Esteri

La strategia di Trump per pacificare la Libia

Sconfiggere ISIS per prendere il petrolio e raggiungere un accordo con il generale Haftar: la ricetta del nuovo presidente americano

US-POLITICS-TRUMP

Alfredo Mantici

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Per Lookout news

Il 12 maggio scorso le milizie controllate dal Governo di Accordo Nazionale (GNA) retto dal premier Fayez Al Serraj e appoggiato dalle Nazioni Unite, hanno sferrato un’offensiva militare contro la città di Sirte, roccaforte dei jihadisti dello Stato Islamico in Libia. Dopo furiosi combattimenti che sono costati alle forze lealiste, in massima parte composte dalla Brigate di Misurata, 667 morti e oltre 3.000 feriti, gli islamisti del Califfato sono stati in gran parte eliminati o scacciati dalla città.

 Tuttavia il successo militare delle milizie del GNA, sostenute dallo scorso primo agosto da raid dell’aviazione americana, non è stato completo perché un nucleo di ultimi combattenti di ISIS si è asserragliato in una parte del distretto di Al Ghiza Al Bahrirya, un’area di poco più di un chilometro quadrato, e continua a resistere combattendo casa per casa.

 Il portavoce delle truppe del GNA, Rida Issa, intervistato dall’Agenzia France Press ha dichiarato che “la battaglia è andata per le lunghe per diverse ragioni: in primo luogo abbiamo incontrato una resistenza più dura di quanto ci aspettassimo […] le truppe hanno sofferto molte perdite e cominciano ad accusare la fatica di una lotta così prolungata. In secondo luogo nelle ultime fasi è diventato chiaro che l’ISIS usa i civili della città come scudi umani e questo ostacola gli attacchi contro gli ultimi edifici che ancora occupano […] Un nemico di questo genere può essere solo sterminato e questo è quello che stiamo facendo”.

 Che gli islamisti usino civili come scudi umani è confermato dal fatto che gli americani, per paura di “danni collaterali”, hanno interrotto i bombardamenti aerei sulle posizioni del Califfato e dopo una settimana di sosta li hanno ripresi solo il 14 novembre. La battaglia di Sirte sembra quindi destinata a durare, anche se la sorte degli irriducibili dell’ISIS sembra segnata.

 

La situazione in Libia

La conquista definitiva di Sirte e la cacciata definitiva dalla Libia della filiale libica del Califfato siro-iracheno segnerà un’indubbia vittoria politica per il Governo di Accordo Nazionaleche dall’inizio di quest’anno, forte dell’appoggio dell’ONU e dell’Unione Europea, tenta di accreditarsi come unico governo legittimo di quella che era fino al 2011 la Jamahiriya di Gheddafi. Finora, però, gli sforzi del suo leader Al Serraj per ottenere una legittimazione interna non hanno avuto molto successo in quanto né il governo islamista “moderato” di Tripoli (espressione del General National Congress, GNC) né il parlamento di Tobruk (la House of Representatives, HOR), controllato dal generale della Cirenaica Khalifa Al Haftar, lo hanno riconosciuto come governo unitario.


Al momento la Libia è in uno stato di “libanizzazione”, un neologismo di moda nel linguaggio diplomatico per definire una realtà che vede uno stato diviso in aree controllate da milizie armate indipendenti e in competizione armata reciproca. La Tripolitania è divisa tra le forze che appoggiano il GNA e quelle rimaste fedeli al parlamento di Tripoli. La Cirenaica è sotto il controllo del generale Haftar (che, non va dimenticato, gode del sostegno aperto dell’Egitto del generale Abdel Fatah Al Sisi e di quello “coperto” della Francia), mentre il Fezzan si autogoverna sotto il controllo delle principali tribù della regione.

 

Secondo l’International Crisis Group, un centro studi molto ascoltato dai governi europei e dalle nazioni Unite, la Libia “può rapidamente entrare in uno stato di caduta libera se non si mette rapidamente ordine nella sua miriade di attori politici. Un anno fa il conflitto opponeva i due parlamenti rivali (quello di Tripoli e quello di Tobruk, ndr). Oggi la lotta si sviluppa principalmente tra il campo degli alleati del GNA e quello dei suoi oppositori, ciascuno pesantemente armato”.

 

Gli Stati Uniti e l’Europa, pur sostenendo Al Serraj al momento hanno dato priorità alla guerra all’ISIS. Ma se lo Stato Islamico verrà definitivamente espulso dalla Libia nelle prossime settimane, non avranno più alibi e dovranno seriamente mettere mano alla ricerca di un serio accordo politico tra le varie fazioni, pena la definitiva scomparsa della Libia unitaria che è esistita fino alla caduta di Gheddafi.

 

Il petrolio e le prime mosse di Trump

Un ruolo importante nel ritorno della Libia alla normalità lo dovranno ovviamente avere gli Stati Uniti che, per recente ammissione del presidente Barack Obama, partecipando all’avventura militare anglo-francese che ha abbattuto nel 2011 il regime di Gheddafi, hanno contribuito – testuali parole del presidente USA a “combinare un casino” (“a mess”).

 Il prossimo inquilino della Casa Bianca, Donald Trump, durante la campagna elettorale ha detto chiaramente che i “nuovi” Stati Uniti dovranno intervenire con cautela all’estero evitando gli eccessi e gli errori a suo dire commessi dalle Amministrazioni Bush e Obama. Tuttavia, parlando della Libia Trump ha detto: “Chi possiede il petrolio in Libia? L’ISIS. Se l’Isis ha il petrolio perché non facciamo un blocco navale per impedirgli di venderlo? Perché non facciamo vedere i sorci verdi all’ISIS a suon di bombe?”.

 Un’analisi semplicistica, forse, ma che lascia intendere che Trump potrebbe in un prossimo futuro, magari a seguito di un accordo con Mosca, intervenire in Libia con mezzi più sbrigativi di quelli adottati da un Obama evidentemente pentito per aver contribuito nel 2011 a creare il caos che ancora regna oggi a Tripoli e dintorni.

 Se gli Stati Uniti vorranno intervenire in Libia è presumibile che lo faranno appoggiando il generale Haftar. Non a caso, stando a quanto riporta l’agenzia Reuters, il generale è arrivato tra i primi nella gara per fare i complimenti per la vittoria a Trump. Con buona pace dell’Europa e dell’ONU che sostengono incondizionatamente Al Serraj, è presumibile che il prossimo anno questi sia costretto, sotto la spinta della nuova Amministrazione americana, a trovare un compromesso con l’uomo forte della Cirenaica. Un’intesa la cui mancanza è oggi una delle cause principali del disordine libico.

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