Esteri

Perché Israele attacca le basi di Assad in Siria

Tel Aviv tiene nel mirino il crescente ruolo dell'Iran nel paese e il suo disegno egemonico in tutto il Medio Oriente: una minaccia mortale alla propria sicurezza

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Eleonora Lorusso

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La guerra in Siria sta vivendo un'escalation senza precedenti. Dopo l'offensiva siriana contro i ribelli nella città di Douma, durante la quale sono state usate armi chimiche (presumibilmente da parte di Assad, anche se chi dice che son stati i ribelli della milizia Jaysh al-Islam) e l'attacco aereo alla base siriana T-4 vicino a Homs, un cacciatorpediniere statunitense si avvicina alle coste siriane, mentre caccia russi hanno compiuto manovre di disturbo proprio nei confronti della nave americana.

Il conflitto, dunque, assume geometrie sempre più variabili e con un numero maggiore di attori in campo. Non solo i curdi, la Turchia, gli Stati Uniti e la Russia, ma anche Israele e l'Iran sono coinvolti da vicino. Secondo l'ex comandante della Israel Air Force, il generale Eitan Ben Eliyahu, l'attacco alla base siriana nella zona di Palmyra, è stato condotto dalle forze di Tel Aviv, che non potevano "lasciare senza risposta" il sospetto uso di bombe al cloro sulla popolazione civile.

Ma secondo molti osservatori si sarebbe trattato di un pretesto per Israele (e la comunità internazionale, dagli Usa alla Francia), che da tempo soffre per la presenza crescente in Siria dell'Iran, suo nemico numero uno.

L'attacco israeliano

Il governo Netanyhau non ha ufficialmente commentato l'incursione, ma ha sottolineato più volte quelle che considera le linee rosse invalicabili, le azioni che non possono essere tollerate in Siria: il trasferimento di armi ad alto potenziale ai miliziani Hezbollah in Libano, la minaccia alla propria sovranità e una presenza (sempre maggiore) dell'Iran in Siria, con un rafforzamento in tutta la regione.

L'attacco condotto lunedì dalle forze israeliane ha avuto come obiettivo proprio la base, nota come T-4, dove c'è una presenza di truppe di Teheran, confermata anche dalla morte di 4 consiglieri militari iraniani riportata dall'agenzia Fars News. Proprio da lì, inoltre, era partito il drone iraniano che lo scorso febbraio era penetrato nello spazio aereo israeliano.

Lo scontro Israele-Iran

Tel Aviv non ha mai nascosto di considerare l'Iran la più grande minaccia alla propria esistenza. Fino al 2011, anno dello scoppio della guerra civile in Siria, tra Tel Aviv e Damasco era stato raggiunto un tacito accordo di coesistenza, nonostante la Siria non abbia mai riconosciuto ufficialmente lo Stato di Israele.

Ma la crescente presenza iraniana in Siria ha cambiato gli assetti, spingendo Israele a intervenire nel conflitto con diversi attacchi nel Paese confinante. L'Iran ha minacciato più volte in manifestazioni di piazza di distruggere Israele. Il suo programma nucleare, inoltre, impensierisce Tel Aviv: il premier israeliano Netanyahu si è opposto più volte al suo sviluppo anche a scopi civili, ritenendo che la revisione delle sanzioni contro Teheran, voluta dall'ex Presidente statunitense Obama nel 2015, abbia permesso alla repubblica islamica di sviluppare ricerche a fini bellici e mettere a punto missili balistici sempre più potenti.

Ad aggravare la situazione è arrivato anche l'annuncio di un disimpegno imminente da parte degli Stati Uniti, che rappresentano il principale alleato israeliano nella regione. Netanyahu non ha voluto criticare apertamente la decisione di Trump, ma dal punto di vista israeliano la presenza americana in Siria rappresenta se un sostegno in chiave anti-Iran, date anche le intenzioni del capo della Casa Bianca di rivedere proprio le sanzioni contro Teheran.

Si spiegano così le parole affidate al Ministro per la Sicurezza pubblica israeliano, Gilad Erdan, che alla Israel Army Radio ha dichiarato: "Ci auguriamo che la presenza americana e quella internazionale aumentino, altrimenti il genocidio in corso potrà solo peggiorare". Della stessa opiniono sembrano il Pentagono e l'Arabia Saudita, il cui principe ereditario è stato di recente proprio a Washington.

Bin Salman e l'asse Usa-Israele

Dalla Casa Bianca il giovane Bin Salman ha affrontato il delicatissimo tema dello Stato ebraico, diventando il primo rappresentante saudita a riconoscere quest'ultimo. "Israele ha diritto a una patria - ha detto - Se ci sarà la pace, ci saranno tanti interessi in comune tra noi e loro". Un'apertura storica, giunta a pochi giorni dagli scontri tra israeliani e palestinesi nella Striscia di Gaza durante le proteste della Marcia del Ritorno e in un momento cruciale del processo di pace, di fatto bloccato.

Le parole dell'erede saudita sono motivate anche dall'asse comune tra Tel Aviv e Riyadh, che solo di recente stanno normalizzando i loro rapporti dopo anni di gelo diplomatico, nell'ottica di contenimento dell'area sciita. Essa comprende, infatti, la Siria, il Libano degli Hezbollah, lo Yemen (col quale l'Arabia è in guerra) e appunto l'Iran, oltre ai palestinesi.

Per Israele e Arabia (può contare anche sull'Egitto per un'alleanza sunnita) il reciproco appoggio diventa fondamentale per fermare l'avanzata dell'Iran ed evitare la crescita sciita in Medio Oriente, tanto che qualcuno parla di una "Nato araba", sostenuta dagli Stati Uniti.

Israele e la Russia di Putin

Nello scacchiere mediorientale, però, è imprescindibile il ruolo della Russia. Fino a pochi mesi e settimane fa Tel Aviv e Mosca avevano coordinato gli interventi militari, alla luce di un comune interesse a porre fine al conflitto in Siria. Ogni azione israeliana nel paese confinante era concordata con la Russia, almeno fino all'attacco alla T-4. Il Cremlino non ha nascosto tutto il proprio disappunto per l'attacco, tanto che il portavoce Peskov ha annunciato l'intenzione di Putin di parlare del caso con Netanyahu.

L'apparente intesa tra Israele e la Russia ha iniziato a incrinarsi solo di recente, lo scorso febbraio, quando Mosca ha inviato i propri jet SU-57 in Siria spiegando che sarebbero serviti come messaggio per i velivoli "di paesi vicini che periodicamente volano nello spazio aereo siriano senza autorizzazione" con chiaro riferimento a quelli israeliani.

Le ultime manovre

L'attacco israeliano ha dunque alzato la tensione ed è stato seguito da una manovra americana che ha già causato una prima risposta russa. Come riferito dal quotidiano turco Hurriyet, il cacciatorpediniere D. Cook della US Navy ha lasciato il porto di Larnaca per avvicinarsi alle acque territoriali siriane. Jet di Mosca si sono decollati, sorvolando la nave americana per ben quattro volte e compiendo manovre di disturbo.

Azioni che seguono altre analoghe compiute nei giorni scorsi ai danni di droni statunitensi, di cui sarebbero stati bloccati i sistemi Gps, rendendoli inutilizzabili. Secondo la Nbc, i velivoli radiocontrollati erano intenti a verificare proprio l'uso di armi chimiche, fin dalle scorse settimane, nella zona della Ghouta.

Mosca continua a ribadire che l'attacco con il cloro a Douma è una fake news, utilizzata come casus belli, e annuncia che presenterà una bozza di risoluzione al Consiglio di Sicurezza Onu perché sul caso sia aperta un'inchiesta dell'Opac, l'Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche. Il ministro degli Esteri russo, Lavrov, secondo l'agenzia Tass sarebbe pronto a garantire l'incolumità degli ispettori Opec a Douma.

Alcuni osservatori ritengono che un'indagine indipendente sia indispensabile, per evitare gli errori del passato. Lo scorso anno il regime di Assad venne accusato di aver usato gas nervino a Idilib, mostrando immagini di presunte vittime, soccorso da personale in abiti estivi, senza alcuna protezione. Ipotesi improbabile, data la modalità di trasmissione, anche cutanea, del gas mortale.

Gli stessi miliziani Jaysh al-Islam, arroccati a Douma, nel 2016 avevano utilizzato scudi umani e cloro per combattere contro i curdi. Non viene del tutto escluso, dunque, che possano essere stati proprio i salafiti, nello scontro finale contro le milizie di Assad, a ricorrere al cloro per indurre la comunità internazionale a intervenire per fermare il dittatore siriano.

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