Marco Ventura

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La Gran Bretagna con la Brexit non esce dall'Europa ma dall'Unione Europea. In fondo era già con un piede fuori. Meglio, non è mai stata con tutti e due i piedi dentro. Aveva sconti sul budget, la possibilità di non aderire a iniziative legislative (il cosiddetto opting out), poteva sforare rispetto ai parametri di Maastricht, era fuori dal sistema di Schengen (i nostri passaporti europei venivano già controllati negli aeroporti) e aveva una moneta diversa, la sterlina.

L'Unione Europea per i britannici significava ultimamente dover accogliere tanti immigrati, anche europei. L'Unione Europea, del resto, non era e non è l'Europa che avevamo sognato. Non era l'Europa con una sola politica estera e di difesa, l'Europa protagonista nel mondo, l'Europa portatrice di una linea unitaria in organizzazioni e consessi internazionali.

L'Europa non era l'Europa, ma una miscellanea discorde e litigiosa di 28 soggetti, tra i quali primeggia(va) la Germania. L'Europa non era neanche l'Europa economica, essendo divisa in una Eurozona e in altri Paesi con monete proprie, e soprattutto non essendo dotata di una banca centrale in grado, semplificando, di "battere moneta" (la Banca d'Inghilterra agiva in totale autonomia).

Nè si può dire che soltanto i britannici siano stati portatori del "virus" dell'anti-europeismo, visto che per mero sciovinismo la Francia gollista per anni ha sbarrato il passo a Londra nella UE. I britannici, a loro volta, hanno spinto sull'euroscetticismo con Margaret Thatcher, col risultato di ottenere condizioni di vantaggio nell'associarsi all'Unione. Ma non hanno mai avuto l'esclusiva del dissenso isolazionista. Al massimo, la vocazione autonomista dell'Isola.

E poi, l'Europa stessa intesa come istituzioni europee, davvero non ha alcuna responsabilità nella decisione degli elettori del Regno Unito di Leave, lasciare, l'Unione? Quanto hanno pesato gli eccessi di una certa euro-burocrazia distante dai cittadini europei? E soprattutto, quanto ha influito sul voto britannico l'incapacità politica di una leadership europea che non sa guardare oltre la punta del proprio naso?

David Cameron, in realtà, per quanto sconfitto dal voto, ha dimostrato di essere un leader. Ma un leader britannico, non europeo. Ha annunciato le dimissioni perchè la sua battaglia l'ha persa, perché il popolo britannico lo ha sfiduciato con il "NO" a restare in Europa, e perché la democrazia di stampo anglosassone impone le dimissioni a un primo ministro che s'impegni in prima persona su un tema tanto cruciale e strategico per il suo Paese, ma sul quale i suoi cittadini dissentono in modo clamorosamente netto.

Inoltre, non la Gran Bretagna ma tutta l'Europa, e gli Stati Uniti, sembrano andare in direzione di una graduale implosione e disgregazione che di per sè non è un disastro ma va gestita.

C'è un dato che avvicina molto l'esito del voto britannico al referendum sulla Brexit e a quanto sta avvenendo nella campagna presidenziale americana. Anzi, un doppio dato. Posizioni estreme sono rappresentate per lo più dalla "pancia" del Paese, contro le grandi città. In Gran Bretagna, Londra e il centro di Manchester si sono schierati per rimanere dentro la UE. Le campagna, l’entroterra, per uscire. C'è quindi una contrapposizione città-campagna, analoga a quella della quale beneficia il portafoglio di potenziale consenso elettorale di Donald Trump (significativamente da oggi in Scozia).

E c'è una contrapposizione giovani-vecchi. I primi vorrebbero abbattere tutte le frontiere, si sentono e sono cittadini del mondo, sono spregiudicati e pensano di appartenere a una comunità transnazionale. Gli anziani, al contrario, sono scettici e sulle loro.

Se questo è vero, tutto considerato non poteva andare diversamente, ieri, in Gran Bretagna. Londra non è mai stata in Europa, l'Europa non è mai stata veramente europea. A noi restano la retorica, la stupefazione, la paura. Per poi scoprire forse, alla fine, che le perfidie di Albione non sono peggiori delle nostre. E che lo schiaffo della Gran Bretagna all’Europa, sassolino in grado di provocare la valanga della disgregazione europea, è quanto ci meritiamo (e non è poi la fine del mondo).

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