Esteri

Joe Arpaio, lo sceriffo razzista graziato da Trump

Storia del fedelissimo del presidente accusato di violazione di diritti civili, abuso di potere e discriminazione razziale contro la comunità ispanica

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Chiara Degl'Innocenti

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Fedelissimo di Donald Trump, lo sceriffo più spietato d’America, Joe Arpaio ha fatto della stella appuntata sul petto il simbolo di una crociata contro l'immigrazione clandestina utilizzando metodi, nei suoi oltre venti anni di carriera, a dir poco violenti.

La storia di Joe Arpaio

Nato nel 1932 (di origini italiane, Avellino) lo sceriffo di Maricopa, Arizona, da quando è stato eletto la prima volta nel 1993 ha mantenuto, nei confronti soprattutto degli immigrati, la linea dura da puro wild west. Una condotta approvata dallo stesso Trump che, nonostante la condanna, lo ha graziato.

Noto alla cronaca per aver costretto ad indossare canottiere e mutande rosa ai detenuti delle sue prigioni, di farli lavorare in catene in pieno deserto, di aver proibito loro di fumare, di leggere riviste porno, oltre che aver dimezzato i costi del carcere riducendo l’acqua calda, si è distinto per utilizzo del pugno di ferro nella caccia ai clandestini.

Nei confronti della comunità ispanica lo sceriffo ha dato ordine ai suoi uomini di fermare sistematicamente tutti i veicoli occupati dagli immigrati messicani, nonostante non siano state commesse infrazioni al codice della strada.

Se poi il guidatore e gli occupanti dell’auto, non sono in possesso dei documenti perfettamente in regola, è assicurata loro una multa o la detenzione in carcere dove spesso vengono brutalmente picchiati.

Una strenua lotta ai “non americani” che però lo ha portato a trascurare reati gravissimi come la violenza sessuale sui minori.

La condanna dello sceriffo

Poi la svolta. Dopo anni di angherie, nel 2011 un’associazione di latino americani dell’Arizona denuncia alla corte federale di Phoenix, Joe Arpaio. Citato per discriminazione e razzismo nei confronti degli abitanti della contea di Maricopa.

Ritenuto colpevole di aver ignorato l'ordinanza di un giudice e, accusato di violazione di diritti civili, abuso di potere e discriminazione razziale nei confronti della comunità ispanica ha concluso la sua carriera da sceriffo l’anno scorso con la convinzione di farla comunque franca.

L’ammissione di Arpaio

Davanti al giudice della corte federale di Phoenix Arpaio ha ammesso con orgoglio di aver  messo in piedi un programma contro gli immigrati illegali anche se non commettono crimini. Non solo: ha dichiarato di aver divulgato la voce che i messicani sono portatori del virus dell’influenza suina e che gli immigranti illegali si riconoscono da come vestono e come parlano. E, come riporta il premio Nobel Paul Krukgman sul New York Times, di essere "orgoglioso per aver messo in piedi vero e proprio campo di concentramento".

Il perdono di Trump che ha scatenato l'ira dell’America

Leale e fedele a Donald Trump, lo ha sostenuto in campagna elettorale e nei primi mesi a capo degli Stati Uniti, proprio dal presidente è stato graziato della condanna al carcere. Dal profilo di Arpaio stilato dalla Casa Bianca mancano gli episodi più crudi, scabrosi e assurdi. Una mossa quella del perdono del capo dello Studio ovale non convenzionale ma quasi sicuramente legale.

La lunga marcia contro Trump

Dura reazione dei democratici che hanno ritenuto la grazia da parte del presidente un’ingerenza senza precedenti per aiutare colui che con la sua divisa e quella stella appuntata sul petto ha fatto della legge ciò che ha voluto trasformando la giustizia in atti violenti.

Per protestare contro le scelte di Trump dalla presa di posizione sui fatti accaduti in Virginia quando il presidente ha equiparato i suprematisti bianchi ai loro oppositori, fino al caso Arpaio, un numeroso gruppo di attivisti religiosi, studenti e difensori dei diritti umani marceranno per dieci giorni da Charlottsville, Virginia, fino a Washington.

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