La mappa dell'avanzata del Califfato in Medioriente

Muovere guerra allo Stato Islamico non basterà a portare la pace . Servono progetti per il futuro delle sempre più divise società arabo-musulmane

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Un fermo-immagine dal video choc con l'esecuzione del pilota giordano – Credits: @Rita_Katz/Twitter

Luciano Tirinnanzi

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Iraq, febbraio 2015. La guerra lampo dello Stato Islamico per imporre il Califfato in Mesopotamia, nelle terre che dal VII e al XIII secolo videro prosperare l’Impero musulmano degli Omyyadi prima e degli Abbasidi poi tra Damasco e Baghdad, è entrata nella sua fase più difficile e complicata.

La barbara messa al rogo del pilota giordano da parte degli scatenati miliziani di Al Baghdadi, che sono sempre più evidentemente un macabro errore della storia, ha provocato la reazione di Amman che mercoledì 4 febbraio ha bombardato Mosul, la capitale irachena del Califfato da cui tutto è iniziato.

La situazione in Siria
La Siria è al suo quarto anno di guerra e il regime del presidente Bashar Assad appare sempre più in difficolta. Si diradano infatti i raid dell’aviazione di Damasco e la stessa capitale è ora sotto il tiro dei ribelli di Ghouta, una delle tante fazioni in lotta che non riconoscono padroni, chiamati Esercito dell’Islam guidati da Zahran Alloush.

 Lo Stato Islamico si è assestato tra Aleppo, Deir El Zor e il confine con l’Iraq, mentre l’esercito regolare controlla neanche troppo bene la costa siriana, il porto di Tartus, le città di Homs e Hama e una parte del confine col Libano, ma non il confine con Israele e solo in parte quello con la Giordania.

Iraq
In Iraq, i progressi dei Peshmerga curdi hanno respinto le incursioni dello Stato Islamico a nordest dell’Iraq, da Kirkuk a Wadi Al Ghorab, e le aree a maggioranza curda sono tra le più sicure in tutta la regione, pur se oberate dalla presenza di migliaia di profughi cui mancano anche i beni di prima necessità. L’esercito regolare iracheno, invece, controlla Baghdad e tutto il meridione del Paese, pur se la capitale è teatro di attentati dinamitardi quasi giornalieri, e non riesce ad assestarsi più in là, nonostante i raid amici della coalizione internazionale. Ciò nonostante, miracolosamente l’economia irachena non risente ancora del costo della guerra.

Giordania
La popolazione giordana e la potente tribù Bararsheh, ramificata nel sud del Paese, gridano “viva il Re, morte a Daesh” e si aspettano che la reazione di Amman sia ancor più drastica, anche se il confine giordano sinora non è ancora stato violato. Posizione difficile quella giordana, la cui popolazione sunnita (92%) è divisa al suo interno tra interventismo e solidarietà al Califfato. Amman sembra sempre più un vaso di coccio tra vasi di ferro.

Libano
Situazione simile si può ritrovare in Libano, la cui società è però multiculturale e multireligiosa: il rischio di un coinvolgimento diretto nel conflitto segnerebbe un certo deterioramento per la sicurezza, tale da rovesciare il già precario equilibrio politico. E del resto, nei mesi passati vi sono state alcune incursioni nel Paese e Beirut resta uno dei possibili obiettivi del Califfato.  

Israele
Israele, per parte sua, segue la consueta linea secondo cui “la miglior difesa è l’attacco” e continua ad attuare raid mirati che sono da sempre la cifra della sua strategia difensiva. Secondo il premier Netanyahu, però, nulla cambia rispetto al passato. Significativamente, il premier israeliano sottolinea come “L’ISIS brucia la gente viva mentre l’Iran la impicca nella pubblica piazza”. Come a dire, che i pericoli sono molteplici e che la barbarie non è confinata in Iraq.

Iran
L’Iran sciita è l’altro grande player nella partita anti-Califfato. Teheran è stata investita in via ufficiosa, tanto dal governo di Baghdad quanto dalla coalizione internazionale (leggi Stati Uniti), dell’arduo compito di contribuire a contenere la minaccia sunnita, addestrando e combattendo al fianco dell’esercito iracheno e dei Peshmerga curdi. Ma gli Ayatollah potrebbero voler giocare una partita più ampia, tesa a rafforzare la presenza sciita che si esprime dallo Yemen alla Siria in un Medio Oriente a prevalenza sunnita.

In gioco non c’è solo la sopravvivenza dello sciismo, ma piuttosto un tornaconto politico-economico ben più tangibile, che consiste nella fine dell’embargo e nella ricerca di un consenso internazionale affinché l’Iran possa divenire un robusto pilastro dell’Asia Minore.

La fine della guerra
La grande guerra mediorientale che da un momento all’altro potrebbe degenerare in conflitto aperto, con migliaia di truppe sul campo, ancora non si è vista. Tuttavia, mai come a inizio 2015 gli squilibri regionali potrebbero portare decine di Paesi a scontrarsi continuamente. Non si può però dimenticare che la guerra ad alta intensità in Siria e Iraq preoccupa tanto quanto quella a bassa intensità in corso in molti degli altri Paesi sopra descritti, poiché gravida di nuove sciagure per tutto il mondo islamico.

 Le conseguenze di ciò che vediamo oggi, infatti, si ripercuoteranno inevitabilmente nelle società arabe di domani. Tribù di beduini sono in subbuglio dalla Libia alla Giordania, minoranze etniche non hanno più una patria, e ogni giorno che passa sorgono nuove città-Stato controllate da piccole fazioni che approfittano del conflitto per regolare conti personali. Insomma, il mondo arabo-musulmano è vittima di un banditismo e di una frammentazione di poteri e territori molto preoccupante.

Il futuro politico del Medio Oriente
Non siamo così ipocriti da pensare che aver bruciato un pilota sia la sola ragione sufficiente per attaccare lo Stato Islamico. Forse nessuno lo ricorda, ma nel maggio del 2014 a Odessa, in Ucraina, soldataglie nazifasciste diedero fuoco alla Casa dei Sindacati per coprire i loro stupri e omicidi di civili (tanto per dire, una donna incinta fu prima strangolata con il filo del telefono e poi data alle fiamme). Eppure, mentre civili muoiono ogni giorno a Donetsk, nessuno ne parla e tantomeno pensa di intervenire in difesa dei nostri parenti europei.

 La guerra allo Stato Islamico, se ci sarà, dovrà essere condotta convintamente e fino in fondo. Ma soprattutto dovrà prevedere un solido progetto per il futuro, dato che l’Islam politico si è dimostrato insofferente tanto agli Stati-nazione, quanto al modello di democrazia e di repubblica occidentale imposti nel secolo passato.

 E nei fatti, quando queste società non sono finite sotto una dittatura, sono apparse ancor più divise e divisive al proprio interno di quanto non sia accaduto in passato. A meno che qualcuno non abbia tutto l’interesse a mantenere quella strategia politica del divide et impera, che fece la fortuna degli antichi romani.

 

 

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