Esteri

La Colombia seppellisce 50 anni di guerra

L'accordo siglato a Cartagena prevede, in cambio della smobilitazione delle FARC, la promessa di un'amnistia che per molti assomiglia a un colpo di spugna

 

Per gli oltre settemila combattenti delle Farc è giunto il momento di consegnare le armi. Hanno sei mesi di tempo per smantellare gli arsenali, ammettere i loro crimini in cambio della promessa di non finire in carcere, guardare in faccia le vittime di una guerra sucìa che in 52 anni ha lasciato sul terreno 220 mila vittime, milioni di sfollati e decine di migliaia di desaparecidos. Tra loro guerriglieri, soldati, poliziotti, ma anche centinaia di migliaia di civili e campesinos la cui unica colpa è stata quella - per mezzo secolo - di vivere nella parte sbagliata del Paese, obbligati a scegliere (per sopravvivere) tra la guerriglia, l'esercito, i narcos, gli squadroni della morte rappresentati dalle famigerate e cosiddette Autodefensas.

La firma dell'accordo di pace, siglato ieri a Cartagena de Las Indias davanti a dieci capi di Stato e un folto gruppo di vittime della guerra, rappresenta comunque la si voglia considerare, e nonostante l'indignazione di una parte del Paese per la promessa di un'amnistia che può assomigliare a un colpo di spugna, un momento storico per il Paese sudamericano. La certificazione che la Colombia è pronta a voltare pagina, a perdonare, non a dimenticare.

Ma ha anche ragione John Kerry, presente anche lui alla stretta di mano tra il presidente colombiano, Juan Manuel Santos, e il leader delle FARC, Rodrigo Londoño Echeverri, alias «Timochenko», quando avverte che «la vera questione è come sarà applicato l'accordo», se ci saranno vendette contro i guerriglieri, se saranno consegnate effettivamente tutte le armi, se - non ultimo - il Sì al referendum del 2 ottobre vincerà con un margine sufficiente per non lasciare troppi strascichi di risentimento e desideri di vendetta.

Per i guerriglieri, invece, molti dei quali ex campesinos e cocaleros che spesso hanno trovato nella guerriglia marxista la sola protezione possibile dalle scorribande dei gruppi paramilitari, c'è la promessa di poter avviare un percorso di inserimento nella vita civile che richiederà molta pazienza e soprattutto molti soldi, gran parte dei quali verranno dagli Stati Uniti, dall'Unione europea (due miliardi), dalle Nazioni Unite. Il tutto per porre fine alla più longeva guerra civile del continente.

Non basta la richiesta di perdono fatta da Timochenko «a tutte le vittime, per tutto il dolore che abbiamo causato con questa guerra» per voltare pagina, in un Paese che sì sta correndo economicamente, ma che conserva ancora sulla sua carne viva le ferite del ricordo di una guerra sporca dove anche i narcos hanno giocato un ruolo ambiguo, alleandosi talvolta con l'esercito, talvolta con la guerriglia e con le Autodefensas.

C'è però, questa volta, a differenza delle fallimentari negoziazioni del passato, una novità dettata dal contesto geopolitico: la fine dell'anomalia della Cuba comunista, storico grande finanziatore della guerriglia colombiana. Non è un caso che il primo, significativo passo verso la pace, sia avvenuto a L'Habana, alla presenza di Raùl Castro, oggi presidente e fino a qualche anno fa capo dell'esercito che inviò per decenni alle FARC e all'ELN uomini, combattenti, denaro, armi, personale medico.

 Santos e Timochenko hanno entrambi reso omaggio, nel corso della cerimonia, a Gabriel Garcia Marquez, lo scrittore e Premio Nobel colombiano che è sepolto appunto a Cartagena: entrambi hanno usato l’immagine delle farfalle gialle che incarnavano l’amore di Mauricio Babilonia, uno dei personaggi di «Cent’anni di solitudine», come metafora della speranza per il futuro del paese. Un Paese che ha saputo vincere, negli anni 80 e 90, la guerra contro il famigerato cartello di Medellin di Pablo Escobar e che ora è chiamato a un'altra, difficile, prova di maturità. A cominciare dal referendum del 2 ottobre, dove il Sì all'accordo di pace è ancora in netto vantaggio secondo i sondaggi. Se poi le Farc diventeranno un partito in grado di eleggere i suoi rappresentanti al parlamento nazionale, come già avvenne negli anni 80 con la guerriglia del Movimiento 19 de Abril, lo vedremo. Sarebbe come si dice il passo successivo verso una normalizzazione politica e civile che in Colombia manca da mezzo secolo.


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