La nuova politica estera di Trump

Aumentare le forze armate nel mondo e rilanciare l'apparato nucleare. Così il miliardario immagina il ruolo degli Stati Uniti nel mondo

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Donald Trump durante un dibattito con gli altri candidati repubblicani – Credits: Getty Imagines/ Mandel Ngan


Meno di due mesi fa, un folto gruppo di esperti di politica estera americana vicini al partito repubblicano avevano pubblicato una lettera aperta sul sito War on the rocks contro le posizioni di politica estera di Donald Trump, il favorito alla nomination per il Gran Old Party. Tra i firmatari c'erano pezzi da Novanta della cultura neocon americana, tra i quali Peter Feaver, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale di George W. Bush, Robert Zoellick, il vice della segretario di Stato Condoleezza Rice e Dov Zakheim, un ex funzionario del dipartimento della Difesa sempre sotto la presidenza Bush.

Per loro - tutti figli del partito repubblicano -  la politica estera del miliardario newyorkese renderà più deboli gli Stati Uniti nel mondo, autorizzerà la tortura su larga scala, inasprirà le tensioni con l'Europa e il Giappone, scatenerà una serie di imprevedibili guerre commerciali e ridurrà il perimetro delle libertà civili garantite a tutti i musulmani americani. La bocciatura della politica estera di Trump, che ha più volte manifestato profonda ammirazione per Putin e che «passa dall’isolazionismo all’avventurismo militare nello spazio di una frase», non poteva essere più netta. E anche, per il GOP, autorevole.


Trump passa dall’isolazionismo all’avventurismo militare nello spazio di una frase Sulla lettera aperta scritta dai neocon americani

Donald Trump, che è dotato di un fiuto politico raro, sa che su questi temi c'è un problema, non solo rispetto a Hillary Clinton, ma anche rispetto a un pezzo importante del suo partito. E il suo compito ora è proprio quello di riposizionarsi, assumere un profilo, anche in politica estera, più digeribile per i poteri che contano negli Stati Uniti. Non può più permettersi - devono averglielo spiegato anche i suoi consiglieri - scivoloni eccentrici che forse piacciono alla pancia conservatrice del Paese ma non sono un buon viatico per insediarsi alla Casa Bianca.

Parlando mercoledì all’hotel Mayflower di Washington, ha perciò iniziato quel percorso di riallineamento sui temi della politica estera che, nei suoi piani, dovrebbe consentirgli di scongiurare l'eventuale risveglio dei suoi rivali dentro il Gop, come il governatore dell'Ohio John Kasich e lo stesso Ted CruzTrump ha criticato la politica estera dell’amministrazione Obama, che avrebbe favorito l’ascesa dello Stato Islamico, e dell’amministrazione di George W. Bush, colpevole a suo dire con l’invasione in Iraq (che a suo tempo aveva appoggiato, cosa che si è guardato bene dal ricordare) di aver destabilizzato l’intero Medio Oriente. Trump ha detto anche che la sua priorità sarà quella di espandere l’esercito americano aumentando il numero di soldati, navi e aerei da guerra, e modernizzare l’arsenale nucleare degli Stati Uniti. Ha anche detto che gli Usa dovranno rivedere le loro alleanze, soprattutto con i paesi europei, e valutare se uscire da alcune organizzazioni internazionali come la Nato. Non è ancora una sconfessione di quanto sostenuto  in campagna elettorale, è però - secondo il Wall Street Journal - un primo e parziale tentativo «di mostrarsi come un personaggio serio e un potenziale capo delle forze armate», portando sì epocali cambiamenti nella politica estera americana, ma senza quelle affermazioni estemporanee che sono state alle primarie la sua fortuna ma che adesso - in vista del rush finale - potrebbero trasformarsi in un boomerang.

Trump ha taciuto - dimostrando fiuto, ancora una volta - su alcuni temi più complessi della politica estera americana, come la guerra in Siria o la costruzione di un muro al confine col Messico che nelle sue intenzioni dovrebbe bloccare gli immigrati illegali, nemmeno ha toccato il tema dell’estensione dell’uso della tortura nei confronti dei terroristi, come aveva inizialmente proposto. Ma sono i toni a fare a differenza. E i toni questa volta erano quelli di un leader ragionevole. Un leader che oggi dice cose di questo tenore, che non restituiscono un'immagine troppo estremista e incompetente.In poche parole si sta preparando per ripulire la sua immagine di capopopolo un po' matto e fondamentalmente poco credibile. «Il nostro obiettivo è la pace e la prosperità, non la guerra e la distruzione. Il modo migliore per raggiungere questi obiettivi è attraverso una politica estera disciplinata, ponderata e coerente. Con Obama presidente e Clinton segretario di Stato abbiamo avuto l’esatto opposto – una politica estera incosciente, incoerente e inutile, che ha tracciato nella sua scia un percorso di distruzione». Basterà un cambio di toni per rendersi credibile agli occhi degli elettori repubblicani più tradizionali?  Lo vedremo nelle prossime settimane. La partita, dentro il GOP e per conquistare l'apparato del partito, è tutta qui.



 

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