La valle che porta all'Isis

Da Pankisi, nella Georgia orientale, solo nel 2015 sono partiti 50 mujaheddin: è l'area europea che ha il record di arruolati nel Califfato

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Myriam Meloni – Credits: La valle del Pankisi, nel nordest della Georgia, è abitata da 10 mila persone, in gran parte musulmani ceceni immigrati

Laura Silvia Battaglia ed Elena Ledda

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Sottosviluppo e isolamento. La valle di Pankisi, nel nord-est della Georgia: è abitata da circa 10 mila persone, in gran parte immigrati ceceni musulmani fuggiti dalla guerra tra 1994 e 1996. Nella foto più grande appare il busto di un giovane sui vent'anni: ha gli occhi chiusi, il volto e la barba insanguinati. In una foto più piccola, lo stesso ragazzo è vestito da militare: guarda dritto davanti a sé e tiene il dito indice puntato verso l'alto, nella dichiarazione di fede islamica verso il Dio-Unico, la shahada.

È una notte fredda, e un altro ragazzo di Pankisi è morto in Siria: Leila Atchishvili piange guardandone le immagini sul telefonino. Leila ha 48 anni, è imprenditrice di professione e cantante per passione. In Siria ha perso entrambi i figli maschi, Hamzat e Khalid: il primo morto in un'esplosione, l'altro in circostanze ancora misteriose. Come circa la metà dei circa 10 mila abitanti che oggi vivono nella valle di Pankisi, nel nord-est della Georgia, in piena Europa, Leila è arrivata a Jokolo (oggi tristemente famosa per essere la località dalla quale provengono quasi tutti i giovani georgiani arrestati per affiliazione all'Isis) come rifugiata durante la prima guerra cecena. Era il 1994, a Grozny la donna aveva lasciato suo marito, combattente, e si era trasferita con i figli (allora di 12 e 10 anni) nel villaggio dei genitori che, come l'altra metà della popolazione di Pankisi, appartengono ai kist, la comunità di etnia cecena che popolò la valle più di due secoli fa.

I primi anni in Georgia sono stati molto duri. Era difficile adattarsi per i figli, mentre Leila faceva la spola con la Cecenia come corriere, trasportando armi peri combattenti. Poi il figlio Hamzat, a 15 anni, è stato folgorato sulla via di Damasco. "Mi accorsi di qualcosa di strano quando il direttore della scuola mi disse che andava a lezione con l'abito lungo, una jallabia" ricorda Leila. "Ma Hamzat non usciva di casa vestito così, si cambiava una volta arrivato in classe". Quando la donna gli chiede il perché, il figlio risponde: "Sono abbastanza grande da essere indipendente e secondo il Corano abbastanza da andare anche a combattere".

Hamzat a combattere in Siria ci va nel 2012. Un cammino parallelo segue poco dopo suo fratello minore, Khalid. Leila va ad Aleppo, dove trova Hamzat che ha cambiato nome in Abdullah. Ma non lo convince a tornare a Pankisi. Oggi piange i due figli senza capire perché lo abbiano fatto: "Se un nemico viene a casa tua, combatti per proteggerti; ma perché vai a combattere in un altro Paese?". Nella valle di Pankisi, la storia di Leila si ripete per una cinquantina di altre donne, accomunate dal destino di essere madri, sorelle, mogli di combattenti morti per il Califfato.

Secondo il Soufan group, che da New York fa ricerca sul terrorismo, dei 12 mila "foreign fighters" presenti tra Siriae Iraq dal 2014,e provenienti da 81 Paesi, quelli originari delle ex Repubbliche caucasicheè elevato, 4.700. Dalla valle georgiana di Pankisi, soltanto nel 2015, sarebbero partiti in 50 e nessuno ha fatto mai ritorno. Le donne s'incontrano a ogni funerale, tra Birkiani, Omalo, Duisi e Jokolo, i villaggi sul fiume Alazani, che divide in due la valle di Pankisi.

Ogni volta il quadro di dolore si ricompone e Leila accarezza altre mani: "So che lo aspetterai come io continuo ad aspettare i miei figli, anche se non torneranno". Stavolta tocca a Ramsan, il ragazzo delle foto nel telefonino in mano a Leila. La veglia funebre di stasera, a Birkiani, è per lui. Di fronte alla disgrazia di un figlio morto per il Califfato, c'è chi non ha nemmeno più le lacrime per piangere. Temor Batirashvili è il padre di Omar al-Shishani, oggi lo jihadista più famoso dopo Abu Bakr al-Baghdadi e Jihadi John. Da quando le voci sulla morte del figlio sono state confermate dalla Cia, Temor si è chiuso nella piccola casa in legno, immersa nel verde.

Ha rifiutato ogni intervista, ma anche oggi che non è più assediato dalla stampa si ritrae con poche parole: "Ne ho abbastanza. Quello che è morto non è mio figlio. Non lo conoscevo, non so chi lo abbia ridotto così. Lasciatemi in pace: per me mio figlioè morto due volte". Il caso di Omar al-Shishani, al secolo Tarkhan Tayumurazovich Batirashvili, nato e cresciuto in una famiglia cristiana ortodossa della valle, narra una dinamica di radicalizzazione comune agli altri 50 "foreign fighters" che hanno lasciato Pankisi per la Siria nel 2015: una vita normale, come può esserlo nel villaggio di una valle di rifugiati ceceni, condita da ricordi di guerra e da sentimenti di vendetta nei confronti dei russi; una fase di apprendistato nel contrabbando; il pentimento; la redenzione e l'abbraccio dell'Islam; la radicalizzazione verso il wahabismo prima e il salafismo poi; la scelta di diventare mujaheed; la partenza; il martirio.

Omar Aldamov è l'imam della moschea sciita di Pankisi e nutre un forte sentimento anti-russo, mentre manifesta una certa "allergia" verso le moschee concorrenti della zona: "Da me si coltiva l'Islam originario degli abitanti della valle" dice. "Siamo sciiti e il nostro unico mujaheed, dopo il profeta Muhammad, è Ali, sacro sia il suo nome. La guerra in Siria non ci appartiene, ma Vladimir Putin non ci piace. Non chiedetemi se sapevo chi volesse andare in Siria. Certamente non venivano da me a consultarsi. Chiedete altrove".

L'altrove di cui parla il mullah si trova sulla via principale che collega Birkiani a Omalo. Sulla strada si succedono cinque moschee, un paio recentissime, cui è interdetto l'accesso ai non musulmani. La più recente, bianca con un minareto, ha un'angusta sala interna e una zona delle abluzioni senza una sezione per le donne, segno che non è prevista una presenza femminile nemmeno nelle grandi occasioni. La moschea è custodita da un giovane salafita: barba lunga, jallabia bianca. Non fa domande e non vuole che gliene facciano. Chi entra prega e se ne va. L'uomo fa presente che questa è una moschea nuova e che ha una policy diversa rispetto alla principale, la moschea rossa. "Quelli sono finanziati dai sauditi" dice, con malcelato disprezzo.

La moschea dei sauditi, infatti, è diversa. Ampia, con una bella architettura in cotto che si armonizza bene con gli edifici della valle. Ha una sezione separata dedicata alle donne, la biblioteca, la zona per le abluzioni differenziata per sessi, locali ai piani superiori per lo studio, la scuola coranica e attività alternative. C'è un negozio per abiti femminili gestito da donne. Si capisce subito che qui girano soldi. Islam Margoshvili è il custode preposto a introdurre in moscheai visitatori musulmani ma solo se ne ha provato prima l'appartenenza alla religione. Islam, che ha un filo di barba bionda, la camicia biancae un paio di jeans,è rientratoa Pankisi per il Ramadan. Frequenta il secondo anno dell'università islamica di Ryhad, in Arabia Saudita: "Studio per diventare un sapiente" dice.

Spiega che la moschea è stata costruita in un annoe mezzo, tra il 2003 e il 2004. "I sauditi presiedono alle attività religiose. Abbiamo ottimi rapporti con la capitale Ryhad e con la Mecca,e l'anno scorso hanno scelto me per questo lungo programma di studio". Islam racconta come è diventato l'uomo che è: "Nella mia famiglia si conducevano attività criminali. Non volevo essere come loro. Sono ritornato ad Allah e voglio continuare sulla sua via". La famiglia di Islam è una delle tribù di contrabbandieri più note di Pankisi. Alcuni tra i suoi componenti sono già diventati quadri di milizie qaediste o dello Stato islamico.

Uno tra tutti: Salahuddin al Shishani, al secolo Fetullah Margoshvili, comandante della milizia qaedista Jaish al-Muhajireen wal-Ansar. Sembra che parecchi giovani, figli di migranti, siano finiti in Siria solo per desiderio di riscatto con destinazione finale paradiso. Secondo Aleko Kvakhadze, docente alla Tblisi State university e studioso del reclutamento di giovani da Pankisi, "l'ideologia è il principale motore: la maggior parte dei giovani sono seguaci di un Islam radicale e credono sia loro dovere combattere la Jihad". Però, aggiunge, ci sono anche ragioni sociali: "Molti di quanti sono partiti per la Siria,a Pankisi vivevano in povertà e non avevano un ruolo. Lì sono diventati comandanti, hanno conquistato soldi e rispetto. Sono diventati eroi da imitare".

La comunità locale, però, rifiuta di essere schiacciata dall'invasione dei predicatori che postulano la Jihad come via per il "vero Islam". E c'è chi propone alternative. Come Gela Mtivlishvili, una giornalista che all'inizio del 2016 ha creato una radioe un centro di formazione per i giovani della zona. "A Pankisi mancano le iniziative per ragazzi. Vanno in Siria non solo per ideologia e religione, ma anche e soprattutto per questioni economiche" spiega. "Ho deciso di fare qualcosa perché possano rimanere". L'obiettivo del progetto, coordinato da Gela e sostenuto dall'ong Center for civic activities, è dare formazione in più ambiti: il giornalismo, l'aiuto nella stesura di richieste di finanziamenti pubblici per aprire attività, perfino la preparazione dell'esame di guida.


Che disoccupazione e assenza di prospettive siano i principali problemi della valle è opinione anche di Zelimkhan Tsutsashvili, capo del consiglio degli anziani, un'entità che fa da mediatrice tra il governo centrale e le comunità locali. "Sono convinto che se ci fosse lavoro partirebbero molti meno giovani per la Siria" dice senza esitazione. Un altro degli obiettivi della radio mira a risolvere è la mancata integrazione. Dice Shorena Rhangoshvili, insegnante d'inglesee giornalista della radio: "La nostra è una comunità isolata, che parla un'altra lingua e professa un'altra religione rispetto alla maggioranza della popolazione georgiana. Noi vogliamo chei giovani di qui diventino parte attiva della società". Anche Ushanghi Kokashvili fa parte del consiglio dei saggi della valle. Comprende il fenomeno dei "foreign fighters" verso la Siria ma non lo giustifica: "Noi non vogliamo essere occupati culturalmente da questo Islam wahabita che nulla ha a che vedere con le nostre originie con gli usi della nostra comunità".

Ushanghi, che vuole preservare le tradizioni sufie sciite della sua comunità, si sente assediato dall'ingerenza saudita nella valle: è quella che ha strappato molti giovani all'Islam seguito dai nonni e dai padri. Ushanghi vorrebbe coltivare speranze sul futuro dei giovani, ma nonè facile: "Vanno anche a morire altrove. E il più delle volte non possiamo nemmeno seppellirli". A Omalo, alla veglia funebre di Mukhmad, morto insieme a Ramsan, erano in tanti, compresa la sorella Manana Turkoshvili, rassegnata e insieme fiera per il suo martirio. Anche stavolta nonè arrivato il corpo, polverizzato in Siria sotto un bombardamento russo.

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