Esteri

La Siria e il significato delle “safe zone” di Trump

Il neopresidente ha sparigliato le carte, lanciando l’idea di aree sicure per i profughi. Ma il disegno potrebbe celare altro

Battaglia di Mosul, profughi

Claudio Stellari

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Per Lookout news


Il nuovo presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, nell’ambito delle misure per frenare l’immigrazione ha emesso un “executive order” che vieta di aprire le porte ai profughi siriani e prescrive l’avvio di “studi per la creazione in Siria di safe zone (aree sicure) nelle quali accogliere i profughi che fuggono dalle zone di guerra”.

Da Mosca, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha commentato la notizia divulgata dalla Casa Bianca affermando che Washington non si è consultata con la Russia sulle safe zone e ha ammonito che le conseguenze di tale piano “dovranno essere equilibrate”. Come a dire che Mosca è rimasta spiazzata dal comunicato. Sarà forse per questo che il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha annunciato il rinvio dei negoziati di Ginevra previsti l’8 febbraio prossimo sotto l’egida delle Nazioni Unite? Chi e perché ha voluto una posticipazione del tavolo negoziale? Le dichiarazioni di Trump hanno già avuto un primo effetto.

 

La posizione di Mosca

Il Cremlino, pesantemente coinvolto nel conflitto siriano e già impegnato a cercare una soluzione alla guerra civile, è consapevole del fatto che un impegno diretto americano in Siria oscurerebbe parte del lavoro svolto sinora dai diplomatici russi per giungere a un compromesso accettabile tra i belligeranti. Così come sa bene che qualsiasi accordo tra la Russia, l’Iran e il presidente siriano Bashar al-Assad, potrebbe non andare bene agli alleati arabi degli Stati Uniti.

Tuttavia, Mosca sa anche che una presenza militare americana in Siria faciliterebbe la de-escalation del conflitto, perciò la partita è apertissima e troverà forse sbocco a fine febbraio, quando Trump e Putin avranno chiarito questo punto nodale. Il capitano Jeff Davis, portavoce del Pentagono, ha affermato in proposito: “Il nostro dipartimento in questo momento ha il compito di occuparsi di una sola cosa in Siria, e questa cosa è ridimensionare e poi sconfiggere ISIS”.

Certo è che, a voler interpretare le parole di Trump sulle safe zone, quasi certamente queste richiederebbero uno sforzo militare non indifferente da parte degli Stati Uniti. Migliaia di soldati, secondo ex funzionari del governo di Washington, che potrebbero costringere la Casa Bianca a un impegno a tempo indeterminato. A meno che non si tratti di una no-fly zone: il governo turco aveva già proposto all’Amministrazione Obama di creare una o più no-fly zone sul confine della Siria con la Turchia, ma non ha mai ottenuto risposta.

 

La posizione della Turchia

Ora la proposta di Trump mette in difficoltà il governo di Erdogan. Il portavoce del ministero degli Esteri, Huseyn Muftuoglu, ha commentato con altrettanto imbarazzo l’uscita del presidente americano: “Prendiamo atto della richiesta di condurre uno studio sulle safe zone. Quello che ci interessa è il risultato di questi studi e quali raccomandazioni ne verranno fuori”.

 Ankara, attualmente, è in netto contrasto con Washington circa il sostegno americano ai combattenti curdi in Siria. E non si fida della proposta di Trump che, dietro all’apparente volontà di garantire i profughi siriani, potrebbe nascondere un differente disegno: il timore del presidente Erdogan è che le safe zone, qualora dovessero finire nelle mani dei curdi siriani, potrebbero porre le basi per la fondazione di quello Stato curdo indipendente che da quasi un secolo è l’incubo principale dei governanti turchi.

 La Turchia, come anche Giordania e Libano, ospita già milioni di profughi siriani sul proprio territorio: Ankara, che ne ospita 2.800.000, in passato si era detta favorevole alla costituzione di safe zone in Siria. Non tanto per accogliere i profughi, quanto piuttosto per garantire basi di azione per i ribelli ai quali forniva appoggio nella guerra contro Assad.

 Dopo la decisione di schierarsi a fianco della Russia nella ricerca di una via d’uscita alla crisi siriana, Ankara ha però abbandonato i ribelli al loro destino ed è entrata – con l’operazione “Scudo sull’Eufrate” iniziata il 24 agosto del 2016 – con le proprie truppe in Siria (e in Iraq). scontrandosi sia con gruppi islamisti e jihadisti sia con i curdi dello YPG, le Unità di Protezione del popolo curdo.

 In attesa di capire quale sarà il ruolo che la nuova Amministrazione di Washington deciderà di assumere nello scacchiere siriano, l’unica certezza è che il presidente Donald Trump è abilissimo a sparigliare le carte. Le safe zone di Trump rappresentano un monito a Mosca, Ankara, Teheran, Damasco e a tutti gli altri attori regionali, Stato Islamico compreso, di cui è bene tenere conto. Perché potrebbero essere un’idea passeggera ma potrebbero anche voler significare: Signori, gli Stati Uniti sono tornati.

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