Le lotte che farebbe oggi Martin Luther King

A 50 anni dall’assassinio a Memphis, una parte dell’America rinnova le missione del pastore contro la discriminazione razziale, contro le armi, a favore degli immigrati, delle donne

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Washington Dc, 24 marzo 2018, Emma Gonzalez con altri studenti nella manifestazione nazionale per la regolamentazione delle armi negli Stati Uniti – Credits: Chip Somodevilla/Getty Images

Alessandro Turci

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Martin Luther King è celebre per il suo discorso più banale. “I have a dream” (io ho un sogno), infatti, può dirlo chiunque. Ma per stare al gioco dei sogni, cosa accadrebbe se egli tornasse nell’America di oggi con Donald Trump alla Casa Bianca? 
Sarebbe in prima fila  con i ragazzi di Black lives matter, contro la stretta di Trump all'immigrazione. Sarebbe con le donne di #MeeToo e con il movimento #NeverAgain che vuole una regolamentazione restrittiva sulla possibilità di comprare e portare armi.

Mito da relativizzare

Martin Luther King sarebbe il primo a relativizzare il suo mito, perché saprebbe bene (a noi occidentali lo aveva spiegato a fine anni Cinquanta Roland Barthes) che la funzione del mito è l’annacquamento della Storia.

Invece proprio di storia concreta, di punti precisi, di lotte sostanziali (e non solo formali: come appunto i diritti civili) è fatta l'eredità del reverendo assassinato a Memphis il 4 aprile di cinquant’anni fa da un seguace della destra razzista.

Oggi il mondo degli hashtag sembra in effetti debitore della sua straordinaria capacità politica di visione, e di sintesi, della complessità. Ecco perché Martin Luther King non può essere liquidato come un qualsiasi motivatore, che ricorre a slogan da sognatore, buoni per commuovere un team di sportivi nell’intervallo di una partita. La sua storia personale coincide con un lascito preciso, che è tutt’uno con le contraddizioni sociali dell’America moderna.

Contraddizioni tutte ancora presenti e radicate, nonostante le indubbie vittorie di carattere formale, appunto i fondamentali diritti civili (cioè i diritti de iure) e nonostante le medaglie “borghesi” come il Premio Nobel per la Pace (1964) o il Martin Luther King Day, firmato niente meno che da Ronald Reagan nel 1983 e da allora festa nazionale statunitense.

Difesa degli immigrati

Se tornasse oggi, Mlk sarebbe il prima linea in difesa della trilogia della negazione razziale messa in campo da Donald Trump: il decreto sull’immigrazione che discrimina l’ingresso negli USA di milioni di persone provenienti dal quadrante mediorientale e asiatico. Il muro col Messico, una minaccia verso una comunità molto più estesa, perché riguarda tutta l’America Latina e infine la stretta sui Dreamers, come chiaro esempio di discriminazione del sogno americano su base squisitamente etnica. La solita vecchia storia, col vestito nuovo.

Difesa delle donne

Ma anche le donne con #MeToo sarebbero una trincea nella quale gettarsi: prima di tutto perché Tarana Burke, l’attivista che ha dato vita al movimento, è afroamericana; e poi perché lo ha fatto da New York, inverando cioè due profonde convinzioni di Martin Luther King. La prima: agli afroamericani, donne e uomini, spetta l’avanguardia della mobilitazione perché la storia americana è stata costruita sulla loro sistematica oppressione e, la seconda, non illudersi sul progressismo di maniera delle grandi città, in fondo non così diverse dalla provincia profonda e retrograda. Nazione costruita sulle diseguaglianze, nessun angolo d’America era ed è esente da questo peccato originale, iniziato con la guerra bianca ai nativi.

Black lives matter

Probabilmente nessun politico del Novecento americano ha colto a fondo il carattere razziale di una collettività che ha avuto per secoli nella segregazione la propria bussola: ecco perché il Movimento (e l’hashtag) #Black lives matter lo troverebbe probabilmente in prima linea. Proprio nel 1968, nell’anno del suo assassinio, King aveva iniziato la sua “campagna contro la povertà” in un Paese ricco di 40 milioni di poveri. Salario minimo garantito, edilizia sociale, partecipazione dei lavoratori, sono tutte piattaforme attraverso le quali, cinquant’anni fa, MLK aveva gridato all’iniziale sordità di Lyndon Johnson che le vite nere, simbolo di tutti gli emarginati, valgono quanto le bianche (e le gialle del lontano Vietnam).

Contro le armi e la Nra

Infine il #NeverAgain, il movimento contro le armi da fuoco, dove il reverendo King saprebbe oggi far valere tutta la forza della ragione, della passione e della dialettica per scongiurare (è in fondo questa la natura della diaspora violenta di Malcom X in seno al movimento per i diritti degli afroamericani) l’eversione armata e il muro contro muro dove il più forte e il più ricco, alla fine, vincono sempre.

Ancora contro il mito

La sua voce quest’anno ha parlato ancora una volta a tutta la Nazione, in diretta tv, nello spot del Superbowl che pubblicizzava a febbraio uno dei truck più celebri d’America. Ognuno si dia quindi la riposta che preferisce: in oltre 103 milioni hanno assistito alla cinica mercificazione del suo mito trasformato in piazzista di automobili, oppure alla capacità mimetica – intelligenza del vero pacifista – di arrivare nelle case di tutti (anche dei WASP, anche dei qualunquisti, anche dei suprematisti laggiù a Charlottesville) per ricordare che avere un sogno non significa per forza credere alle favole?

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