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Libia: chi ha messo l’autobomba alla sede ENI di Mellitah

Sebbene l'Isis abbia elogiato i “suoi coraggiosi soldati”, non è condivisa dagli esperti l’ipotesi che l'attentato sia opera del Califfato

mellitah

Raffineria Eni di Mellitah

Per Lookout news

A pochi giorni dalla ripresa dei negoziati sulla crisi libica – previsti il 3 e 4 settembre a Ginevra – da Tripoli giunge la notizia di un’autobomba esplosa il 31 agosto nel quartiere centrale di Dahra, dove ha sede la compagnia petrolifera Mellitah Oil Company, joint venture al 50% tra ENI e NOC (National Oil Company, l’ente libico per le risorse petrolifere) e dove si trovano anche le ambasciate di Algeria e Arabia Saudita. Secondo una fonte locale riportata da Nigrizia, l’esplosione ha provocato “ingenti danni” agli edifici colpiti, pur senza provocare vittime.

 

Chi c’è dietro l’attentato
Sebbene lo Stato Islamico abbia elogiato su Twitter i “suoi coraggiosi soldati” per l’attentato compiuto ai danni di “apostati”, non è pienamente condivisa dagli esperti l’ipotesi che si tratti di un attentato effettivamente riconducibile agli uomini del Califfato. Innanzitutto, l’episodio non è stato rivendicato ufficialmente dall’organizzazione come suo solito; secondo poi, Tripoli è finora rimasta lontana dai centri di potere legati all’ISIS libico che, dopo esser stato espulso dalla roccaforte di Derna, ha ripiegato verso ovest conquistando Sirte.

L’attentato potrebbe invece essere stato perpetrato, secondo alcuni analisti, dalle milizie collegate ad Alba Libica, l’ala militante che sostiene il Congresso Nazionale Generale e il governo tripolino di Al Ghweil e che controlla di fatto la Tripolitania. Il fatto che l’autobomba sia esplosa vicino alle rappresentanze diplomatiche arabe potrebbe collegarsi alla riunione d’emergenza della Lega Araba convocata di recente al Cairo su richiesta del governo di Al Thinni e del parlamento di Tobruk per autorizzare un intervento militare dei Paesi arabi in Libia per contrastare l’avanzata dell’ISIS a Sirte. Un intervento che viene invece osteggiato dal governo rivale di Tripoli e che potrebbe essere alla base proprio del recente attentato.

 

A che punto sono i negoziati UNSMIL
Si tratta comunque di un’ipotesi farraginosa se si tiene conto che l’Algeria – la cui rappresentanza diplomatica a Tripoli, stando alle testimonianze, è stata in parte colpita dall’esplosione – si è dichiarata contraria a ogni intervento militare pur se sollecitato dalla lega Araba. Il governo di Algeri sostiene infatti, piuttosto, la soluzione politica alla crisi libica. Una soluzione che però tarda a concretizzarsi nonostante i ripetuti tentativi di mediazione offerti dalla comunità internazionale.

Proprio ieri, 1 settembre, l’inviato ONU in Libia, Bernardino Leon, incontrava a Istanbul i delegati del Congresso tripolino per assicurarsi della loro partecipazione al prossimo appuntamento di Ginevra, da cui le fazioni libiche dovrebbero uscire almeno con una rosa di candidati ai posti di primo ministro e dei due vice-premier del nuovo governo di unità nazionale. L’accordo proposto dall’UNSMIL prevede la formazione di un esecutivo che dovrà essere costituito entro il 20 di ottobre (in quanto proprio a fine ottobre scade il mandato del parlamento legittimo di Tobruk) e che rimarrà in carica per un anno, per traghettare il Paese verso nuove elezioni. I delegati del CNG hanno sistematicamente boicottato le ultime sessioni negoziali in segno di rifiuto della quinta bozza di accordo approvata a fine giugno da Tobruk e dalle altre fazioni libiche.

 

di Marta Pranzetti

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