La crisi greca e la fine del socialismo europeo

Con Atene i partiti socialdemocratici sono andati a ordine sparso, tra i balbettii cerchiobottisti di Renzi e Hollande e le urla dei falchi dell'Spd

Renzi e Schulz

Matteo Renzi (PD) con Martin Schulz (SPD) – Credits: EMMANUEL DUNAND-GETTY IMAGES

Paolo Papi

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Una delle conseguenze  più evidenti, e sottovalutate, del lungo negoziato sul debito greco è stata quella di aver fatto deflagrare le famiglie politiche europee: i popolari, divisi  persino in Germania tra un'ala trattativista impersonificata da Angela Merkel e un'ala dura favorevole alla Grexit di cui il suo principale esponente è stato Wolfang Scahuble, il suo ministro delle Finanze.

Ma anche, e soprattutto, i socialisti europei, apparsi  totalmente incapaci di fornire una visione alternativa al modello dell'austerity e politicamente balbettanti, spaccati al proprio interno tra i duri contrari a qualsiasi concessione nei confronti di Atene (come il Ministro dell'Economia tedesco, e presidente Spd, Sigmar Gabriel) e gli altri ondivaghi protagonisti, come gli stessi Matteo Renzi e Francoise Hollande, indecisi fino all'ultimo secondo se essere «falchi» o «colombe», se fornire un aiuto a Tsipras oppure chiudere a qualsiasi trattativa dopo la proclamazione del referendum. Hanno scelto la «via mediana», Renzi e Hollande, finendo per essere travolti dall'ira dei partigiani del sì e del no  e dando una plastica dimostrazione di che cosa è diventato il socialismo europeo: un grande contenitore dove, a dispetto dei proclami sulla vicinanza  tra i «partiti fratelli» contano soltanto gli interessi nazionali degli elettori che i diversi partiti del Pse intendono rappresentare.

È anche questa  una sconfitta della politica europea, il simbolo più eclatante che - di fronte a questioni strategiche come quella della «sostenibilità del debito» dei Paesi dell'area sud del Mediterraneo - contano, prima che le radici e le appartenenze ideologiche, solo le Nazioni di appartenenza, la loro collocazione geopolitica, lo stato dei conti pubblici nazionali, l'elettorato  di riferimento. Altro che Internazionale!

Il rimescolamento che ne è conseguito lascia intravere che cosa potrebbe accadere nei prossimi anni, quando potrebbe coagularsi un nuovo fronte, non più basato sulle  obsolete appartenenze ideologiche del passato, ma sulla spaccatura geopolitica tra l'area sud (la più indebitata) e l'area nord dell'Unione (la più virtuosa), indipendentemente da quale sia l'origine ideologica di chi sarà chiamato a governare. È come se tornassero a echeggiare, dopo settant'anni, di pace, i richiami della foresta dei vecchi nazionalismi, solo apparentemente sconfitti in Europa dopo il crollo del muro di Berlino del 1989 e l'avvio del processo di integrazione monetaria.


Per l'Italia la Grecia è stata un'occasione perduta, e non solo perché era il nostro semestre di presidenza, ma anche perché un grande Paese fondatore, quale è l'Italia, ha il dovere di esprimere un punto di vista chiaro su che cosa debba essere l'Europa nel prossimo futuro

Un rimescolamento, politico e geopolitico, che, specie nei Paesi più indebitati, potrebbe portare nella stanza dei bottoni partiti neopopulisti che, in modo velato, come nel caso di Podemos in Spagna, o in modo smaccato, come nel caso della Lega di Matteo Salvini, potrebbero dare il via a un proicesso di totale disintegrazione europea, di cui qualche avvisaglia c'è già stata, come l'elezione in Ungheria di un premier di estrema destra come Viktor Orbán che gioca cinicamente sul doppio tavolo russo e europeo, rinviando sine die il momento del passaggio dal fiorino ungherese alla moneta unica. Anche in questo caso, però, le responsabilità sono molteplici, a cominciare dalla miopia di una classe dirigente europea che, nel corso degli ultimi vent'anni, ha sistematicamente perduto tutte le occasioni per fare un passo avanti nella costruzione di un'idea di governance, non solo monetaria, ma anche politica dell'Europa, di cui abbiamo avuto una prova provata nella drammatica vicenda greca.

A proposito: che cosa aspettano i padroni del vapore europeo a consentire che la Commissione sia espressione non dei governi nazionali in carica, ma di un voto di fiducia del parlamento europeo?

Per l'Italia è stata un'occasione perduta, e non solo perché era il nostro semestre di presidenza, ma anche perché un grande Paese fondatore, quale è l'Italia, ha il dovere di esprimere un punto di vista chiaro su che cosa debba essere l'Europa nel prossimo futuro, senza attendere (opportunisticamente) l'ultimo secondo, come la Francia, per dire che la Grexit sarebbe stata una iattura per tutto il processo di costruzione di un'identità comune europea. Certo, Renzi può consolarsi: il Pd, che pure esprime nella persona di Gianni Pittella la presidenza del gruppo socialista nel parlamento europeo, ha il maggior numero di deputati a Strasburgo del Pse, persino più dell'inossidabile Spd, un tempo partito-guida dell'Internazionale socialista.

Ma che cosa se ne fa di questi numeri, se poi - alla prova dei fatti - a comandare è la vecchia socialdemocrazia tedesca, che con Gabriel e Schulze (sì, proprio il vecchio nemico di Berlusconi al quale le sinistre italiane facevano la ola una decina di anni fa) ha detto chiaramente che, di rivedere le regole di Maastricht e di rinegoziare il debito, non si può parlare?  La risposta è fin troppo semplice: di questi numeri il Pd non se ne fa nulla, se manca un'idea chiara e condivisa su che cosa debba essere l'Europa. Se manca un gruppo politico transnazionale di riferimento. Nel vecchio continente, senza che ce ne fossimo accorto, stan tornando le sirene degli interessi nazionali.

E del resto, nella millenaria storia europea, l'eccezione sono stati i settant'anni di pace postbellica, e non il ritorno dei nazionalismi, di cui la fine del socialismo europeo è solo un'avvisaglia.

  

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