Esteri

Le incognite della tregua in Siria

Preceduto dai raid governativi e russi, il cessate il fuoco esclude le potenti forze jihadiste sul terreno e favorisce Mosca e l'Iran

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Aleppo, Siria, 6 agosto 2016 – Credits: FADI AL-HALABI/AFP/Getty Images

La fragile tregua tra gli Stati Uniti, la Russia, il regime di Damasco in Siria e l'opposizione cosiddetta moderata e laica del Free Syrian Army è stata preceduta, durante il weekend, da un'intensa campagna aerea governativa, sostenuta dall'aviazione russa, che ha fatto centinaia di morti nella zona di Idlib e Aleppo.

Il cessate-il-fuoco, scattato all'alba, esclude però di fatto tutte quelle formazioni di stampo jihadista - come lo Stato islamico e Jabat al-Fatah al-Sham (l'ex Al Nusra considerata il braccio armato di Al Qaeda nel Paese) - che controllano ormai gran parte del territorio siriano e - nel caso di Ahrar al-Sham, una fazione fondamentalista alleata con l'ex Al-Nusra - sono sostenute da Paesi come la Turchia, l'Arabia Saudita, il Qatar, in teoria alleati occidentali.

Il rompicapo è militare e diplomatico e - tenendo anche conto dello straordinario numero di combattenti jihadisti - risulta facile pensare che sia una tregua dai piedi d'argilla. La Siria è oggi il terreno dove viene combattuta una guerra per procura da parte di tutte le potenze mondiali e regionali, talvolta alleate, talvolta in conflitto. C'è poi il fatto che il formale impegno del regime e dei ribelli “moderati” ad astenersi da eventuali attacchi o dal tentare di conquistare terreno durante il cessate il fuoco rischia di rimanere lettera morta. Così come appare difficile che si concretizzi l'accesso senza ostacoli agli aiuti umanitari alle zone assediate come Aleppo, perché i fattori in gioco - e il gioco delle piccole e grandi potenze regionali nell'area - non sono cambiati di una virgola.

Certo, ci sono alcune novità che favoriscono Mosca:
1) la destituzione del presidente siriano non è più, come hanno sostenuto negli ultimi anni i negoziatori americani e i loro alleati ribelli del Free Syrian Army, una precondizione per l’avvio del processo di pace
2) Se la tregua reggerà russi e americani creeranno una sorta di Stato maggiore congiunto per coordinare le operazioni contro i jihadisti e condividere le informazioni tattiche, operazioni che avranno inizio dopo sette giorni dall’inizio del cessate il fuoco.

L'andamento del conflitto, che sta favorendo le truppe di Assad e i loro alleati russi, iraniani e sciti, lascia comunque poco margine di manovra a Washington per trovare un intesa che aviti l’estinzione dei ribelli moderati e la vittoria dell’asse Mosca-Damasco-Teheran. Il conflitto tra gli obiettivi degli Stati Uniti e quelli di Paesi storicamente suoi alleati - come il Qatar e la Turchia -  renderà ancora più complessa la situazione sul terreno, e rischia di creare qualche grattacapo agli americani.  


Se  la tregua reggerà ci saranno dunque azioni militari congiunte contro l’Isis e  Jabat al-Fatah al-Sham, compreso il coordinamento di attacchi aerei nelle zone delimitate. Non dovrebbero essere coinvolte però le forze siriane. Un incognita in più di questa tregua che appare - con un comandante in capo americano ormai pronto a lasciare il testimone al suo successore - più un desiderio di prendere tempo, in attesa degli eventi, che  un embrione di accordo duraturo.

 
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