Esteri

Gli jihadisti in cammino verso l’Europa

Secondo la Cia i miliziani dello Stato Islamico starebbero pianificando un attentato nel cuore dell’Europa. Ecco come

Isis

Rocco Bellantone

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Oltrepassare il confine turco dalla Siria infiltrando miliziani tra le centinaia di profughi che ogni giorno fuggono dalle violenze della guerra in Medio Oriente. Per portare a termine il compito di colpire il cuore dell’Europa occidentale, lo Stato Islamico (IS) starebbe pensando a questa strategia. Lo sostengono fonti dell’intelligence americana, che avrebbero intercettato delle comunicazioni intercorse tra alcuni membri della leadership del Califfato. Secondo i servizi americani, citati ieri dal magazine domenicale tedesco Bild am sonntag, attraversato il confine con la Turchia i miliziani si muoverebbero in gruppi di quattro persone, proseguendo il viaggio verso l’Europa con documenti falsi ed evitando gli aeroporti per sfuggire ai controlli.

Seppur complesso nella sua realizzazione, lo scenario non è da escludere in partenza ed è certamente più credibile rispetto alla possibilità di un arrivo di jihadisti sulle coste europee a bordo dei barconi che attraversano il Mediterraneo partendo dal Nord Africa.

Perché la tratta turca è possibile

Dall’inizio degli attacchi aerei della coalizione internazionale in Iraq e Siria, i controlli negli aeroporti sono diventanti ancor più rigorosi. Imbarcarsi su un volo da Paesi considerati sensibili (la Turchia è in cima a questa lista) per raggiungere una meta europea senza destare alcun sospetto è diventato praticamente impossibile.   

Per questa ragione l’intelligence di IS avrebbe pensato di pianificare delle missioni di avvicinamento via terra. Ed è qui che entra in gioco il secondo elemento. L’intensificarsi degli scontri tra le milizie curde e i combattenti dello Stato Islamico per il controllo dell’enclave di Kobane, situata nel governatorato di Aleppo, ha reso l’intera area difficilmente monitorabile dalle stesse forze di sicurezza turche. Sinora sono circa 186.000 i curdi fuggiti verso i confini turchi, mentre solo nell’ultima settimana centinaia di volontari hanno effettuato il percorso inverso recandosi in Siria per combattere al fianco delle milizie di autodifesa curde (Ypg).

Sfruttando questo caos generalizzato, uomini dello Stato Islamico potrebbero riuscire a mischiarsi nella marea umana che ogni giorno si accalca lungo le frontiere turche, bucando il confine nei momenti in cui le autorità di Ankara decideranno di aprire le frontiere per accogliere gli sfollati nei campi profughi.

Il passaggio per i Balcani

Una volta oltrepassato il confine, il cammino verso l’Europa occidentale resterebbe ovviamente complicato e pieno di insidie: la disponibilità di passaporti falsi e di appoggi sicuri potrebbe non garantirebbe infatti di arrivare a destinazione. L’ostacolo principale è rappresentato anzitutto dai servizi controlli della polizia turca e, in un secondo momento, dal passaggio in Grecia, considerato che dopo l’approvazione dell’intervento militare contro lo Stato Islamico da parte del parlamento di Ankara l’allerta sicurezza è aumentata in entrambi i Paesi.

Superati questi step, muoversi nella penisola balcanica potrebbe rivelarsi relativamente più semplice. Qui la necessità di contare sul sostegno logistico ed economico di cellule jihadiste dormienti potrebbe trovare riscontri concreti, come dimostra la presenza capillare di gruppi estremisti in molti di questi Paesi: dall’Albania alla Serbia, passando per Kosovo, Macedonia, Bosnia-Herzegovina e Croazia.    

La tratta turca potrebbe dunque fare al caso delle milizie jihadiste, come d’altronde è già accaduto sinora all’inverso con l’arrivo di centinaia di combattenti nella Turchia meridionale. Da qui entrare poi in Siria non è stato mai complicato, perché non c’è bisogno di presentare alcun visto. Gli ultimi numeri forniti dall’intelligence americana a settembre dicono che almeno 3mila cittadini occidentali avrebbero optato per questa soluzione, riuscendo a oltrepassare il confine e a confluire nelle fila di Jabhat Al-Nusra e Stato Islamico. 

La mancanza di una strategia comune da parte dell’UE

Le rivelazioni del settimanale tedesco Bild am sonntag sono state in parte confermate direttamente dal governo tedesco. Un funzionario del ministero dell’Interno ha dichiarato al giornale che la Germania rischia di cadere vittima del “fuoco del terrorismo jihadista”. Al momento non ci sono però indicazioni o segnali concreti su eventuali attacchi o su obiettivi tedeschi che potrebbero essere colpiti a breve.

Ciò che è certo è anche la Germania in questi anni ha rappresentato un serbatoio di nuove leve per le milizie jihadiste. Secondo l’intelligence tedesca almeno in 450 sarebbero partiti da qui per unirsi al fronte jihadista in Siria, e di questi circa 150 avrebbero poi fatto ritorno a casa e adesso sarebbero pronti ad agire.

A far discutere in Germania negli ultimi giorni non sono state solo queste ammissioni, ma anche il caso della Baviera. Ludwig Schierghofer, capo del dipartimento antiterrorismo della polizia bavarese, ha dichiarato all’emittente pubblica Westdeutscher Rundfunk che la polizia non ha esitato in passato a incoraggiare gli estremisti islamici a lasciare il Paese per andare a combattere in Afghanistan e in Siria. Una concessione fatta, si è giustificato Schierghofer, per “proteggere la nostra popolazione da ogni possibile rischio”. La misura, introdotta in Baviera nel 2009, è stata messa da parte qualche mese fa, dopo che le autorità tedesche si sono rese conto di fare il gioco dei miliziani jihadisti.

Il caso della Baviera è emblematico e la dice lunga sulla mancanza di una strategia condivisa da parte dell’UE nella lotta contro lo Stato Islamico. Definire un piano comune per bloccare l’ingresso o il solo avvicinamento di potenziali attentatori, piuttosto che agire autonomamente - come d’altronde continua ad accadere in altri contesti, su tutti l’emergenza migranti nel Mediterraneo - sarebbe già un passo avanti importante per opporre una risposta unita a questa minaccia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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