Esteri

Libano, l'altro fronte della guerra fra Arabia Saudita e Iran

Riad dice che Beirut è governata da Hezbollah, e ordina ai suoi cittadini di lasciare il paese. I rischi del confronto che può incendiare il Medio Oriente

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Chiara Clausi

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Grande tensione in Libano. Soffiano venti di guerra: l'Arabia Saudita giovedì 9 novembre ha ordinato ai suoi cittadini di lasciare il paese e ha ribadito di ritenere Hezbollah - fedele alleato e braccio armato dell'Iran - il vero governo del paese.

Una nuova guerra per procura

Prima di vedere in cosa consista esattamente questa nuova crisi, sottolineiamo subito che essa va inquadrata nello scontro fra Iran e Arabia Saudita, impegnati in una "guerra fredda" regionale. Guerra fredda che però è guerra vera per procura - la cosidette proxy wars - in altri campi di battaglia: Siria, Iraq, Yemen. In Libano, la situazione è in bilico.

Hariri teme per la propria vita

L'ultimo atto (per ora) della crisi libanese è incominciato quando, sabato 4 novembre, il primo ministro libanese, Saad Hariri, si è dimesso durante una visita in Arabia Saudita.

Il premier nel suo discorso ha accusato l'Iran "di ingerenze nella politica del mondo arabo" e ha sottolineato che ovunque Teheran sia coinvolta non c’è altro che "devastazione e caos".
Ha attaccato anche il gruppo sciita Hezbollah che fa parte del governo, accusato di provocare problemi con “i nostri vicini arabi”, e lo ha definito "il braccio dell'Iran nella regione” che, ha promesso, “sarà tagliato”.

Hariri è stato nominato primo ministro alla fine del 2016, alla guida di un governo di unità nazionale formato da 30 ministri compresi alcuni del partito sciita. Hariri ha denunciato di temere per la propria vita e di aver percepito in Libano la stessa tensione che c'era prima dell'assassinio di suo padre Rafiq, ucciso da un’autobomba il 14 febbraio del 2005, in un attentato attribuito a Hezbollah e ai servizi segreti siriani. Secondo l’emittente Al-Arabiya, a Beirut è stato sventato un tentativo di ucciderlo.

Un parere dall'interno

James Haines-Young, capo del Lebanon desk, del quotidiano libanese Daily Star, non nasconde preoccupazione e spiega a Panorama che “le dimissioni di Hariri sono una mossa che ha sorpreso i funzionari libanesi, abbiamo parlato con fonti vicine sia all'ufficio del primo ministro che al palazzo presidenziale e, - racconta -, hanno detto che non hanno avuto alcun preavviso. Hariri stava guidando un governo di unità nazionale che rappresenta tutti i blocchi politici e le sette politiche più importanti del paese. È molto difficile prevedere cosa succederà. Se e quando Aoun accetterà le dimissioni di Hariri, il governo diventerà provvisorio e Aoun cercherà un consenso parlamentare su un premier sostitutivo. Tuttavia, - continua Young - i messaggi dell'Arabia Saudita nelle ultime settimane sono chiari, Riad si oppone all'inclusione di Hezbollah nel governo, perciò sarà molto difficile trovare un candidato sunnita leader - il primo ministro deve essere sunnita nel sistema confessionale del Libano - perché chi avrà il supporto locale per diventare premier, deve essere disposto ad andare contro i sauditi riguardo al ruolo di Hezbollah nel governo. Al tempo stesso - puntualizza il giornalista - è difficile pensare che Hezbollah accetti di non avere alcun ruolo nel governo che sia di Hariri o di chiunque altro. Pertanto questo è solo l'inizio di un lungo processo che potrebbe avere conseguenze preoccupanti per la stabilità e l'economia del Paese".

I dubbi libanesi

In Libano però le dimissioni a distanza sono state viste subito con sospetto. Secondo i media locali ed esponenti del governo Hariri è in realtà "trattenuto" nella capitale saudita ed è stato costretto alle dimissioni dal principe ereditario Muhammad bin Salaman. I media sauditi ribattono che non c’è nulla di vero e hanno mostrato foto e video di Hariri a colloquio con il re Salman a Riad, con l'emiro degli Emirati Arabi Uniti ad Abu Dhabi e con l'ambasciatore francese nel regno saudita.

La replica di Teheran

La replica di Teheran non si è fatta attendere. Il consigliere del ministero degli esteri iraniano Hussein Shaykh Islam ha affermato che “le dimissioni di Hariri sono state decise di concerto col presidente Usa Donald Trump e l’erede al trono saudita Muhammad bin Salman”.

Il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah accusa i sauditi “di aver ordinato“ la decisione ad Hariri.

Dimissioni congelate

Il presidente libanese Michel Aoun ha annunciato che non accetterà le dimissioni del premier Saad Hariri finché non lo incontrerà di persona. Intanto il partito politico dell'ex premier ha chiesto il suo rientro in Libano dall'Arabia Saudita. È "necessario" che Hariri rientri "per restaurare la dignità ed il rispetto" del Paese.

Purga a Riad

Lo scontro tra l’Arabia Saudita e il Libano, con Riad che ha chiesto ai suoi cittadini di lasciare "immediatamente" il paese, si inserisce nella dura lotta di potere a Riad. Subito dopo l’annuncio delle dimissioni di Hariri, Mohammed bin Salman, domenica, ha lanciato una vasta purga nel regno. Con il pretesto della lotta alla corruzione ha eliminato molti avversari scomodi per la sua ascesa al trono e ha concentrato su di sé le leve principali della politica e dell’economia del paese.

Undici principi e 38 tra ministri, vice ministri, ex ministri e potenti uomini d'affari sono stati arrestati.

In “manette” è finito anche il principe e miliardario Alwaleed bin Talal, uno tra gli uomini più influenti al mondo con un patrimonio che sfiora i 20 miliardi di dollari e quote azionarie ovunque, da Apple e Twitter a Citigroup, dalle grandi catene alberghiere come Four Season e Movenpick, a media come la News Corp di Rupert Murdoch. Alwaleed è stato arrestato sia per avere il controllo dei media che per eliminare un pericoloso pretendente al trono. Rimossi dall'incarico, e subito sostituiti, il principe Miteb bin Abdullah, già capo della Guardia Nazionale e il ministro dell'Economia e della Pianificazione Adel Fakeih.

Un missile sulla capitale saudita

Sempre in quella notte drammatica tra sabato e domenica un missile balistico lanciato dai ribelli sciiti houthi nello Yemen è stato intercettato sulla capitale saudita. Riad ha reagito con rabbia e ha accusato l’Iran, alleato degli houthi, di "aggressione militare diretta”. Il missile è stato intercettato e distrutto dalla contraerea saudita, ma l'attacco ha scatenato la reazione di Riad. L'Arabia Saudita accusa l'Iran, e sostiene di essere in possesso di prove che dimostrano che Teheran è dietro il lancio del missile.

La reazione dei sauditi

La Coalizione araba a guida saudita in Yemen ha ordinato, come ritorsione, la chiusura "temporanea" dello spazio aereo yemenita, causando anche la chiusura degli unici due aeroporti ancora funzionanti, quello di Aden e Sayun, dopo che lo scalo internazionale della capitale Sanaa è chiuso da più di un anno.

Il presidente yemenita Mansour Hadi prigioniero a Riad

Ma c’è un altro prigioniero in Arabia Saudita: Riad impedisce da mesi al presidente yemenita, Abd-Rabbu Mansour Hadi, ai suoi figli e a diversi altri alti funzionari di tornare nello Yemen.

Hadi e molti dei suoi più stretti collaboratori si sono rifugiati in Arabia Saudita all'inizio della guerra in Yemen, ora nel terzo anno, e hanno abitato per molto di questo tempo a Riad.

Secondo alcune fonti, le autorità saudite hanno deciso in tal senso, apparentemente per proteggere Hadi e il suo governo, ma hanno aggiunto che si tratta di una misura adottata anche per compiacere gli Emirati Arabi Uniti, stretti alleati di Riad, che sono ostili ad Hadi e si oppongono al suo rientro in Yemen. L'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi sono i due maggiori pilastri della coalizione araba che combatte contro i ribelli houthi in Yemen.

Emmanuel Macron a Riad

La situazione a Riad si è talmente ingarbugliata che il presidente francese, Emmanuel Macron, è andato con urgenza in Arabia Saudita, una tappa a sorpresa nel suo giro nella regione, per incontrare bin Salman. Macron ha detto che il missile lanciato dagli houthi era "chiaramente" un missile iraniano. Il capo dell'Eliseo ha affermato però che l'accordo nucleare con l'Iran dovrebbe restare in vigore.

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