La crisi che l’Occidente non sa e non vuole più risolvere

Il conflitto israelo-palestinese preoccupa meno dell’inferno siriano, ma pur di fronte al rischio contagio la comunità internazionale stenta a reagire. Anche a causa degli Usa, che in Medio Oriente ancora pochi rispettano. E temono

L'artiglieria di Tel Aviv in azione – Credits:  Lior Mizrahi/Getty Images

di Vittorio Emanuele Parsi,professore di relazioni internazionali dell’Università Cattolica di Milano

Assente, stanca, impotente: sono questi gli aggettivi che meglio tratteggiano l’atteggiamento della comunità internazionale di fronte alla più grave crisi israelo-palestinese dall’operazione Piombo fuso, che nel 2008 portò all’invasione di Gaza da parte dell’esercito israeliano. Niente di sorprendente, se solo si considera che è dalla nascita dello Stato ebraico che il problema della convivenza tra arabi e israeliani si trascina senza soluzione. Uno stallo continuo, alla cui ombra i palestinesi hanno visto contrarsi lo spazio fisico in cui abitare e quello ideale della speranza di poter un giorno uscire dallo stato di ultima "colonia de facto" ancora presente sul pianeta.

Eppure non è sempre stato così. Dalla fine della guerra del Kippur (ottobre 1973) alla firma degli accordi di Oslo (firmati in realtà a Washington nel settembre 1993) la comunità internazionale, in particolar modo gli Stati Uniti, provò (illudendosi?) a fornire il suo contributo per porre fine a un conflitto senza fine. Da allora le cose sono cambiate in peggio. L’omicidio di Rabin a opera di un fanatico religioso israeliano (1995), il fallimento del summit di Camp David tra Ehud Barak e Yasser Arafat (2000), poi la seconda intifada e l’emergere di Hamas (2000), infine l’invasione del Libano nel 2006 e quella di Gaza nel 2008. Mentre il fronte palestinese si spaccava tra i sostenitori di Hamas e quelli di Abu Mazen, quello israeliano vedeva la progressiva deriva verso destra del quadro politico. Due risultati che rendevano molto più difficile l’esercizio della pressione occidentale verso un accordo sostenibile.

I due mandati presidenziali di George W. Bush, dominati dalla tragedia dell’11 settembre e dal coinvolgimento diretto degli Usa in Medio Oriente, hanno finito prima con l’illudere l’amministrazione di poter imporre una pax americana anche in Palestina, poi con lo screditare Washington come mediatore. D’altronde, l’arrivo di Barack Obama alla Casa Bianca non ha migliorato le cose. Al di là dei buoni propositi mostrati dal presidente americano meno antiarabo dai tempi di Eisenhower, l’inconcludenza e la confusione della politica mediorientale di Obama hanno reso molto più facile ai falchi di entrambi gli schieramenti (dal Likud di Netanyahu ad Hamas) di fare orecchie da mercante alle "pressioni" di Washington.

Le primavere arabe, le guerre civili divampate in Siria, Iraq e Libia, la proclamazione del "califfato" hanno distratto l’attenzione della comunità internazionale, che ha sostanzialmente rimosso la questione israelo-palestinese. Ora la preoccupazione di tutti è che la rabbia e la frustrazione contro "il nemico interno" (i rais deposti e i loro regimi) possa saldarsi a quella contro il "nemico esterno" (Israele e l’Occidente). Preoccupazione cui, però, non seguono azioni politiche, a causa della perdita di prestigio e rispetto di Stati Uniti e Occidente. L’America continua a non essere particolarmente amata in Medio Oriente, ma non è più neppure temuta. E questo sentimento è condiviso dalla quasi totalità degli arabi e da un numero crescente di israeliani, pur con sfumature diverse. Un vuoto di potere e autorevolezza che rende difficilissima qualunque ipotesi di pressione o mediazione da parte occidentale.
La sensazione paradossale è che per le cancellerie occidentali sia meno complesso affrontare il disordine del Levante, temuto per le possibili ripercussioni nel Golfo, che non la questione palestinese. Sapendo che l’intreccio delle due vicende potrebbe essere letale, si opta in sostanza per spingere al largo la navicella della crisi siro-irachena abbandonando alla deriva (e al timone israeliano) l’imbarcazione palestinese. Tel Aviv può così mostrare una disponibilità ben maggiore di Hamas alla tregua, convinta che la superiorità militare possa assicurare ancora per qualche anno un vantaggio significativo. Hamas ha puntato tutto sul pericolo contagio della crisi siriana per provare a uscire da uno status quo che rischiava di soffocarla dopo l’avvicendamento tra Mohamed Morsi e il generale Al Sisi in Egitto. L’organizzazione islamista palestinese non può permettersi di tornare indietro.

Leggi Panorama Online

© Riproduzione Riservata

Commenti