Si dimette Khalifa al-Thani, l'emiro del Qatar

Ritratto di un sceicco che aveva capito che il petrolio non è tutto e che ha puntato sul soft power. Tra calcio, moda, al-Jazeera e i ribelli siriani

L'emiro del Qatar, Khalifa al-Thani, nello studio ovale della Casa Bianca, con Barack Obama (credits: Joshua Roberts-Pool/Getty Images)

Anna Momigliano

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C'è una scena di Syriana, il film del 2005 diretto da George Clooney, che la dice lunga sul paradosso di alcuni Paesi del Golfo, ricchi di petrolio ma poveri di capitale umano. Matt Damon è un esperto di energia chiamato a lavorare come consulente da un ricchissimo principe di una immaginaria monarchia araba. Prima di firmare il contratto, prende da parte il principe e gli dice, senza mezzi termini: «L'unica altra vostra esportazione, oltre al petrolio, sono i datteri. Sapete che cosa pensa di voi il mondo degli affari? Che cento anni fa vivevate in delle tende in mezzo al deserto, e che tra cento anni tornerete a viverci». Un ritratto un po' brutale, eppure azzeccato, della situazione in cui versano alcuni regni della penisola araba, monarchie assolute che si sono arricchite rapidissimamente grazie al petrolio e al gas naturale, ma che fanno fatica a sviluppare un'economia e un'identità che vadano al di là del settore energetico. “Petromonarchie”, come le chiama qualcuno, che hanno soldi a palate ma cui manca una vera e propria idea di sviluppo e, soprattutto, un “piano” per il futuro. Perché il petrolio, si sa, non è infinito.

Ecco, se c'è una cosa che distingue l'emiro del Qatar da molti suoi “colleghi” delle petromonarchie vicine, è proprio questo: un “piano” l'emiro al Thani (nome completo: Sheikh Hamad bin Khalifa al-Thani) ce l'ha eccome. Infatti da quando è salito al potere, nel 1995, il Qatar è diventata una piccola grande potenza, non soltanto economica, ma anche politica, mediatica... e persino culturale. Più e meglio di molti altri emiri, anche più ricchi di lui, al-Thani è riuscito a trasformare i petrodollari in uno sviluppo economico a tutto tondo: insomma, in qualcosa in grado di dare alla sua piccola nazione un peso politico, e forse anche un avvenire, al di là degli idrocarburi.

Da anni gli occhi del mondo sono puntati sul Qatar. Che da un lato sta facendo investimenti da capogiro in tutto il globo, e dall'altro ha sostenuto le Primavere Arabe, finanziato i ribelli in Siria, e media tra l'Occidente e gruppi islamisti.
Anche per questo, le dimissioni dell'emiro non sono un affare da poco. Già, perché al-Thani ha abdicato. L'annuncio ufficiale dovrebbe arrivare martedì. Ma la notizia è stata data lunedì da al-Jazeera, la TV di famiglia. Il potere dovrebbe passare al figlio Tamim, 33 anni, secondogenito dell'emiro e della sua moglie favorita.

Di mogli, infatti, al-Thani ne ha ben quattro (la poligamia è consentita nell'Islam), per un totale di almeno 24 figli. Ma ad accompagnarlo in giro per il mondo è quasi sempre la sua seconda consorte, che pare goda di uno status speciale Sheikha Mozah bint Nasser Al Missned. Anche il futuro emiro, Tamim, nonostante la giovane età ha già due mogli e almeno cinque figli.

Al-Thani è salto al potere nel 1995, dopo avere deposto il padre con un colpo di Stato incruento. Una delle sue prime mosse è stata fondare, l'anno successivo, al-Jazeera, che ben presto sarebbe diventata la televisione più influente del mondo arabo. Un progetto ambizioso, realizzato chiamando i migliori giornalisti di lingua araba di tutto il mondo, alcuni addirittura “soffiati” alla Bbc. È quello che si chiama “soft power”: controllare un canale televisivo che si vede in tutto il mondo arabo, significa avere un peso politico nella regione mediorientale.

Quando sono cominciate a esplodere le piazze a Tunisi e al Cairo, al-Jazeera ha svolto un ruolo determinante: fungendo da megafono alle rivolte, ha contribuito a fare rimbalzare il malcontento contro i tiranni da una nazione araba all'altra, contribuendo alla caduta di Mubarak e di Ben Alì. Inoltre al-Jazeera è stata una fervente sostenitrice dell'intervento militare in Libia, che ha portato alla fine del regime di Gheddafi, e della rivolta in Siria contro la dittatura di Bashar al-Assad, tutt'ora in corso.
La televisione del Qatar, dunque, ha svolto un ruolo importante nel rovesciamento di molti tiranni. Tuttavia, fanno notare i critici, le campagne mediatiche contro i dittatori hanno sempre riguardato i regimi nemici dell'emirato: al-Jazeera invece mantiene una linea molto più morbida nei confronti delle dittature amiche, come il Bahrein, l'Arabia Saudita e il Marocco. Del resto, lo stesso Qatar è una monarchia assoluta. E alcuni considerano al-Jazeera un vero e proprio «strumento di politica estera» del piccolo regno.

Il peso politico non è l'unica cosa che l'emiro ha inseguito. Ha investito un po' ovunque, alla ricerca di un ritorno economico ma anche di prestigio internazionale. In Italia ha acquistato la celebre maison di moda Valentino, nonché il 40 per cento di Porta Nuova, il piano di sviluppo immobiliare da oltre due miliardi di euro nel centro di Milano. In Inghilterra si è comperato i magazzini Harrods, che furono della famiglia di Dodi al Fayed, il fidanzato di Lady Diana, e il 30% dei supermercati Sainsbury’s. In Francia ha fatto suo il celebre Hôtel Lambert sull’Île Saint Louis, che fu della famiglia Rothschild, nonché la squadra di calcio Paris St. Germain. Quella dello pallone, peraltro, è una passione della dinastia al-Thani e nel 2022 il Qatar ospiterà i mondiali: anche quello è uno strumento per costruirsi una reputazione.

Nel corso degli anni l'emiro ha lavorato accuratamente per costruirsi un'immagine di grande mediatore. Ai suoi occhi, il Qatar doveva essere la nazione in grado di parlare con chiunque. Da un lato manteneva rapporti stretti con Hamas, dall'altro era uno dei pochi Paesi arabi ad avere relazioni con Israele. Più che per convenienza che per interessi religiosi, ha coltivato a lungo un rapporto stretto con i Fratelli Musulmani, andati al potere in molti paesi all'indomani delle rivoluzioni. Ha negoziato accordi in Libano, Marocco, Libia, e Yemen. In Qatar c'è persino una rappresentanza diplomatica dei Talebani.

Ciò che però ha più caratterizzato la politica estera dell'emiro al-Thani, negli ultimi anni, è il supporto ai ribelli siriani. Un sostegno, che va dal finanziamento economico alla fornitura diretta di armi, che ha messo a disagio alcuni alleati più prudenti sul dossier siriani. In particolare, i critici hanno accusato l'emiro di avere sostenuto anche i gruppi più estremisti tra i ribelli, incluso il Fronte al-Nursa, associato ad al-Qaeda.

Fino a poco tempo fa il Qatar era considerata la forza principale a sostegno della rivolta contro il regime di Assad. Tuttavia, nelle ultime settimane, pare che l'emirato abbia ceduto questo ruolo al regno saudita: «L'Arabia Saudita è riuscita a prevalere sul suo piccolo ma ambizioso vicino, il Qatar, e si è imposta come la principale forza esterna che sostiene i ribelli siriani», si leggeva in un'analisi dell'agenzia Reuters lo scorso 31 maggio. Probabilmente una gestione del supporto ai rivoltosi in mano all'Arabia Saudita tranquillizza gli Stati Uniti, che vorrebbero tenere un profilo basso davanti alla guerra civile. Obama aveva dimostrato un po' di insofferenza nei confronti degli alleati più interventisti: la Francia, la Gran Bretagna e, soprattutto, il Qatar.

Resta da chiedersi, a questo punto, se l'andamento del conflitto in Siria, dove si contano più di 90mila morti ma il regime brutale di Assad sembra tenere, abbia qualcosa a che fare con le dimissioni dell'emiro. Difficile trovare una risposta certa. Dovendo però azzardare un'ipotesi, si può dire che se c'è un dossier dove il “piccolo grande Qatar” sta perdendo qualche colpi, dove l'emiro forse ha fatto il passo più lungo della gamba, questo è proprio la Siria.

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