il nostro ministro della Difesa Roberta Pinotti e gli inviati americani si sia deciso di far filtrare alla stampa la notizia di un imminente avvio delle attività militari in Libia. Se è sempre sbagliato allertare il nemico prima di attaccarlo, è ancora più pericoloso anticipare mosse che potrebbero eccitare la fantasia di terroristi isolati che potrebbero decidere di reagire in anticipo rispetto alla minaccia dei droni di Sigonella.

 E poi ci sono le perplessità che gravitano sulle regole di ingaggio. Come detto, esse prevedono che una volta individuato l’obiettivo dell’attacco - che formalmente dovrebbe costituire un pericolo da cui “difendersi” - dovrebbe scattare un processo di autorizzazioni che per sua stessa natura non potrebbe garantire un’efficacia operativa immediata. Per comprendere queste perplessità basta porsi una domanda: cosa succederà quando le forze di intelligence tattica individueranno un potenziale bersaglio di un attacco con i droni? Per prima cosa un team misto italo-americano dovrà stabilire se rappresenta una minaccia da cui difendersi.

Una volta accertata la fondatezza del pericolo, partiranno consultazioni bilaterali nel corso delle quali dovranno essere prese in esame tutte le implicazioni militari e giuridiche dell’azione proposta. Quindi, dai massimi livelli decisionali dovrà arrivare l’autorizzazione per colpire un obiettivo che nel frattempo potrebbe essersi volatilizzato. Insomma, la procedura prevista sembra non solo contraria alle norme di buon senso militare ma anche concepita in modo tale da diminuire fortemente le potenzialità offensive dei droni. Le operazioni chirurgiche previste saranno pertanto anche sterili per il peso legale che dovranno trascinarsi dietro e non potranno essere risolutive nella guerra all’ISIS. D’altronde, se la Russia ha avuto finora successo nell’offensiva militare in Siria, è perché non è andata in guerra con uno stuolo di avvocati al seguito.

Cosa aspettarsi sul piano militare
In attesa di vedere come risponderà alle esigenze operative il piano concordato da USA e Italia, in Libia prosegue il lavoro di raccolta di informazioni dei droni che da mesi compiono missioni di ricognizione nel Paese scattando foto e captando comunicazioni radio. Secondo La Repubblica, queste operazioni - a cui partecipano anche velivoli spia italiani AMX schierati a Trapani oltre a droni americani, francesi e britannici - hanno finora permesso di individuare circa duecento potenziali bersagli da colpire.

 Su ciò che accadrà dopo - e sulla possibilità che alle incursioni dei droni USA possa seguire un’estesa campagna di raid aerei con caccia e operazioni di terra a supporto di quelle milizie libiche con cui si troverà un’intesa in funzione anti-ISIS - sono pochi gli elementi certi.

 L’Italia per il momento si copre dietro formule politiche prudenti, ma è chiaro che le dichiarazioni del nostro ministro degli Esteri Paolo Gentiloni sulla concessione dell’utilizzo di Sigonella (“non è un preludio a un intervento militare”) non basteranno a lungo agli USA, decisi piuttosto a lavorare per creare le condizioni di un intervento militare che vada oltre lo schieramento di droni.

 Il generale Vincenzo Camporini, ex capo di Stato Maggiore della Difesa, almeno nell’immediato non si aspetta però una campagna militare organizzata. “Gli USA - spiega a Lookout News - si limiteranno ancora all’identificazione di specifici individui e ad azioni per colpirli con attività uni-commando o con strike aerei come quello che è stato fatto a Sabratha la scorsa settimana. Non dovremmo pertanto aspettarci una novità dal punto di vista militare. È chiaro che la pazienza della comunità internazionale si sta esaurendo con questo infinito ping-pong sulla formazione del nuovo governo unitario e già da alcune parti si cominciano a formulare ipotesi diverse che potrebbero anche non prevedere un unico esecutivo ma un nuovo tipo di istituzione statuale del territorio libico”.

 In questo scenario incerto, in cui potrebbero tornare a dire la loro gli islamisti di Tripoli vista l’inaffidabilità dei moderati di Tobruk, l’unico dato sicuro è l’espansione di ISIS in Libia. Un esercito ormai da quasi 7mila uomini, che accoglie nuove leve dagli altri Paesi del Nord Africa, dal Sahel, dai nigeriani di Boko Haram e che sta estendendo la sua rete fino alla Somalia e al Kenya dove operano i qaedisti di Al Shabaab. Droni inviati a combatterli con largo preavviso, francamente, non sembrano la soluzione giusta per fermare questa minaccia.

 

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