L'Islanda dice basta al porno

La "fredda" Reykjavik mette al bando i siti hard, come Arabia, Iran, Yemen e Cina

(Credits: Valery Hache/AFP/Getty Images)

Claudia Astarita

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Se il disegno di legge del Ministro dell'Interno Ogmundur Jonasson verrà approvato (e le ragioni per cui questo non debba accadere sono pochissime) l'Islanda diventerà la prima democrazia che vieta l'accesso ai siti internet erotici. Avvicinandosi, ironizza qualche sito web, a ciò che già succede in Iran, Arabia Saudita e Yemen.

Possibile che nel Nord Europa, vale a dire in quella che fino a qualche tempo fa era considerata la regione simbolo della libertà sessuale, esista una nazione in cui presto, come ha anticipato il Ministro Jonasson, gli indirizzi Ip pornografici non saranno accessibili e nessuna carta di credito islandese verrà più autorizzata a fare acquisti su questi siti? Ebbene, quasi tutti sono pronti a scommettere che succederà proprio così. Inquadrando la nuova normativa come un secondo (e importantissimo) passo -il primo viene in genere identificato con l'introduzione, nel 2012, del divieto di organizzare spogliarelli nei locali notturni, verso la ridefinizione del concetto di pornografia. Che inizierebbe ad essere guardato da un altro punto di vista. Quello dei danni che inferisce alle donne, usate come oggetti e violandone la dignità.

Un approccio molto diverso da quello delle altre nazioni che fino ad oggi si sono contraddistinte per una politica di tolleranza zero verso tutto ciò che il regime considera erotico. Stiamo parlando dell'Arabia Saudita, dello Yemen, dell'Iran, ma per certi versi anche di Cina e di India. Tutti paesi (o regimi) in cui ufficialmente la sola scelta di guardare film pornografici viene classificata come reato. Sempre ufficialmente perché le donne "meritano" di essere protette e tutelate. E quindi, con la sola eccezione della Repubblica Popolare, vengono invitate o costrette a coprirsi per evitare di presentarsi in società in maniera "inappropriata".

Nella realtà, però, queste stesse donne non hanno nessun diritto, e vengono sfruttate da familiari e sconosciuti anche a fini sessuali. Senza che nessuno o quasi perda tempo (o trovi il coraggio) per condannare questi atti di violenza. Anzi: non è raro che "eventi spiacevoli" come uno stupro siano successivamente gustificati sottolineando l'inadeguatezza dell'atteggiamento della donna.

L'iniziativa del Ministro Jonasson non è fondata sull'ipocrisia, ma sul desiderio di dare un ulteriore contributo al miglioramento del benessere e della qualità della vita di trecentomila islandesi. Ecco perché moltissime persone siano state coinvolte nella preparazione di questo disegno di legge. Da professionisti dell'educazione a medici e funzionari di polizia. Che dopo aver appreso da uno studio commissionato dal governo di Reykjavik che quando ragazzi molto giovani vengono regolarmente esposti a contenuti pornografici rischiano di rimanerne traumatizzati tanto quanto le giovanissime vittime di violenza sessuale, si sono attivati nella ricerca di un sistema per proteggere i bimbi islandesi anche da questa minaccia.

Tra la scelta dell'Islanda e quella dei regimi islamici esiste però una via di mezzo. Perché se a Reykjavik nessuno pare essersi posto il problema dell'impatto di questa nuova normativa sulla libertà dei cittadini, non è un caso se ci ritroviamo oggi a discutere del primo caso di democrazia intenzionata a imporre un divieto di tale portata. In un mondo in cui, forse, una scelta di questo tipo desta stupore proprio perché presa da una nazione scandinava e non da un paese più legato alla morale tradizionale.

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