Crollo delle borse: come ne uscirà l’economia mondiale?

I miliardi immessi con il quantitative easing non hanno rimesso in moto i mercati. E la disputa sull’acciaio tra Pechino e UE non migliora la situazione

Pechino-borsa

Un investitore davanti alle quotazioni in ribasso della borsa di Pechino – Credits: STR/AFP/Getty Images

di Lookout News

Più e più volte numerosi economisti hanno ammonito che la ripresa dell’economia americana era il frutto di un’attenta azione anticiclica realizzata con politiche monetarie e fiscali espansive dalla Riserva Federale (FED) e dall’amministrazione Obama, in risposta alle distruzioni prodotte dal fallimento della Lehman Brother e dalla crisi dei mutui subprime che hanno dato avvio alla Grande Recessione nel 2007.

Molte volte Paul Krugman, premio Nobel per l’economia e oracolo inascoltato del New York Times, ha cercato di convincere che l’aumento dei tassi d’interesse da parte della FED della presidente Janet Yellen sarebbe stato prematuro e avrebbe potuto inibire la crescita a stelle e strisce.

Gli appelli inascoltati degli economisti

Fino alla nausea economisti di diversa formazione hanno messo in guardia dal saldarsi di alcune pericolose tendenze che si sono manifestate nel corso degli ultimi anni nell’economia mondiale: caduta dei prezzi delle materie prime e delle derrate agricole, caduta del prezzo del gas e del petrolio, svalutazioni competitive a due cifre nei Paesi emergenti e conseguenti imponenti fughe di capitali. Fino allo sfinimento gli economisti ed esperti hanno evidenziato le analogie tra la Grande Depressione del 1929 e la Grande Recessione del 2007 ammonendo a non ripetere gli errori di allora e a non esitare ad avviare al più presto in Europa, la grande malata del mondo, politiche di sostegno della domanda interna anche attraverso politiche fiscali espansive in deficit per sostenere gli investimenti. In questo modo si sarebbe evitato l’instaurarsi di aspettative deflattive in una situazione di trappola della liquidità che rende di fatto inefficaci le politiche sui tassi d’interesse. L’invito era a rimandare alla fase espansiva del ciclo economico gli aggiustamenti strutturali dei bilanci degli stati. Tutto vano.

Risultato, l’economia mondiale inondata dalle migliaia di miliardi di dollari che derivano dal Quantitative Easing di FED, BCE (Banca Centrale Europea), Bank of Japan, Bank of England, Bank of China e dai disinvestimenti nei mercati emergenti e nei Paesi produttori di greggio, non sa fornire alternative reali agli impieghi di carta dei mercati finanziari. Dopo avere comprato di tutto e fatto segnare massimi storici nei listini azionari e obbligazionari, ora i crolli delle borse di tutto il mondo stanno realizzando quell’imponente distruzione di ricchezza che è stata la cifra della Grande Depressione del 1929.

Le conseguenze su banche ed economia reale

Come non smette di ricordare il premio Nobel per l’economia Edmund Phelps, anche questa nuova crisi, come ogni crisi sistemica, si origina dai mercati finanziari e da lì si trasmette all’economia reale. Le aspettative sono deflattive e allora si cerca di vendere non solo i titoli caratterizzati da multipli insostenibili (tecnologici), ma anche i titoli del cuore finanziario, cioè le azioni del settore bancario. Al di là dei rimbalzi temporanei, il crollo del settore bancario dall’inizio dell’anno è imponente su entrambe le sponde dell’Atlantico e coinvolge le “risanate” banche americane, quelle delle nuove regole del Dodd Frank Act (-27% Bank of America e -27% Citigroup), come le banche europee dei nuovi coefficienti patrimoniali e del bail-in (salvataggio interno): -41% Unicredit e -38% Liberbank. Ma soprattutto è la caduta delle banche tedesche Deutsche Bank, Commerzalbank e Landesbank (banche regionali) a preoccupare: la sola Deutsche Bank è quotata sotto il 40% del suo capitale (-50% del valore nell’ultimo anno) e ha visto esplodere i CDS (credit default swap) sul debito a 222 e i CDS sui subordinati a 441.

Se la finanza piange, l’economia reale non ride e le stime al ribasso del Fondo Monetario Internazionale sulla crescita mondiale per il 2016 e il 2017, unite alla piena recessione di Brasile, Russia e Sudafrica e al rallentamento della locomotiva cinese non fanno che allungare sinistre ombre sul futuro. Come più volte preannunciato, ecco allora manifestarsi le reazioni tipiche di chi cerca di trovare una via di uscita individuale a quella che è una crisi generale: svalutazioni competitive, dumping e dazi doganali. Tutto già visto e tutto ampiamente descritto nei manuali di economia, ma ancora una volta tutto così caparbiamente sottovalutato.

Lo scontro sull’acciaio tra Cina e UE

L’ultima fiammata in ordine di tempo è lo scontro sull’acciaio in corso tra Cina e produttori europei, proprio mentre il Paese del dragone ha in corso le pratiche per il riconoscimento dello status di economia di mercato (requisiti della UE e obblighi del WTO, World Trade Organization).

La Cina, primo produttore mondiale di acciaio con oltre 800 milioni di tonnellate, è alle prese con un’eccedenza di offerta del 50% rispetto al mercato interno, gravato dal rallentamento dell’industria e dalla crisi del settore immobiliare. Mentre annunciava imponenti piani di ristrutturazione e il taglio della produzione (-20% in cinque anni), Pechino ha letteralmente inondato di acciaio l’UE, raddoppiando le esportazioni e riducendo di oltre il 40% i prezzi. I produttori di acciaio europeo hanno cercato di resistere all’invasione dell’acciaio a basso costo cinese, ma il protrarsi della crisi e delle profonde difficoltà del settore delle costruzioni, unite alla prospettiva del collasso della siderurgia nell’UE, hanno indotto i ministri di Italia, Belgio, Germania, Francia, Polonia, Regno Unito e Lussemburgo a sollecitare alla Commissione l’avvio immediato di indagini antidumping sull’acciaio cinese. È l’inizio di una road map che dovrebbe condurre l’Unione a introdurre nuovi e più severi dazi antidumping, dopo quelli compresi tra il 10,9% e il 25,2% varati la scorsa estate sui laminati a freddo provenienti da Cina e Corea del Sud.

Anche qui niente di nuovo. Nel 2002 l’amministrazione di G.W. Bush introdusse dazi del 30% sui laminati per proteggere l’industria siderurgica statunitense, considerata di interesse strategico, dall’acciaio a basso costo proveniente da Asia e Russia. Quello che cambia drammaticamente è il contesto: ora siamo nel mezzo della più profonda crisi economica del dopoguerra e stiamo sinistramente ripercorrendo le tappe che dopo la Grande Depressione portarono agli eventi che sconvolsero il mondo.

 

© Riproduzione Riservata

Commenti