La strategia degli Stati Uniti per sconfiggere l'Isis

Continuare a bombardare ma vincere anche la battaglia delle idee per fermare l'abnorme flusso di combattenti: il discorso di Obama all'Onu

 

Non ha negato che sarà una guerra lunga e difficile, quella che sta impegnando la coalizione internazionale (70 Paesi) contro lo Stato islamico. Ma, per Barack Obama, che ieri ha aperto al Palazzo di Vetro il summit antiterrorismo, ci sono anche ragioni di ottimismo in questa guerra "perché l'Isis in Iraq e in Siria è circondato da una comunità di Stati impegnata a combatterlo e distruggerlo" e anche perché "lo Stato islamico offre solo sofferenza e morte" alle popolazioni sotto il suo controllo.

Semmai, secondo il presidente americano, occorre una diversa visione strategica per avere ragioni sui miliziani di Al Baghdadi. La sola soluzione militare, se disgiunta da una battaglia culturale di più vasto respiro per evitare che attecchisca tra i giovani il virus islamista, non basta più. Non solo i raid dal cielo, o l'eventuale invio di armi o  di addestratori, dunque, ma anche un impegno per "vincere la battaglia delle idee" attraverso anche un azione di contrasto della propaganda fondamentalista sui social network e un duro lavoro di intelligence e diplomatico, che cerchi di allargare la coalizione anti-Isis a tutti i Paesi-chiave, Russia e Iran compresi.

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Per battere l'Isis non basta la sola soluzione militare. Bisogna vincere la battaglia delle idee Barack Obama all'Onu


Tutto chiaro, a parole. Il fatto è che rimangono  le diversità strategiche, soprattutto con Vladimir Putin, grande protettore dell'agonizzante regime di Assad, che invece Barack Obama considera come parte del problema. I russi, che potrebbero eventualmente unirsi ai raid contro l'Isis, hanno infatti a Latakia in Siria, oltre che in Vietnam, una delle due ultime basi militari sparse per il mondo, retaggio dell'epoca imperiale sovietica. Putin non può nè vuole rinunciarvi. Sostenere anche militarmente Assad, per Mosca, significa puntellare un alleato chiave in Medioriente.

L'iniziativa diplomatica del capo del Cremlino, che con una mossa a sorpresa ha aperto un centro di coordinamento contro l'Isis a Baghdad aperto a ufficiali siriani, iracheni e iraniani, ha spiazzato gli americani, dando una plastica dimostrazione di quanto sia difficile riuscire a costruire una coalizione realmente compatta. Non solo per i nodi dissidi strategici tra Russia e Stati Uniti, ma anche tra gli stessi attori e Stati del mondo arabo, con l'Arabia saudita, la Giordania e i Paesi sunniti del Golfo schierati sulle posizioni  americane e il mondo sciita (rappresentato dai governanti di Teheran e di Baghdad, ma anche dalle formazioni irregolari come Hezbollah) più vicino al regime di Assad e alla posizione russa.

Secondo l'Onu i foreign fighters che si arruolano nell'Isis sono aumentati del 70% negli ultimi due mesi. I volontari islamisti arrivano da 100 Paesi diversi

Da questo punto di vista il faccia a faccia all'Onu è servito a poco, se non a rendere esplitico quello che è già chiaro. Il lavorìo politico e diplomatico tra Russia e America sulla Siria dovrà continuare. E la questione ucraina - un Paese ormai in stallo, e spaccato lungo linee geografiche e geopolitiche - non è secondaria. Perché, tra grandi potenze, si gioca sempre su più tavoli.

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