Carla De Girolamo

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Lesbo, Grecia. Qui le parole sono importanti. Tutti quelli che arrivano, sfidando il mare su barche di fortuna, dalle coste della Turchia, si chiamano refugees, rifugiati. Non c'è altro termine per indicarli: non sono migranti, immigrati, o clandestini, sono rifugiati. Punto.

Qui nel 2015 di rifugiati ne arrivavano tra i 2mila e i 4mila al giorno, su un'isola che conta solo 85mila abitanti. Oggi, dopo gli accordi tra Europa e Turchia, ne arrivano meno, ma con un flusso costante e inarrestabile. Arrivano superando un tratto di mare di poco meno di 10 chilometri, soprattutto di notte, con temperature che in questo periodo scendono sotto zero.

Volontari in Grecia

Ho fatto la volontaria per due settimane a Skala Sikamineas, a nord di Lesbo, uno dei punti della Grecia più vicini alla Turchia. Dopo aver passato un anno ad aggiornare il post di Panorama.it con le cifre dei migranti (anzi, dei rifugiati) morti per attraversare il Mediterraneo, volevo fare qualcosa di concreto. Mi sono registrata su GreeceVol, un sito che smista tutte le richieste di volontari fatte dalle varie associazioni in Grecia. E ho scelto di lavorare con Lifeguard Hellas, un'organizzazione che si occupa di salvataggio in mare e ha un presidio fisso sull'isola. Spiros e Mania, i fondatori del gruppo, sono una coppia che ad Atene ha una scuola di salvataggio in mare. Dal 2015 hanno messo le loro competenze anche al servizio di questa emergenza.

Sono arrivata in Grecia l'11 gennaio, c'erano appena state abbondanti nevicate e molte strade erano interrotte. Proprio in quei giorni le associazioni umanitarie hanno denunciato la situazione nel campo di Moria, il punto principale di raccolta dei rifugiati, dove oltre 3mila persone vivono in tende e strutture di emergenza, con riscaldamenti precari o inesistenti. 

L'inferno di Moria

Quasi tutti i rifugiati che sbarcano in ogni punto dell'isola vengono portati a Moria, in attesa di capire se hanno i requisiti per la richiesta di asilo o se devono essere rimandati in Turchia. Nel frattempo passano giornate interminabili, in condizioni che non si possono nemmeno immaginare. E che non posso descrivere direttamente, perché a Moria è vietato l'ingresso a chiunque non risieda o non lavori nel campo. Ma ho sentito i racconti di tre rifugiati che ci vivono che parlano di notti al gelo, mancanza di igiene, docce senza acqua calda, cibo insufficiente...una situazione insostenibile. Nell'ultima settimana a Moria sono morti tre rifugiati, un 20enne di presunta origine pakistana, un ragazzo egiziano di 22 anni e un uomo siriano di 46: probabilmente per il freddo, li hanno trovati senza vita al mattino, dopo la notte in tenda.

Intervento

Il gruppo di volontari di Lifeguard Hellas ha una casa in affitto a Skala Sikamineas. Si dividono gli spazi, si cucina, si dorme nel sacco a pelo pronti a intervenire in caso di necessità. Il lavoro consiste nell'avvistamento del tratto di costa tra Grecia e Turchia, soprattutto di notte, con cannocchiale a infrarossi, per segnalare l'arrivo di eventuali barche di rifugiati, evitare che si schiantino sulle rocce, accoglierli e cercare di scaldarli. In paese ci sono anche i volontari di Lighthouse Relief, che sorvegliano la costa ma da un altro punto di osservazione e la barca dei volontari spagnoli di Proactiva e quella dell'organizzazione irlandese MoChara. Anche le barche, di notte, controllano eventuali arrivi, e in caso di sbarchi in posti inaccessibili recuperano i rifugiati e li accompagnano in porto.

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Skala Sikamineas, a Lesbo, in Grecia, a poca distanza dalla costa turca

Gli sbarchi

Quando c'è uno sbarco, tutti i volontari corrono a dare una mano. Dalla Turchia i rifugiati di solito arrivano su gommoni di fortuna, dove vengono stipati in 50/60, su barche che al massimo possono trasportare una ventina di persone. Uno di loro riceve l'incarico di tenere il timone del motore, così non ci sono scafisti e non ci sono rischi per chi organizza la tratta di esseri umani. I gommoni, generalmente neri, qui li chiamano dinghy. Oppure gli scafisti li trasportano su barche superveloci, arrivano vicino alla costa, li scaricano e tornano indietro.

Durante la mia permanenza a Lesbo ci sono stati 5 arrivi, per un totale di 240 persone. La prima cosa che colpisce sono gli occhi di chi è appena sbarcato: terrorizzati. I rifugiati hanno sempre vestiti completamente bagnati e la temperatura è freddissima, spesso sono scalzi, indossano giubbotti di salvataggio finti, con strati sottilissimi di polistirolo che non sarebbero sufficienti a tenere a galla nessuno. E quasi tutti, sicuramente, non sanno nuotare. La prima cosa che senti sono i pianti dei bambini, mentre tutti gli altri sono troppo spaventati per riuscire a parlare.

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L'interno di uno dei "finti" salvagenti dei rifugiati: contiene semplici fogli di plastica – Credits: Panorama.it

Le prime necessità

Il primo intervento da fare è capire se c'è qualche caso grave che richieda la presenza di un medico. Poi bisogna cercare di scaldarli, con l'aiuto delle coperte termiche (quei fogli sottili color alluminio) che, per funzionare efficacemente, andrebbero infilate sotto i vestiti, a contatto con la pelle per poi essere avvolte intorno al corpo. L'operazione è resa difficile dai vestiti bagnati. Risolta la prima emergenza, i rifugiati da Skala vengono accompagnati in un campo di primissima accoglienza, Stage 2, con una struttura ben riscaldata dove possono iniziare ad asciugarsi. I volontari forniscono abiti asciutti, scarpe, thè caldo e cibo. È qui a Stage 2 che riesci a guardarli bene per la prima volta. È qui che vedi i bambini iniziare a sorridere, i ragazzi scherzare, le famiglie mangiare insieme. Qui inizi a cercare di scambiare qualche parola. Inglese, francese, a gesti. Ma qui, soprattutto, capisci che sono persone normali a cui è capitato qualcosa di terribile, persone normali in fuga da situazioni talmente disperate che hanno preferito tutta questa precarietà, tutto il pericolo, alla loro vita precedente.

Persone

Ho visto una famiglia irachena, con padre sui sessant'anni, figlie e figli, che bevevano il tè seduti composti, in quadrato, subito dopo essere arrivati nel campo di prima accoglienza. Il padre presentava tutta la famiglia a tutti i volontari che si avvicinavano, con grandi sorrisi e ringraziamenti nella sua lingua incomprensibile, esattamente come avrebbe fatto, forse, nella sua casa di Baghdad. E riuscivo a immaginarli seduti sui tappeti della loro casa, chiacchierare sereni durante un giorno di festa.

C'era una mamma con i cinque bambini e un marito giovane come lei, scappati dall'Afghanistan. Loro non avevano nemmeno un bagaglio, solo se stessi sempre tutti abbracciati, e una piccola borsa a tracolla. Forse li avevano persi in mare, forse in qualche tappa di quel viaggio spaventoso che li ha portati sulle coste turche... La bimba più piccola, finalmente asciutta, indossava un cappottino rosa, il fratello la portava in giro in braccio e lei sorrideva stringendo un orsacchiotto nuovo.

C'era una ragazza di circa trent'anni che singhiozzava disperata, seduta tra le altre donne della sua famiglia, ma è bastato abbracciarla, dicendole parole che sicuramente non capiva, per farla sorridere. C'erano i bambini arrivati scalzi da portare in spalla, un po' per aiutarli un po' per farli giocare e sorridere fingendo di essere un cavallo imbizzarrito, c'erano gli uomini che arrivavano dal Congo e chiedevano scarpe numero 47, impossibili da trovare, c'erano i ragazzi egiziani che non avevano perso la voglia di scherzare...

Dopo il primo riposo a Stage 2, i rifugiati vengono trasportati nell'inferno di Moria, e a quel punto incontreranno altri volontari che cercheranno, in qualche modo, di occuparsi di loro.

Philippa e Eric

Un ruolo fondamentale qui sull'isola è quello di Philippa e Eric Kempson, una coppia inglese che 16 anni fa si è trasferita a Molivos, un paese a nord di Lesbo. “Era appena nata nostra figlia, e cercavamo un posto dove potesse vivere serena” spiega Philippa. Poi, improvvisamente, nel 2015 la serenità è finita. I Kempson abitano a pochi metri dalla spiaggia dove c'è stato il più alto numero di sbarchi. Migliaia di arrivi tutti i giorni, vite in pericolo costantemente. E a quel punto non potevano più stare a guardare. In pochissimo tempo hanno costruito una straordinaria rete tra tutte le associazioni di volontari presenti. Loro, attraverso le donazioni da tutto il mondo, raccolgono il materiale che serve ai volontari e lo distribuiscono. Un gruppo finisce le coperte, gli scaldamani, i vestiti per le prime necessità? Basta andare nell'accogliente casa dei Kempson.

Ogni volta che c'è un nuovo sbarco, Philippa e Eric arrivano con il loro furgone e si rendono utili in mille maniere. Accolgono, consolano, alzano la voce se serve, con le autorità che magari tendono a usare metodi un po' troppo sbrigativi. “Ogni rifugiato è una persona” ricorda sempre Philippa, che instancabile scrive, parla, rilascia interviste a radio e tv di tutto il mondo e non si rassegna all'indifferenza e all'ostilità dell'Europa. Sono stanchi Phlippa e Eric, ma non perdono la voglia di darsi da fare, nonostante l'ostilità di molti residenti dell'isola. Attraverso internet raccolgono donazioni, con le quali provvedono a comprare quello che serve. Per i volontari ma anche direttamente per i rifugiati nei vari campi.

Omar, che è tornato

In questi giorni a Lesbo ho visto una rete di volontari straordinaria. Ci sono persone da tutto il mondo, di ogni età, con storie di vita molto diverse, che a volte ti lasciano a bocca aperta. Come nel caso di Omar Alshakal, un ragazzo di 23 anni che a Skala è sempre in prima linea con i volontari. Omar è arrivato dalla Siria nel 2014, uno dei primi a scappare dalle coste turche. Ma non in barca: Omar ha nuotato per 14 ore per arrivare sull'isola di Lesbo... Poi è stato aiutato, ha chiesto lo status di rifugiato in Germania, l'ha ottenuto e ha vissuto in Germania per un po'. Ma quando è cominciata l'ondata degli sbarchi di massa non è riuscito a restare a guardare. Ed è tornato a Lesbo, dove adesso ha una funzione, utilissima, anche di interprete per i nuovi arrivati, che magari parlano solo l'arabo. Quando Omar finisce i soldi che gli permettono di vivere, lancia su internet una raccolta di fondi. In molti lo conoscono e lo aiutano volentieri, così lui può permettersi di continuare ad aiutare.

Un monumento alla memoria

C'è un posto più di tutti, a Lesbo, che riesce a dare un'idea della quantità di sbarchi che si sono susseguiti in questi due anni. Qui lo chiamano "lifejacket graveyard", il cimitero dei salvagente. È una collina dove i volontari hanno depositato tutti i salvagente delle persone sbarcate. Il posto lascia senza parole: i salvagente sono migliaia e migliaia, accatastati uno sull'altro insieme a resti di gommoni, motori, pezzi di barca. Se, con un coltello, si prova a tagliare la stoffa esterna, si scopre che non sono veri giubbotti di salvataggio. All'interno ci sono strati di plastica sottilissimi, perfettamente inutili. Nessuno potrebbe salvarsi in mare con uno di questi, ma gli scafisti li fanno indossare per far sembrare il viaggio più sicuro. Questo oggi è diventato un monumento alla memoria, un posto per ricordare ogni giorno quello che è successo e che continua a succedere.

Ma ovunque, sull'isola, ci sono tracce del dramma. Su ogni spiaggia c'è un salvagente, una barca, una scarpa o dei vestiti abbandonati. Su ogni spiaggia c'è il pezzo di storia di un rifugiato. Anzi, il pezzo di storia di una persona o di un bambino in fuga.

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