E Cameron si accorge di avere la jihad in casa

Il premier britannico annuncia una serie di misure per bloccare i terroristi. I sospettati non potranno lasciare il Paese e dovranno andare a scuola per de-radicalizzarsi

Londra. Donne musulmane manifestano in favore della sharia di fronte al numero 10 di Downing Street – Credits: CARL DE SOUZA/AFP/Getty Images

Anna Mazzone

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David Cameron si è svegliato e quello che ha visto non gli è piaciuto affatto. Il premier britannico ha varato una serie di nuove misure per combattere la minaccia jihadista made in Gran Bretagna. Come scrive il Telegraph, "I sospettati di terrorismo saranno costretti a frequentare programmi di de-radicalizzazione e potrebbero anche essere costretti a trasferirsi di città".

L'idea è quella di mandare a scuola i terroristi per combattere il loro fanatismo. Insomma, la barbarie del Califfato islamico ha prodotto tanta paura nel Regno Unito, soprattutto alla luce del fatto che circa 500 jihadisti, operativi al momento tra l'Iraq e la Siria, sarebbero di nazionalità britannica.

Le nuove misure del premier britannico includono un rafforzamento dei controlli alla frontiera, sia in entrata che in uscita. I sospettati di attività jihadiste si vedranno ritirare il passaporto all'aeroporto e non potranno lasciare il Paese dove saranno tenuti sotto controllo dalle forze di polizia. 

C'è da dire che, in quanto a presenza europea tra gli assassini al soldo del califfo Al-Baghdadi, Londra è preceduta dai francesi (700) e seguita a ruota dai tedeschi con 400 jihadisti tra le fila dell'Isis. E poi ci sono gli Stati Uniti, il Canada, l'Austria, la Danimarca, la Spagna, la Svezia, il Belgio, l'Olanda e l'Australia. A leggere i numeri sembra di assistere a una sorta di "giochi senza frontiere del terrore". 

E che la situazione sia ad alto rischio lo dice lo stesso David Cameron, che mostra il pugno di ferro agli estremisti del Regno e durante una conferenza stampa dichiara: "Aderire ai valori britannici non è un'opzione o una scelta. E' un dovere per tutti quelli che vivono nel Regno Unito", quindi, "difenderemo i nostri valori e alla fine sconfiggeremo l'estremismo e metteremo al sicuro le nostre vite per generazioni a venire".

Belle parole, ma l'impressione è che il premier britannico si sia svegliato un po' tardi, perché da anni gli attivisti denunciano "l'islamizzazione" della Gran Bretagna, della patria del "multiculturalismo", un concetto che oggi mostra i segni di politiche del tutto sbagliate ed è completamente andato alla deriva, rispetto alla teorizzazione che ne faceva il premio Nobel Amartya Sen (indiano e cittadino britannico). 

Per uno strano motivo, l'idea di "multiculturalismo" a Londra e dintorni si è presto tradotta in: ognuno è libero di fare quello che gli pare. Il risultato è stato la mancanza di una vera integrazione e l'accettazione di comportamenti del tutto avulsi da un contesto democratico, in nome di una "tolleranza" pelosa che non ha avuto né la forza né il coraggio di far rispettare le leggi di casa. In fondo, bastava fare solo quello. 

Così, si scopre che in Gran Bretagna da anni (e non da oggi) esistono i cosiddetti "Consigli della Sharia". Il primo è nato a Birmingham nel lontano 1982. Degli imam si riunirono in una moschea e decisero di fondare una rete di sostegno ai musulmani trapiantati nel Regno, per indirizzarli lungo la strada delle leggi coraniche e impedirgli di commettere peccato. Una forma di "diritto" del tutto estraneo (e opposto) a quello della Gran Bretagna. Norme sotterranee per sancire divorzi e fatwe, in totale disprezzo delle leggi del Paese ospitante. 

Si legge sul loro sito che: "Il 95% delle lettere ricevute dal Consiglio sono legate a problemi matrimoniali affrontati dai musulmani in Gran Bretagna, il restante 5% riguarda invece fatwe di vario genere". Il sito dice anche che "Il Consiglio dirime le controversie tra gruppi musulmani". Sui divorzi, i giudici della sharia nel Regno Unito specificano che "La decisione del Consiglio scioglie un matrimonio islamico e si riferisce solo a quello", ma per divorziare in senso civile è necessario trovare un avvocato e seguire le procedure del sistema legale britannico. Un processo molto più costoso. In quanti possono (e vogliono) permetterselo?.

Recentemente le organizzazioni per i diritti umani e civili del Regno Unito hanno lanciato l'allarme, ma sono rimaste drammaticamente inascoltate, almeno fino a quando non è stato decapitato in mondovisione il giornalista americano James Foley.

Maryam Namazie , fondatrice dell'ong One law for all , è spesso ospite dei talk show britannici, dove non perde occasione per denunciare l'islamizzazione di interi quartieri di Londra e non solo. Donne con il burqa, tribunali del popolo presieduti da ignoti imam, madrasse che sorgono a fianco delle scuole pubbliche e via dicendo. Insomma, in certe città del Regno sembra di essere a Islamabad, e non è certo solo una questione di "colori" o dell'atmosfera carica di spezie o della presenza di negozi halal, come potete vedere in questo video , mandato in onda dalla BBC nel 2013.

Maryam Namazie sta organizzando per ottobre una due giorni di incontri a Londra sul tema del secolarismo e dei diritti civili. Durante l'incontro verranno discussi argomenti come i la Primavera araba e la sharia, con l'intento di confinare e delimitare in modo severo il ruolo della religione in una società come quella britannica. Particolare attenzione sarà rivolta ai "delitti d'onore", che non succedono solo nei Paesi a conduzione islamica, ma anche nella civilissima Inghilterra. E poi le leggi sulla blasfemia e l'apostasia e i diritti delle donne. 

Tutti problemi che i britannici hanno in casa. Ma finora le istituzioni hanno prestato poca attenzione a questi campanelli d'allarme, preferendo occuparsi di altro e lasciando fiorire un piccolo Stato all'interno dello Stato, in cui vigono i precetti ferrei della legge coranica. Questa volta faranno lo stesso? Oltre a un controllo sui passaporti e al divieto per gli estremisti di lasciare il Paese, Londra riuscirà a trovare una voce univoca per difendere i propri "valori"?.

Già sul ritiro dei passaporti ai fanatici i Laburisti hanno espresso le loro perplessità, perché in una democrazia ognuno ha il sacrosanto diritto di andarsene dove gli pare. Ma il diritto di una democrazia di proteggersi e autoconservarsi dove lo mettiamo? Il rompicapo britannico (ed europeo) non è certo di facile soluzione.   

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