Sara Perria

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 Una minoranza in fuga verso il vicino Bangladesh fra accuse di stupri, uccisioni e pulizia etnica. A otto mesi dall’insediamento al potere, Aung San Suu Kyi si confronta con lo scenario più scomodo per un premio Nobel per la Pace ora  leader del Myanmar. Il Paese del Sudest asiatico è stato messo sotto accusa da organizzazioni umanitarie e media internazionali a seguito di presunte gravi violazioni dei diritti umani ai danni dei musulmani Rohingya, già oggetto di storiche tensioni e discriminazioni nello Stato di Rakhine, a nord ovest del Paese.

Giro di vite

A inizio ottobre nove ufficiali di polizia sono stati uccisi da un gruppo riconducibile alla minoranza musulmana. Il giro di vite dei militari per stanare i ribelli dopo ulteriori attacchi si è tradotto in pesanti ripercussioni sulla popolazione. L’ONU stima che l‘ondata di violenza seguita alle uccisioni dei militari abbia portato a circa 30mila Rohingya sfollati dai loro villaggi. Molti si sono riversati in campi di accoglienza oltre il confine bengalese, alcuni sono morti durante il viaggio.

Le testimonianze dei fuggiaschi presentano un bilancio ancora più pesante, fatto di violenze sessuali per mano dei militari, uccisioni sommarie e abitazioni incendiate. Impossibile verificare, anche perché l’area è interdetta ai giornalisti e alle organizzazioni umanitarie. Le foto di corpi carbonizzati mostrate a Panorama dall’attivista Tun Khin, presidente della Burmese Rohingya Organisation UK, sono altrettanto impossibili da verificare.

Pulizia etnica?

I racconti dei profughi hanno portato un alto funzionario dell’agenzia dei rifugiati dell’ONU dal Bangladesh a parlare apertamente di “pulizia etnica”, posizione non condivisa a livello ufficiale dall’organizzazione. Una fonte interna alle Nazioni Unite, che ha chiesto a Panorama di rimanere anonima, spiega che nessuno sa cosa stia davvero succedendo. L’ipotesi è quella di una reazione sproporzionata dell’esercito agli attacchi di natura para-terroristica con probabili connessioni locali, a discapito della popolazione civile. Immagini satellitari ottenute da Human Rights Watch danno le prime certezze, mostrando circa 1200 abitazioni bruciate. I militari parlano di una messinscena e rifiutano le accuse di stupro.

“Ricevo telefonate ogni giorno, da persone in fuga. Parlano di violenze e mandano foto. La comunità internazionale deve intervenire, la gente ha fame,” dice invece Tun Khin. L’attivista punta il dito contro Suu Kyi che “non ha nessuna volontà di fare nulla, mentre il suo ufficio vuole coprire quanto sta avvenendo. Secondo Tun Khin, “con questa azione i militari vogliono indebolirla, danneggiare la sua reputazione e mostrare che detengono ancora il potere”.

Rapporti difficili

Il rapporto fra i Rohingya e la Lady, come viene chiamata Suu Kyi, è storicamente teso. In una visita di Panorama nel ghetto di Aung Ming Lar, a Sittwe, dove l’incrocio di tre vie rappresenta la prigione a cielo aperto in cui sono confinate circa 4mila persone, il messaggio era chiaro: “Alla lady non importa di noi”, diceva un 14enne Rohingya che si fa chiamare James prima ancora delle elezioni, nel Novembre dello scorso anno. Lei è stata più volte oggetto di critica per non essersi esposta in maniera diretta a favore dei Rohingya optando per una più generale necessità di aiutare tutte le persone in difficoltà nel Paese. Suu Kyi appartiene all’etnia maggioritaria Bamar e in Myanmar, dove pur sono presenti altre minoranze religiose, l’equazione identitaria fra buddismo e Bamar è strettissima.

I sentimenti nazionalisti sono stati esasperati da gruppi come Ma Ba Tha e 969 e il noto monaco Wirathu ha soffiato sul fuoco del conflitto in Rakhine, definendo i musulmani ‘terroristi che si riproducono come conigli’, ma anche attaccando Suu Kyi.

In cerca di soluzioni per la crisi

Prima delle elezioni la mancata presa di posizione netta della leader era stata giustificata con la necessità di non alienare l’elettorato di un Paese a maggioranza buddista e non alimentare il rischio di scontri nello stato di Rakhine. Dopo la straripante vittoria della Lega Nazionale per la Democrazia di Suu Kyi con l’80% dei seggi in gioco, qualche passo è stato fatto: ha istituito una commissione guidata da Kofi Annan, con lo scopo di elaborare soluzioni a lungo termine per risolvere la crisi. Ed è stato intrapreso il processo di ridefinizione della cittadinanza. I Rohingya ne sono infatti privi, fatto che esaspera le condizioni di discriminazione a cui sono sottoposti.

Atteggiamento ambiguo

Ma la gestione della crisi in Rakhine ha riportato alla luce l’atteggiamento ambiguo di Suu Kyi sulla questione. Impossibilitata dalla costituzione a diventare presidente, Suu Kyi è consigliere di Stato. Dal suo ufficio sono arrivati però segnali poco incoraggianti: il licenziamento di due giornalisti del quotidiano inglese Myanmar Times, incluso il direttore, dopo aver riportato la notizia dei presunti stupri, sarebbe stata una diretta conseguenza di una telefonata dagli uffici di Nay Pyi Taw, la capitale governativa; l’insistenza sulla montatura mediatica da parte dei media stranieri e quella che è apparsa come una tardiva richiesta di indagini su eventuali abusi dei diritti umani hanno generato perplessità sulla genuinità dell’impegno in Rakhine.  Secondo Aung Zaw, ex prigioniero politico e giornalista fondatore della rivista Irrawaddy, “alcuni critici sentono che il governo sta perdendo il controllo del Paese. L’altra cruda realtà è che Aung San Suu Kyi e il suo gabinetto hanno una capacità limitata con cui controllare il Paese e guadagnare la fiducia dei gruppi etnici”.

La forza dei militari

Il Myanmar ha tenuto le prime elezioni libere in 25 anni un anno fa ma la valanga di voti ottenuti dalla Lega Nazionale per La Democrazia non si è tradotto in un Paese dalle istituzioni interamente democratiche: il 25% dei seggi in Parlamento è ancora riservato ai militari, i quali mantengono così il controllo sulle modifiche costituzionali e su tre ministeri fondamentali: Interni, Controllo delle Frontiere e Difesa. Ovvero tutte le parti dello Stato coinvolte negli scontri in Rakhine. Questo è uno dei problemi cruciali anche in altre zone di conflitto, come lo Shan e il Kachin, al confine con il colosso cinese. Anche qui, in questi giorni, gli scontri hanno subito una escalation, compromettendo l’obiettivo di Suu Kyi di giungere alla conciliazione nazionale, sua dichiarata priorità di governo. In Rakhine, l’incapacità di Suu Kyi di agire a livello locale e l’attenzione occidentale sulla minoranza musulmana, rischiano di presentare i militari come la forza di riferimento per mantenere la stabilità della zona. È già in corso l’addestramento di una polizia locale di non musulmani, definita dagli osservatori come una mina potenzialmente in grado di acuire le tensioni fra Arakan buddisti e Rohingya.

I rischi per i musulmani

Anche perché, come spiega Richard Horsey, ex funzionario ONU ora rispettato analista per International Crisis group, l’esercito non è addestrato ad arginare gli effetti di un giro di vite sui ribelli salvaguardando la popolazione. Né un esercito, per 50 anni strumento di una dittatura, può contare su legami con la comunità Rohingya tali da “aiutare a distinguere fra amici e nemici”. Con il risultato, continua Horsey, “che qualsiasi uomo musulmano sarà visto con sospetto e potrà subire violazioni della propria dignità e dei propri diritti, polarizzando ulteriormente la situazione”. La non accettazione dei Rohingya come una etnia originaria del Myanmar ha implicazioni profonde perché il concetto di etnia è legato a quello di cittadinanza. I Rohingya rivendicano una presenza centenaria, mentre la maggioranza li considera immigrati clandestini dal confinante Bangladesh, da cui molti immigrati si riversarono effettivamente negli anni ’70. Il risultato è una convivenza degenerata con il crescere di sentimenti anti-islamici e nazionalisti venuti alla luce negli scontri del 2012, a seguito dei quali 120mila appartenenti alla minoranza musulmana - e 4mila Arakan buddisti - sono stati fisicamente isolati dagli altri in squallidi e precari campi per sfollati o ghetti.

Le difficoltà internazionali

Gli attacchi ai militari delle settimane scorse mostrano una organizzazione senza precedenti per i Rohingya, ma non è chiaro se il fenomeno sia da riferire all’esistenza di un nuovo gruppo armato mujahedeen o se si tratti di un fenomeno locale non eccessivamente strutturato. Nonostante la direzione segnata dal governo attraverso dichiarazioni pubbliche e commissioni, la minoranza musulmana ha maturato la crescente sensazione che le condizioni di povertà e discriminazione non sarebbero cambiate nemmeno sotto l’egida di Suu Kyi. “Confrontati con la triste realtà di oggi e nessuna speranza per il futuro non c’è da stupirsi se soluzioni radicali siano diventate più attraenti per I Rohingya”, dice Horsey.

Le difficoltà di Suu Kyi sullo scacchiere internazionale potrebbero essere ulteriormente aggravate dalla mancata presidenza di Hillary Clinton. L’ex segretario di Stato USA considerava la transizione democratica del Paese del Sud Est asiatico come un personale successo di politica estera. Durante una sua visita in Myanmar fu omaggiata dalla Lady con una preziosa collana delle pregiate perle birmane. Obama, su richiesta di Suu Kyi, ha sollevato le ultime sanzioni economiche ad ottobre.

Ma ora la pressione internazionale di fronte alle immagini di sofferenza dei Rohingya è aumentata e qualcuno si chiede se le sanzioni non siano state sollevate troppo presto. Quello che è davvero da capire è se l’icona della lotta per la democrazia sia disposta ad investire una parte del suo capitale politico per dire pubblicamente che la minoranza musulmana è parte del Paese, anche pagando con una parziale erosione del proprio consenso.

 

 

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