Il Re dell'Arabia Saudita Salman bin Abdulaziz Al Saud e Vladimir Putin   Saudi King Salman bin Abdulaziz Al Saud visits Moscow
Esteri

La "strategia russa" dell’Arabia Saudita

La prima visita di un sultano saudita a Mosca e la sua influenza sulla guerra in Siria e sul ruolo dell'Iran in Medio Oriente

La prima visita di un sultano saudita a Mosca ha il sapore di una vittoria diplomatica per Vladimir Putin. Re Salman ha infatti incontrato per la prima volta al Cremlino il presidente russo, ridando lustro a un rapporto mai nato tra Federazione Russa e Arabia Saudita, che pure hanno in comune interessi enormi sia in ambito energetico che nel campo della sicurezza.

Mosca, pur non sedendo al tavolo all’OPEC, l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio, condivide, per esempio con Riad il primo posto nella classifica dei paesi produttori di petrolio. E già questo basterebbe a spiegare la necessità di un incontro al vertice. Ma più che le strategie energetiche, sono state la presenza crescente della Russia in Medio Oriente e il suo intervento nel conflitto siro-iracheno al fianco dell’Iran - ovvero il nemico numero uno dei sauditi - ad aver accelerato il corso diplomatico.

Differenza di vedute

Vladimir Putin ha definito l’incontro avvenuto nel Salone di Sant’Andrea "un evento storico, che darà un forte impulso allo sviluppo delle nostre relazioni bilaterali". Dunque, Mosca punta a far passare questa visita come l’inizio effettivo di una cooperazione economica strategica di lunga durata, mentre Riad punta a un obiettivo meno ambizioso e più incombente: raffreddare l’espansionismo iraniano nella regione.

Questo e non altro ha convinto il vecchio monarca a prendere un aereo nonostante la veneranda età e a scendere la scaletta mobile da solo (si è inceppata al suo arrivo creando momenti d’imbarazzo nel protocollo), pur consapevole che quest’ambasciata rischia di irritare non poco Washington.

Riad, infatti, lo scorso maggio ha siglato un accordo da 110 miliardi di dollari sulla vendita delle armi alla presenza dello stesso Donald Trump, che nella terra del Profeta ha ricevuto la più alta onorificenza assegnata ai capi di stato non musulmani.

Ma soprattutto, in quell’occasione è stata rinverdita l’alleanza diplomatico-militare proprio in funzione anti-iraniana: Riad ha ricevuto assicurazioni precise dal presidente americano circa il futuro dei rapporti tra gli Stati Uniti e l’Iran, e circa il prosieguo dell’accordo sul nucleare che ha portato a Teheran benefici non indifferenti: la Casa Bianca non intende più favorire gli Ayatollah ed è pronta a rivedere quel patto.

L'importanza della stabilità

Una buona notizia per l’Arabia Saudita, che tuttavia non si può accontentare delle parole di un leader che ogni quattro anni deve vincere delle elezioni democratiche. Molto meglio avvicinarsi a un presidente che non ha questi “problemi”, specie se la guerra incombe: come noto, oltre a Siria e Iraq, gli interessi di Riad si spingono fino in Yemen, dov’è in corso una guerra civile tra sunniti e sciiti che Riad non riesce a vincere e dove l’Iran gioca un ruolo centrale. Essendo Mosca il miglior alleato di Teheran, la cosa migliore che può fare la casa regnante saudita è frapporsi a quest’alleanza con il solo mezzo che conosce: il denaro.

La sintonia tra Mosca e Riad si era plasticamente evidenziata già lo scorso gennaio, quando i due Paesi trovarono un accordo soddisfacente sul taglio alla produzione di petrolio, per provare a dare stabilità al mercato dell’oro nero e calmierare i prezzi al ribasso. Putin e Salman hanno deciso di ripartire da qui e di proseguire lungo la strada già tracciata.

Doppia alleanza

Dal loro incontro sono poi originate diverse dichiarazioni d’intenti per dar vita a nuovi progetti petrolchimici, di ricerca spaziale, per l’energia nucleare, oltre ad accordi su armi e investimenti finanziari e nel campo dell’agricoltura. Tre miliardi di dollari sul piatto che servono per rompere gli indugi ma anche per aiutare Riad a diversificare la propria economia per il futuro, in ossequio al progetto di riforme Vision 2030 varato nell’aprile del 2016 dal principe Mohammad Bin Salman.

Tuttavia, nella mente del monarca quest’apertura non può certo sostituire l’alleanza appena rinnovata con l’America, che ha segnato un momento davvero importante nelle strategie di contenimento dello sciismo in Medio Oriente, dove invece Mosca non ha dimostrato, per il momento, di voler cedere neanche di un millimetro.

Offrendo la propria disponibilità ad accordi economici, Re Salman spera così che Vladimir Putin possa fare da intermediario per limitare le mire iraniane sull’Iraq e sulla Siria e per tutelare quel mondo sunnita che, dopo aver perso la guerra, è oggi esposto alla sconfitta anche politica, quando si dovranno ridefinire i nuovi governi regionali.

In ogni caso, il nuovo corso cancella in parte le divisioni osservate lungo tutto il Novecento. Quando cioè Riad, dimentica del fatto che l’Unione Sovietica fu il primo Paese al mondo a riconoscere il regno dei Saud, si allontanò progressivamente da Mosca in rispetto al posizionamento strategico che la Guerra Fredda imponeva. Riad, come noto, scelse gli Stati Uniti.

Oggi, dopo un secolo dalla rivoluzione d’ottobre, quegli equilibri non esistono più e l’Arabia Saudita è più che mai esposta a un enorme ridimensionamento del proprio potere nell’intero Medio Oriente. Per questo, farà qualsiasi cosa per non soccombere di fronte alla geopolitica che muta.

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