La strategia mediatica dello Stato Islamico

Quella del Califfato non è solo una guerra militare ma anche di propaganda. Ecco i tratti distintivi del cyberjihad

IRAQ-CONFLICT-SUNNI

Miliziani sunniti alleati con l'Isis a Ramadi – Credits: HAIDAR HAMDANI/AFP/Getty Images

di Marta Pranzetti per Lookout news

La proiezione di un video dell’ex rapper tedesco Deso Dogg, oggi combattente per lo Stato Islamico dopo essersi convertito all’Islam, chiude il convegno ospitato all’università di Tor Vergata il 9 giugno sul tema del linguaggio mediatico utilizzato da ISIS, organizzato dal Centro Italiano di Strategia e Intelligence. Si tratta dell’ultimo nasheed (canto o inno popolare nella tradizione islamica, ndr) inneggiante al jihad composto da Abu Talha al-Amani, nome de guerre di questo giovane mujahid proveniente dalla Germania.

 Ma una particolarità viene messa in risalto dai relatori del convegno sul montaggio e sulla diffusione del video che accompagna questo canto intitolato Fi Sabil Allah (Sulla via di Allah). Al-Hayat, la casa di produzione di proprietà dello Stato Islamico che lo ha veicolato, ne ha prodotte due versioni: una dalle immagini più cruenti da diffondere in Medio Oriente e una meno violenta da far circolare in Europa.

 Questo è solo uno dei tanti esempi che dimostrano le capacità di adattamento del linguaggio mediatico di ISIS o Daesh (dall’acronimo arabo che sta per Stato Islamico in Iraq e Siria), che fa uso di una sofisticata strategia di comunicazione multidimensionale rendendola uno strumento efficace della sua propaganda e del suo cyberjihad.

 Affrontati nel dettaglio da Antonio Albanese e Graziella Giangiulio, autori del libro Lo Stato Islamico (edito da AGCCommunication), questi aspetti legati alla strategia mediatica di ISIS evidenziano l’attenzione del Califfato verso il settore della comunicazione. Una strategia fondata non più soltanto sull’utilizzo dei media tradizionali ma anche in larga misura dei social network e dei nuovi media: soprattutto Twitter, che rispetto a Facebook risulta meno facilmente oscurabile.


Tra le novità c’è il mujatweet, un video di 140 secondi in cui gente esprime la sua gratitudine allo Stato Islamico

Come sottolineato durante gli interventi, non è un caso che in ogni provincia conquistata (sia essa in Siria, Iraq, Libia o Egitto) ISIS nomini il suo governatore, il suo comandante di polizia e il suo responsabile della comunicazione. Questa figura serve infatti non solo a diffondere messaggi istituzionali tesi a dimostrare l’efficacia dell’azione politica di ISIS sul territorio – screditando al contempo l’intervento della coalizione internazionale e più in generale mettendo in evidenza la corruzione che domina i Paesi dei miscredenti – ma anche ad adescare nuovi elementi, siano essi veri e propri combattenti o anche solo cyberjihadisti (vale a dire coloro che attraverso la diffusione on line dei messaggi di ISIS contribuiscono alla causa pur trovandosi fisicamente lontani dal Califfato).

 In rete, una volta decriptato il linguaggio informatico utilizzato dai tecnici di ISIS, è possibile trovare una miriade di format e di messaggi diffusi dalle reti ufficiali del Califfato senza necessità di approdare nel deep-web (rete invisibile, ndr). Tutta l’opera di informazione e propaganda è fatta in chiaro attraverso comunissimi siti di video-sharing, forum (Ask.fm) e altri noti social network.

Tra le invenzioni più recenti c’è ad esempio il mujatweet, un video di 140 secondi (che ricorda i 140 caratteri di Twitter) dove gente comune esprime la sua gratitudine allo Stato Islamico mettendone in risalto gli aspetti di equità, solidarietà e comunitarismo. Uno di questi riprende l’inaugurazione del parco giochi di Raqqa, in Siria, dove responsabili dello Stato Islamico offrono gelati ai bambini. Un altro è incentro sulle comunità straniere (bosniache, tajike o addirittura inglesi) emigrate nello Stato Islamico. Un altro ancora descrive il clima di condivisione nelle mense comuni durante il Ramadan, sempre ritraendo momenti di vita quotidiana dall’apparenza idilliaca.

 Questo sistema di comunicazione integrato e multidimensionale consente allo Stato Islamico di raggiungere un target quanto più variegato possibile e in ampissima parte estremamente giovane. La peculiarità della propaganda di ISIS è che non si limita ai popoli arabi. Le sue case di produzione e broadcasting (Al-Hayat e Al-Furqan sono le più note delle quattro istituzionali, ma esistono almeno una quarantina di case di produzione regionali) lavorano infatti quantomeno sempre in lingua inglese e araba (o almeno con i sottotitoli) se non anche in russo e francese. Vengono inoltre adoperate tecniche di montaggio audio e video che sono tipiche dei format occidentali.

 Dalle ricerche portate avanti dagli esperti Antonio Albanese e Graziella Giangiulio emerge poi una evidente somiglianza con i video prodotti dal network qatarino di Al Jazeera e con le tradizionali musalsalat siriane (serie televisive o soap opera tipiche del mese di Ramadan, ndr). Sebbene non vi siano riscontri ufficiali è comunque sicuramente ipotizzabile che grandi producer del mondo arabo, in molti tra l’altro spariti negli ultimi anni, si siano uniti alla causa e lavorino attualmente per ISIS.

 La grande attenzione che Daesh ha riposto sull’aspetto mediatico gli vale pertanto oggi un grande ritorno di immagine e un crescente numero di simpatizzanti. Ne sarebbe stato sicuramente fiero Abu Musab Al Zarqawi, mentore di Al Baghdadi e leader del gruppo da cui ISIS tra origine (Al Qaeda in Iraq), che non a caso era un giornalista e fu tra i primi a sfruttare i media a fini terroristici.

© Riproduzione Riservata

Commenti