Esteri

Israele, cosa prevede la nuova legge sullo Stato ebraico

I timori per i diritti delle minoranze. Secondo gli osservatori il provvedimento rischia di allontanare ulteriormente ogni possibilità di negoziati di pace

stato di israele

Eleonora Lorusso

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Israele non si ferma, anzi sancisce la propria identità di Stato ebraico e lo fa con una legge.
La norma definisce ufficialmente lo “Stato della nazione ebraica” (Jewish Nation State) come esclusivamente ebraico, considerando l’arabo non come lingua ufficiale, ma solo riconosciuta con uno status speciale. Ma non solo. Il provvedimento, che ha ottenuto il via libera del Parlamento nonostante le critiche della vigilia, considera l’estensione degli insediamenti dei coloni nei Territori come “interesse nazionale”.
Ora gli osservatori temono nuove proteste da parte della comunità palestinese. Il provvedimento inoltre, potrebbe essere un ulteriore ostacolo per i negoziati di pace, già in stallo da tempo.

La scelta di Israele arriva dopo mesi di violenze al confine con la Striscia di Gaza nell’anno del 70esimo anniversario dalla fondazione dello stesso Stato israeliano e dopo l’apertura dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme.

Cosa prevede la legge

La norma è stata fortemente voluta dal primo ministro, Benjamin Netanyahu, e appoggiata dalle forze di destra. Oltre alla definizione di Stato Ebraico, prevede l’estensione degli insediamenti, dunque l’ampliamento delle zone abitate dalla comunità ebraica nei territori palestinesi. Si tratta di una decisione destinata a scatenare proteste, perché già fonte di manifestazioni contrarie, anche violente, da parte dei palestinesi.

Un altro aspetto controverso riguarda poi la lingua. L’arabo non viene più considerato lingua ufficiale al pari dell’ebraico, ma gli viene riconosciuto un semplice “status speciale”. Perde dunque una parte di legittimazione formale.  

Cosa potrebbe succedere ora

Una prima conseguenza alla proposta di legge è stata l’opposizione da parte dei deputati arabo israeliani, che però non è bastata a fermarne l’approvazione. Il disegno di legge ha ottenuto il via libera dalle forze di destra che governano il paese e stabilisce che “Israele è la patria storica del popolo ebraico che ha un diritto esclusivo all’autodeterminazione nazionale”.

Per l’approvazione sono state necessarie 8 ore di acceso dibattito, terminato con 62 voti a favore e 55 contrari, e l’eliminazione di alcune clausole come quella che avrebbe sancito la creazione di comunità esclusivamente ebraiche nel Paese. Tra coloro che hanno tentato di bloccare il testo c’è il parlamentare Ahmed Tibi, che ora parla di “morte della democrazia”.

Ancora più dura l’accusa di Adalah, il Centro legale per i diritti delle minoranze arabe in Israele, secondo cui la legge sarebbe un tentativo di promuovere “la superiorità etnica attraverso politiche razziste”. Ma il premier Netanyahu ha spiegato: “Continueremo a garantire i diritti civili nella democrazia di Israele, ma la maggioranza ha anche i diritti e la maggioranza decide”.

Gli arabi in Israele

I cittadini arabi che vivono in Israele sono 9 milioni, rappresentano un quinto della popolazione complessiva, lamentano di essere trattati come “cittadini di serie B” e di essere vittime di discriminazioni soprattutto nell’accesso a servizi di istruzione, sanitari e abitativi.  Con il via libera al nuovo testo temono che la loro condizione peggiorerebbe ulteriormente.

Di sicuro la legge contribuisce ad acuire la tensione gia’ elevata in zone come il villaggio di beduini di Khan al-Ahmar, in Cisgiordania, dove erano in corso scontri tra le forze armate israeliane e gli abitanti locali. Israele ha annunciato la demolizione dell’insediamento per creare un corridoio che unisca il villaggio di Maale Adumim, vicino a Gerusalemme, e quello più piccolo di Kfar Adumim, a nord-est.

Ma la stessa dichiarazione d’intenti della legge, che considera di interesse nazionale gli insediamenti nei Territori, preannuncia nuove situazioni analoghe.

La fine dei negoziati di pace?

Un’altra conseguenza della nuova norma riguarda la possibilità di arrivare a una pace in Medio Oriente. Da tempo si parla di un piano americano, anche se dall’insediamento di Donald Trump alla presidenza statunitense le trattative sembrano essersi congelate. Il capo della Casa Bianca nelle scorse settimane sembrava in procinto di presentare il testo, la cui mediazione è stata affidata al genero, Jared Kushner. Ma il trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv con l’apertura della sede a Gerusalemme, ha complicato la situazione.

Dure le proteste della comunità palestinese, che dalla primavera aveva iniziato la Marcia del ritorno (contro la fondazione dello Stato di Israele, considerato un’occupazione) , culminata proprio con i sanguinosi scontri in occasione dell’inaugurazione dell’ambasciata Usa nella città Santa.

Nei giorni scorsi, poi si sono vissute ore di fortissime tensioni tra il governo di Tel Aviv e Hamas, con il premier Netanyahu che ha dovuto fronteggiare sia gli scontri a Gaza (con la successiva firma di un fragile “cessate il fuoco” temporaneo), sia la crisi in Siria e le conseguenze ai propri confini.

L’esercito israeliano aveva condotto un attacco aereo contro obiettivi del movimento islamista a Gaza, che aveva risposto con il lancio di due razzi, uno dei quali intercettato dal sistema di difesa aereo Iron Dome. Dall’inviato Usa per il Medio Oriente, Jason Greenblatt, era poi arrivato via Twitter un duro monito a “provare la pace” e dare “un’opportunità ai vostri figli e ai vostri nipoti”.

Le conseguenze in Medio Oriente (e in Siria)

Ulteriori ricadute riguardano la difficile crisi in Siria e le pressioni dei prufughi ai confini di Israele. Il governo di Tel Aviv si è rifiutato di aprirli, fornendo però aiuti umanitari alla popolazione in fuga dai bombardamenti siriani soprattutto a Daraa.

Proprio il futuro della Siria è stato tra i temi discussi da Trump e Putin al vertice di Helsinki, in Finlandia, preceduto da un faccia-a-faccia tra Netanyahu e Putin al Cremlino. Secondo gli osservatori, la nuova mossa di Tel Aviv non è stata una sorpresa e ha ricevuto un implicito avvallo sia da Washigton che da Mosca, con cui da tempo Israele ha avviato un dialogo che riguarda soprattutto il fronte siriano. Il governo israeliano è preoccupato dall’avanzata iraniana verso il Golan e ha già chiesto alla Russia di fermare ogni tentativo di Teheran (e di Hezbollah dal Libano) di avvicinarsi al proprio territorio

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