Israele-Gaza, ma qual è il vero obiettivo della guerra?

L'offensiva militare dello Stato ebraico mira a "falciare l'erba" di Hamas, ma non ha una strategia di lungo termine contro l'organizzazione terroristica. E i morti aumentano

Gaza. Un ragazzo palestinese coperto dalla bandiera nazionale guarda una casa distrutta dai bombardamenti israeliani – Credits: MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images

Anna Mazzone

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Nel mondo arabo si festeggia Eid-al-Fitr e per qualche ora la guerra a Gaza si è fermata. Complice l'appello delle Nazioni Unite e del presidente Usa Barack Obama, che hanno richiesto sia a Israele che ad Hamas "un cessate il fuoco senza condizioni" nella Striscia di Gaza. E sia Israele che Hamas hanno criticato l'appello della comunità internazionale (adducendo motivazioni opposte), ma per poco la logica delle armi e del sangue sembra essersi fermata. Fino a quando non è dato saperlo.

Più di mille vittime tra i palestinesi, 43 soldati israeliani uccisi. Ma, se da una parte il premier Benjamin Netanyahu è nell'occhio del ciclone della comunità internazionale, che sta aumentando su di lui la pressione affinché cessino le operazioni militari (iniziate l'8 luglio scorso via cielo e proseguite dal 18 luglio via terra), dall'altra parte, in casa, il premier israeliano sembra godere di un appoggio quasi totale.

Secondo un sondaggio diffuso dalla tv di Tel Aviv Channel 10, l'87% degli israeliani si sono espressi in favore delle operazioni militari a Gaza e ritengono che debbano continuare. Mentre solo il 7% si esprime per un cessate il fuoco immediato e totale.

Eppure, man mano che passano i giorni e che aumenta in modo indecente il numero delle vittime, ci si domanda quale sia la strategia militare di Israele. Fino a che punto vogliono arrivare? Qual è l'obiettivo dell'IDF, l'esercito dello Stato ebraico? E in quanto tempo credono di poterlo raggiungere?

Falciare l'erba alta. Senza entrare nei tecnicismi dei Generali, quello che gli analisti sostengono è che Israele con l'attacco di Gaza stia "falciando l'erba" di Hamas. E' ovvio che la giustificazione addotta dall'IDF alle operazioni terrestri a Gaza mira a distruggere i tunnel usati dai militanti di Hamas per avere accesso sia in Israele che in Egitto, ma è altrettanto ovvio che distruggere i tunnel non distruggerà Hamas.

L'organizzazione terroristica sarà ancora in grado di scavare altri tunnel e questo Israele lo sa bene. Così come sa bene che finora sono morti più soldati israeliani che nelle guerre dal 2006 a oggi e che più di un migliaio di palestinesi sono rimasti uccisi, pur non facendo tutti parte di Hamas.

Allora, la prima domanda da porsi è: qual è l'obiettivo alla base di tutta questa sofferenza? E perché Israele ha lanciato un'offensiva che gli costerà molto in termini di vite umane e, allo stesso tempo, avrà effetto solo nel breve periodo contro Hamas?. Per rispondere a queste domande, dicono gli esperti militari, non si può prescindere da come storicamente Israele ha affrontato le sue "minacce" esterne.

Per molti anni lo Stato ebraico è stato convinto di non poter sradicare completamente le minacce alla sua esistenza, ma di poterle "gestire", nell'ottica di garantire sicurezza (e vita) al suo popolo. Tradotto, significa scegliere di utilizzare operazioni militari sistematiche e guerre lampo per punire e indebolire i nemici.

Diciamo che questo approccio per anni ha dato i suoi frutti, Israele esiste ancora e i suoi nemici non l'hanno sconfitta. Ma è pur vero che una simile enfasi sulla retorica (e sulla pratica) della "gestione" del nemico, piuttosto che sulla "soluzione" da trovare per non subire più minacce, ha condotto a quello a cui stiamo assistendo in questi giorni: sangue e morte senza avere una pace stabile e duratura come reale obiettivo.

Insomma, una condizione di guerra permanente, che porterà caduti e disperazione su entrambi i fronti. Ma quello che in precedenza ha funzionato con gli altri Paesi arabi (basti pensare alle tre guerre di Israele con i suoi "vicini" nel '48, '67 e 1973), oggi non funziona più con Hamas. La logica di "falciare l'erba" dell'organizzazione terroristica che comanda a Gaza nel lungo periodo non porterà né alla pace, né - tanto meno - alla distruzione totale di Hamas stessa.

Scevri da qualsiasi implicazione etica, quando ci chiediamo se "falciare l'erba" con Hamas, oltre a rafforzare nel breve periodo la sicurezza di Israele porterà a una sconfitta dell'organizzazione di Gaza, non possiamo che dare come risposta: no, non accadrà. E ancora: l'invasione di Gaza renderà Israele uno Stato più sicuro nel lungo periodo? No, non lo farà. E allora, molto banalmente, ci chiediamo perché continuare a far morire civili e soldati, mamme e bambini e - soprattutto - qual è il limite massimo di morti che farà dare a Netanyahu lo stop alle operazioni. 

A differenza dei precedenti con l'Egitto e la Giordania, in questo caso non esiste alcun disegno politica di Israele per raggiungere un possibile trattato di pace o di non belligeranza. Insomma, il silenzio di Netanyahu è chiaramente indice della mancanza di una visione su come "risolvere" e non solo "gestire" il problema Hamas. Già nel 2008-2009 e ancora nel 2012 abbiamo assistito alle offensive militari israeliane nella Striscia per fermare la pioggia di razzi contro Israele. Ma se oggi siamo ancora qui a raccontare l'ennesima guerra, evidentemente il problema è lungi dall'essere risolto.

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