Esteri

La straordinaria complessità di Shimon Peres

Uomo d'armi e di dialogo. Pioniere dell'atomica e della pace. Fautore delle colonie e, insieme, suo critico audace. Il ritratto dello statista israeliano

 

«Peres era Israele, ma non fu mai considerato un israeliano. Nella sua vita è stato spesso considerato un outisider ma nella morte è stato dipinto quasi come un angelo che librava il volo. Ha vissuto in Israele per 82 anni ma non non è mai sembrato un israeliano, non si è mai comportato come un israeliano, non pensava come un israeliano. Era un uomo di mondo in un Paese che guarda solo a se stesso, un profondo conoscitore delle sfumature e delle finezze che sapeva giocare con la dinamite, un politico razionale in un mondo dove regnano solo le emozioni».

Il coccodrillo di Haaretz, nel giorno della morte di Shimon Peres, restituisce l'immagine di un uomo  complesso e  contradditorio, amante della pace e della guerra, un pioniere dell'arma atomica in Israele che ha saputo comprendere, come nessun altro, la necessità del dialogo, un padre della colonizzazione di cui seppe vedere tutto il potenziale distruttivo, un primo ministro muscolare che nel 1996 ordinò, probabilmente per ragioni elettorali, il massacro di Qana nel Libano meridionale (dove morirono un centinaio di palestinesi) dopo essere diventato, insieme a Rabin ed Arafat, agli occhi dell'opinione oubblica mondiale, il principale alfiere della pace e della cultura che avrebbe unito popoli e abbattuto muri.

La complessità di Peres è a ben vedere la complessità di Israele, un Paese di sfumature dove non esistono sfumature, ma solo - nel rapporto con la controparte palestinese - il bianco e il nero. Un idealista pragmatico, amante della vita e della cultura, che si è trasformato, negli ultimi anni, in un'icona del dialogo, un corpo estraneo nella Nazione ebraica ma anche il capo israeliano più amato dalle cancellerie europee, che lo consideravano, giustamente, un uomo raffinato e cosmopolita, il leader di un Paese più immaginario che reale.

Peres fu anche negli ultimi anni, quando le sue parole di dialogo e comprensione risultavano in patria sempre più flebili e lontane, «la foglia di fico della politica israeliana», secondo la definizione tranchant del corrispondente Chemi Shalev.  L'ambasciatore nel mondo di una pace impossibile, a cui però il vecchio leader laburista si dedicò ugualmente fino all'ultimo respiro, sapendo perfettamente che - almeno in vita - non avrebbe mai visto sorgere.


Peres è stato negli ultimi anni la foglia di fico della politica israeliana Chemi Shalev, corrispondente di Haaretz

La sua estraneità ad Israele, soprattutto negli ultimi anni, era in realtà l'estraneità della speranza in un Paese in guerra che, dopo il fallimento degli accordi di Oslo,  si è chiuso in se stesso, in una dimensione politica e temporale dove non esiste il futuro ma solo la necessità del qui-e-ora e delle necessità immediate della guerra. Peres invece, a differenza dei leader che lo hanno succeduto, non ha mai perduto la speranza del futuro. È stata questa  la sua forza, unita a una straordinaria cultura.

Le parole del presidente Livin sono forse le più adatte per descrivere il suo lascito, in un Paese che lentamente, con la scomparsa dei padri fondatori, ha perso la memoria della sua storia, troppo spesso trasformata in un semplice strumento di propaganda a fini interni: «Shimon ci ha fatto guardare lontano nel futuro e noi lo amavamo per questo, anche quando eravamo in disaccordo. Lo abbiamo apprezzato perché ci ha dato il coraggio di immaginare». Buon viaggio, Shimon Peres.

 

È morto Shimon Peres, uomo di pace in un Paese in guerra
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