Esteri

La bomba all'ambasciata italiana a Tripoli

Roma si è schierata prematuramente al fianco del governo Serraj. E ora, puntuali, arrivano le intimidazioni

tripoli

Alfredo Mantici

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Per Lookout news

L’ambasciatore italiano Giuseppe Perrone ha appena fatto in tempo a riaprire l’ambasciata d’Italia a Tripoli – chiusa per ragioni di sicurezza nel febbraio del 2015 – che già sabato 21 gennaio un’autobomba ha mandato un durissimo messaggio minatorio al nostro governo. L’auto, condotta da due suicidi, è esplosa a poche centinaia di metri dalla nostra rappresentanza diplomatica, dopo che i miliziani di guardia all’edificio l’avevano bloccata mentre tentava di parcheggiare di fronte all’ingresso. Per questo, gli attentatori si sono dovuti allontanare spostandosi verso la sede del vicino Ministero della Pianificazione. Poi la detonazione.

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 Le indagini non hanno ancora consentito di accertare chi siano i responsabili dell’attentato, ma un esponente delle forze di sicurezza alle dipendenze del governo Serraji intervistato dal quotidiano La Repubblica ha affermato di non credere si sia trattato “di un attentato dell’ISIS. Questo è un segnale di avvertimento. Un piccolo sfregio”. In altre parole, gli attentatori sarebbero da ricercare in quelle milizie presenti in forze a Tripoli che non riconoscono la legittimità del Governo di Accordo nazionale di Fayez Al Serraj, insediato da circa un anno per mezzo dell’inviato delle Nazioni Unite Martin Kobler, ma che non è ancora riuscito a ottenere l’appoggio dei partner indispensabili per la pace: né quello del parlamento di Tripoli, né del capo del disciolto Governo di Salvezza Nazionale, Khalifa Ghwell, né del parlamento di Tobruk né del capo dell’esecutivo della Cirenaica, Abdullah Al Thinni.

 

Il 19 gennaio Ghwell, proprio per dimostrare che il governo sostenuto dalle Nazioni Unite non controlla neanche la sua capitale, ha deciso di dare una manifestazione della sua forza inviando le proprie milizie a occupare per alcune ore le sedi dei principali ministeri del governo Al Serraj. Questi, infatti, nonostante l’appoggio dell’ONU di fatto ha poteri molto limitati, anche perché numerosi terminal petroliferi sono stati occupati dalle forze del generale Khalifa Haftar, uomo forte del governo di Tobruk, che rifiuta il dialogo con Al Serraj da quando questi si è rifiutato di conferirgli l’incarico di ministro della Difesa del suo governo.

La situazione per Al Serraj è compromessa
La situazione, insomma, è molto complicata e in un futuro molto prossimo potrebbe veder precipitare le chance di sopravvivenza del Governo di Accordo Nazionale, se sono vere le indiscrezioni provenienti da Tripoli circa un possibile accordo tra Ghwell e Al Thinni mirante proprio a spodestare Al Serraj. Un anonimo esponente del parlamento di Tripoli ha recentemente dichiarato al quotidiano Ahaq Al Awsat che l’alleanza tra le forze islamiste di Tripoli e quelle di Tobruk è ormai vicina e che presto “tutta Tripoli verrà ripresa. È solo questione di tempo”.

 È evidente, infatti, che un’alleanza formale tra i due parlamenti ribelli della Cirenaica e della Tripolitania segnerebbe la fine del governo Serraj, nonostante la sua legittimità formale garantita dalle Nazioni Unite. In questa cornice così intricata, si è inserita con una certa inspiegabile fretta l’Italia, che non solo ha riconosciuto il Governo di Accordo Nazionale ma ha inviato in Libia una missione militare sotto la labile copertura di una missione di soccorso sanitario – nota come “Operazione Ippocrate” – e ha deciso, prima tra i paesi d’Occidente, di riaprire la propria ambasciata nella capitale libica.

 

La fretta inspiegabile italiana
Parliamo di fretta inspiegabile perché, in una condizione di guerra civile strisciante, è sempre pericoloso schierarsi con una delle parti in causa sulla base di principi teorici, come il riconoscimento dell’ONU, che non trovano corrispondenza nei reali rapporti di forza sul terreno.

Se il progetto di alleanza tra le milizie di Tripoli e quelle di Tobruk dovesse concretizzarsi, si creerebbero le condizioni per la formazione di un governo unitario con il quale la comunità internazionale dovrebbe necessariamente fare i conti. Noi, a differenza dei russi e dei francesi che dialogano apertamente con Tobruk, ci siamo schierati subito con Al Serraj e abbiamo riaperto un’ambasciata che siamo stati poi costretti precipitosamente a richiudere per l’attentato del 21 gennaio.

Quel “piccolo sfregio” probabilmente costringerà ora le nostre autorità ad analizzare con maggiore freddezza la caotica situazione libica e, forse, a tentare un dialogo più realistico con tutte le forze in campo. A partire da quel generale Haftar al quale Mosca guarda con interesse come a una delle pedine essenziali per riportare la Libia in condizioni di normalità.

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