Esteri

Islam e Burkini ai tempi di Facebook

Raccontare che qualche anno fa anche le donne musulmane andavano al mare in bikini mi è costata l'accusa di islamofobo e tre giorni di blocco del profilo

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Sherif El Sebaie

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Il mese di agosto è stato segnato dal dibattito sul “burkini” e sul divieto imposto all’uso di tale costume da bagno in alcuni comuni francesi, successivamente bocciato dal Consiglio di Stato della Francia.

La bocciatura non dovrebbe meravigliare: sono in molte/i - persino femministe, anche in Italia – a sostenere che il burkini sia solo un costume, e proprio in quanto tale, chi lo vuole indossare dovrebbe poterlo fare liberamente. Altri si sono persino spinti fino a ritenerlo un costume imprescindibile per le donne musulmane che desiderano andare in spiaggia, sostenendo che vietarlo sia un mero attacco alla religione islamica.

In quanto egiziano, ho assistito progressivamente all’involuzione dei mio paese di origine, sia sul piano ideologico che su quello del costume.

Agli inizi degli anni 90, epoca in cui molti egiziani sono tornati in patria dopo decenni di vita lavorativa nei paesi del golfo, la prima donna che ha fatto il bagno vestita (all’epoca non esisteva ancora il burkini) venne guardata dalle altre musulmane – che il bagno lo facevano in costume, senza per questo considerarsi ed essere considerate “meno musulmane” - con un misto di curiosità, divertimento e sorpresa.

Ma di anno in anno, la moda di fare il bagno vestite divenne la norma e furono le donne col costume a sembrare delle curiosità, per altro neanche tanto divertenti. Chi voleva fare il bagno in costume, doveva rifugiarsi sulle spiagge private o degli alberghi, dove la presenza delle turiste occidentali - che nessuno avrebbe osato importunare - divenne una specie di “protezione”.

Il burkini – versione moderna del fare in bagno vestite – non è un semplice costume da bagno, ma il segno del dilagare di una mentalità tipica dell'"Islam politico" (termine usato anche in arabo per distinguerlo dall'“Islam” tout court) che sin dagli anni '70 ha perseguito la diffusione della copertura della donna come simbolo manifesto della propria presenza nello spazio pubblico, e quindi del proprio peso nella società.

Come ha dichiarato un esponente dei Fratelli musulmani in una conferenza pubblica: “La nostra marcia verso il potere è iniziata quando abbiamo convinto le nostre colleghe universitarie a velarsi”.

È interessante notare il suo insistere sul “convincimento” perché fu effettivamente una paziente opera di persuasione e di pressione sociale esercitata da donne velate su donne non velate a cancellare, nel giro di un paio di generazioni, la memoria stessa di società islamiche in cui le donne non erano né velate, né imburkinate.

È stato questo, sostanzialmente, quanto ho raccontato sul mio profilo Facebook, corredandolo delle immagini delle spiagge egiziane negli anni sessanta.

Non avrei mai immaginato che quelle che per me sono ovvietà sarebbero diventate virali, ma ancora meno la reazione di molti lettori divisi fra incredulità e nostalgia.

In migliaia hanno chiesto l’amicizia in poche ore, curiosi di saperne di più. L’aspetto triste è che a mettere in dubbio l'autenticità delle immagini ("Sono troppo chiari per essere egiziani", "Sono su una spiaggia per élite" ecc.) non sono stati gli islamisti, ma i lettori europei.

A riprova del fatto che la memoria stessa di un mondo musulmano laico, senza veli, senza burkini, e così via, è praticamente svanita. Qualche lettore italiano, più islamista degli islamisti, mi ha persino dato dell’islamofobo venduto. Io, che sono nato musulmano in un paese islamico.

Questo delirante quadro si è concluso con il blocco orwelliano del mio profilo Facebook, denunciato da qualche zelante internauta come falso.

Ho passato tre giorni di passione, inviando ogni giorno il documento di identità richiestomi da Facebook a dimostrazione che scrivevo col mio vero nome e cognome, ma senza successo.
Alla fine un amico è riuscito a mettermi in contatto con un responsabile in carne e ossa che ha immediatamente e gentilmente provveduto a impartire indicazioni per sbloccare il profilo. Se non avessi avuto quella fortuna, probabilmente la mia voce sarebbe stata zittita chissà per quanto tempo ancora.

In fin dei conti, non sono certo l’Imam che ha pubblicato le foto delle suore al mare in difesa del burkini e che si è ritrovato il profilo bloccato per la stessa segnalazione.
Per lui si che sì sono mossi i mezzi di informazione a reti unificate, tanto da far sbloccare il profilo in sette ore con relativo comunicato stampa da parte di Facebook.
Ennesima dimostrazione della disparità di trattamento che media e politica riservano ai musulmani laici, che devono evidentemente espiare la colpa dell’aver solo ricordato che, un tempo, anche le musulmane andavano al mare in bikini.

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