Esteri

Italia-Azerbaigian. In campo ci sono i diritti umani

Pugno di ferro con gli oppositori, giornalisti minacciati, Internet sotto controllo. E "diplomazia del caviale" per gli interlocutori europei. Il paese del dittatore Ilham Aliyev

Azerbaigian-oppositori

Anna Mazzone

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Italia-Azerbaigian non è solo una partita di Calcio. Sabato 10 ottobre la Nazionale guidata da Antonio Conte affronterà l'Azerbaigian a Baku. Ma in campo non scenderanno solo 22 giocatori che puntano a qualificarsi per gli Europei del 2016. In campo ci sarà molto di più: scenderanno in formazione i diritti umani e civili, un tema su cui il regime azero si trova perennemente in fuorigioco.

E' vero che Sport e Politica non vanno (o non dovrebbero) andare a braccetto, ma il campo di calcio su cui la nostra Nazionale giocherà 90 minuti non è un campo come tutti gli altri, e quando l'arbitro fischierà l'inizio della partita, molti tifosi dell'Azerbaigian deporranno i loro fucili per godersi lo spettacolo, onde poi imbracciarli nuovamente appena terminato il match.

Mala tempora currunt per l'Azerbaigian del dittatore Ilham Aliyev. Qualche giorno fa il Parlamento europeo ha votato una risoluzione che condanna pesantemente i crimini del regime azero contro la libertà di stampa e d'opinione nell'ex Repubblica sovietica.

In Azerbaigian giornalisti, blogger e attivisti vengono sistematicamente minacciati e imprigionati per motivi politici. Il regime di Aliyev, che al dialogo e alla negoziazione preferisce la caviar diplomacy, la diplomazia del caviale fatta di una pioggia di prebende agli interlocutori europei per portarli dalla sua parte, non ci pensa su quando si tratta di usare il pugno di ferro contro l'opposizione, dimostrando una totale indifferenza verso i richiami della comunità internazionale, che più volte ha chiesto a Baku di smettere di calpestare i diritti umani e civili. 

Eppure, il regime di Aliyev fa orecchie da mercante e - anzi - la ferma condanna del Parlamento europeo fa andare il tiranno su tutte le furie, tanto da spingere l'acceleratore sull'escalation militare contro l'Armenia, con la quale dal 1994 l'Aerbaigian ha una "partita" aperta sulla questione del Nagorno Karabakh.

Alle carte bollate di Bruxelles Aliyev risponde con la discesa in campo dell'artiglieria pesante: recentemente un villaggio armeno in prossimità del confine è stato messo a ferro e fuoco. Quattro i morti sul campo.

A questo si aggiunge la chiusura dell'ufficio Osce di Baku su decisione del governo, con i funzionari Osce trattati come un manipolo di "noti sovversivi", e il giro di vite sulle opposizioni, come testimonia Amnesty International in un recente rapporto.

Più il regime viene messo all'angolo, più reagisce con violenza, facendo temere la riesplosione di una guerra nel cuore del Caucaso, che potrebbe avere drammatiche ripercussioni su tutta l'area.

Insomma, quando i cronisti italiani sabato 10 ottobre commenteranno la partita Italia-Azerbaigian, tengano ben presente la minaccia fatta dal regime di Baku ai danni del calciatore armeno Mkhitaryan, che gioca con la maglia del Borussia Dortmund. Il regime ha promesso di arrestarlo nel caso si presenti in Azerbaigian con la squadra tedesca per giocare in trasferta.

Ecco perché Italia-Azerbaigian non è solo una partita di calcio. In campo scenderanno le libertà negate e il feroce attacco ai diritti umani. Sarebbe bene "dare un calcio al regime" e fare goal al dittatore. Ci assicureremmo tranquillamente la qualificazione agli Europei, ma guadagneremmo anche qualcosa di più. 

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