Le cause della violenza xenofoba in Sudafrica

Saccheggi, raid puniti e violenze nei quartieri più disagiati delle township: dopo settimane di inazione il presidente Zuma decide di inviare l'esercito

Paolo Papi

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Poveri contro poveri. Lavoratori locali contro lavoratori immigrati (i kwerekwere). Violenze e saccheggi contro i negozi gestiti da commercianti stranieri. Bande di giovani e giovanissimi, armati di bastoni e coltelli, che spargono il terrore nei quartieri più disagiati delle città sudafricane, prendendo di mira gli immigrati accusati di rubare il lavoro. Migliaia di sfollati, provenienti dai Paesi confinanti o dalle regioni subsahariane, costretti a abbandonare le loro case, mentre Mozambico, Malawi e Zimbabwe preparano in fretta e furia piani di reimpatrio per i loro concittadini che, specie nella regione orientale di Durban, hanno trovato temporaneo rifugio nelle tendopoli costruite dal governo per evitare il peggio.

Non è bastata la marcia indietro del re zulu Goodwill Zwelithini che, dopo aver inopinatamente chiesto agli stranieri di fare le valigie e lasciare il Paese, ha invocato la fine dell'ondata di violenze razziste che nelle ultime settimane hanno già lasciato sul terreno (almeno) sette morti,  tutti senza nome salvo uno, Emmanuel Sithole, un mozambicano di 35 anni  accoltellato il 20 aprile nella township di Alexandra  davanti a un gruppo di giornalisti del Sunday Times.  Nella speranza di riprendere il controllo di una situazione che sembra ormai totalmente sfuggita di mano,  il presidente Jacob Zuma, dell'African National Congress, ha mobilitato l'esercito. I soldati e la polizia hanno circondato un dormitorio nel quartiere di Jeppestown, a Johannesburg, arrestando 11 persone, tutte tra i 24 e i 27 anni, accusate di aver preso parte alle violenze contro gli immigrati dei giorni scorsi.

DISOCCUPAZIONE ALLE STELLE
Non è la prima volta che accade in Sudafrica. Già nel 2008 furono sessantadue le vittime straniere della violenza xenofoba, mentre nel 2012 furono 238 gli attacchi registrati contro i negozi e i lavoratori provenienti dai Paesi vicini. A rendere incandescente la situazione c'è il fatto che oggi, a differenza di sette anni fa, ci sono predicatori che hanno fornito in qualche modo una veste ideologica alla rabbia dei locali, come già è accaduto nella guerra fratricida tra hutu e tutsi in Rwanda. Il tutto in un Paese dove la disoccupazione è al 25%, con punte del 50% tra i giovani e giovanissimi, destinate a innalzarsi spaventosamente nei quartieri più poveri delle città dove attecchisce la propaganda anti-immigrati.

LA CRISI DEL GOVERNO DELL'ANC
Gli scandali che hanno investito il governo dell'Anc e la stagnazione economica, poi, hanno minato profondamente il consenso di cui ha goduto per anni il regime del post-apartheid, specie quando ancora in sella c'era Nelson Mandela. Non basta più, per tenere unito un Paese dove la comunità nera che si è risvegliata senza più speranze, la scusa che è sempre colpa dei bianchi quando sono passati venticinque anni dalla fine del regime segregazionista. E se, per tenere a bada la rabbia dei locali, il governo decide di inasprire le leggi sull’immigrazione, rendendo più difficile ottenere permessi di lavoro e visti, il risultato complessivo è sotto gli occhi di tutti: i lavoratori immigrati, che prima erano perfettamente legali, diventano clandestini, mercé della rabbia dei poveri che popolano le township sudafricane.

 

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