Isis: l'importanza strategica della battaglia di Mosul

L'offensiva per riprendere la capitale irachena dello Stato Islamico determinerà i destini dell’Iraq e della guerra

Luciano Tirinnanzi

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Per Lookout news


L’inizio delle operazioni per riprendere Mosul è stato annunciato dal primo ministro iracheno Haider Al Abadi in un discorso televisivo: “L’ora della vittoria è arrivata” ha dichiarato con la consueta retorica che gli è propria. “Se Dio vuole, c’incontreremo a Mosul per celebrare la liberazione e la salvezza da Daesh (ISIS, ndr) in modo che, ancora una volta, tutte le religioni possano vivere unite e insieme sconfiggere Daesh per ricostruire questa cara città di Mosul”.

 La cifra reale degli uomini impiegati per la battaglia di Mosul è incerta. Sarebbero trentamila i soldati inviati da Baghdad, sostenuti dagli americani e dai francesi, che sono di stanza nella base aerea di Qayyara, dove sarebbero concentrati anche diecimila uomini delle milizie sciite eterodirette da Teheran. Sono schierati sul campo anche alcuni battaglioni di Peshmerga, che sperano di penetrare tra i primi in città. Inoltre, poco fuori Mosul, altri cinquecento uomini di Ankara attendono il momento propizio per entrare in gioco.

 

Le forze in campo

Baghdad nei giorni scorsi ha fatto circolare volantini (foto), secondo cui agli ordini di Al Abadi vi sarebbero ben 6 divisioni e oltre 65mila uomini, una cifra che al momento appare forse arrotondata per eccesso. Ciò nonostante, le truppe anti-ISIS son già a circa 10 km dalla capitale irachena del Califfato: l’esercito regolare muove da Sud, dove ha schierato 13 reggimenti del Direttorato Anti-terrorismo, la 37esima brigata e la Nona brigata armata (dotata di tank Abrams); i Peshmerga si muovono invece dall’asse Nord-Est con due brigate, insieme alla milizia sciita Al-Hashd al Shaabi e alla milizia cristiana Al-Hashd al Masehi; da Sud-Ovest, invece, si muovono la 15esima e 16esima brigata, insieme a due reggimenti dell’anti-terrorismo di Baghdad. A supporto di questo esercito, vi sarebbero inoltre 24mila poliziotti delle forze locali provenienti da Ninive.

 

 

Mosul_ISIS_battaglia

 

 

Le operazioni militari

In questa fase di avvicinamento, si procederà verosimilmente con velocità, mentre il cuore della battaglia e l’ingresso dentro Mosul richiederà probabilmente del tempo, con le stime degli esperti che parlano di almeno due mesi, dunque non si riuscirà a liberarla prima di novembre o dicembre. A dare man forte a questo “esercito della liberazione” vi sono poi le forze aeree irachene e quelle della coalizione internazionale, dunque soprattutto le forze speciali americane e francesi, che coordinano e sovrintendono alle operazioni, e che per primi hanno dato il via ai bombardamenti con l’artiglieria pesante su Mosul, preludio dell’avanzata delle truppe di terra. Contro tutti loro, circa 10mila miliziani del Califfato – cui è stato dato l’ordine di resistere sino alla morte – e una popolazione di poco meno di un milione e mezzo di civili intrappolati in città e che, si teme, verranno usati come scudi umani.

Quanto territorio ha perso lo Stato islamico

 

La difesa di Mosul

Da mesi il governo di Baghdad sta preparando quella che considera la battaglia finale contro il Califfato che il 29 giugno 2014, proprio da Mosul, annunciò al mondo la propria esistenza e umiliò l’esercito iracheno, che si ritirò in malo modo lasciando che il nord sunnita del Paese fosse travolto dalle milizie del Califfo Al Baghdadi. Oggi la situazione si è ribaltata. A Mosul i miliziani hanno costruito trincee e, in attesa dell’attacco, hanno circondato la città con tank e autocisterne riempite di petrolio, da usare come esplosivo all’arrivo del nemico o come diversivo per creare una cortina fumogena anti-aerea. Per rallentare l’avanzata delle forze governative, sono state già scavate numerose trincee, come quelle intorno ad al-Shalalat e al-Nourat, minate le periferie e costruite alte mura intorno al perimetro cittadino. Essendo il suolo di Mosul roccioso e pieno di acque sotterranee, probabilmente le trincee potrebbero presto essere allagate.

 

Mosul_mappa

Nei giorni scorsi lo Stato Islamico ha imposto il coprifuoco in città e schiacciato una rivolta interna ordita dalla “Resistenza Popolare”, guidata da uno dei comandanti dell’ISIS che ha provato a passare dall’altra parte. Scoperto il complotto, i comandanti del Califfato hanno dato ordine di uccidere per annegamento 58 persone sospettate di aver preso parte alla trama. I dissidenti sono stati arrestati dopo che uno di loro è stato catturato con un messaggio sul telefono in cui menzionava un trasferimento di armi, nascoste in almeno tre diversi punti della città, da usare in seguito contro gli uomini preposti alla difesa di Mosul. L’uomo avrebbe confessato sotto tortura, rivelando anche la posizione dov’erano nascoste le armi che la “Resistenza Popolare” avrebbe usato non appena l’esercito iracheno fosse entrato a Mosul, per dargli man forte.

 

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Il futuro incerto dell’Iraq

Ma se il destino della città sunnita è segnato, quello dell’intero Iraq è in mano a così tante e diverse forze che il rischio di replicare anche a Mosul una situazione simile a quella in cui si trova oggi Aleppo è concreta. Intorno all’antica Ninive vi sono infatti troppi interessi divergenti e qui si gioca il futuro del paese stesso, così diviso tra l’anima sciita, sunnita e curda, ragion per cui è lecito temere che la situazione non possa dipanarsi così “eroicamente” come sostiene il premier Al Abadi, e nemmeno che possa risolversi così velocemente come sperano gli americani, prima cioè che Barack Obama lasci definitivamente la Casa Bianca, cosa che avverrà ufficialmente a gennaio.

 Come ben sottolinea Maurizio Molinari su La Stampa “la sorte di Mosul è un crocevia del Medio Oriente: sono in gioco la sorte del Califfato, l’unità dell’Iraq, il sogno del Kurdistan, la creazione di sfere di influenza turca e iraniana, la credibilità della coalizione occidentale anti-Isis e una buona parte dell’eredità strategica di Obama. Senza contare il rischio, secondo stime Onu, di una marea umana di profughi. Nulla da sorprendersi se un giocatore di poker come il leader russo Vladimir Putin rimane alla finestra dalle sue basi nella confinante Siria, puntando a sfruttare qualsiasi imprevisto”.

 Perdere Mosul per il Califfato segnerà una vera sconfitta in Iraq, la seconda dopo la caduta di Falluja e Ramadi, e questo lascerà spazio all’iniziativa di nuovi protagonisti. Ma ciò non determinerà automaticamente né la ricongiunzione dell’Iraq come unica entità statuale né la fine del Califfato, che è ancora forte in Siria, dove resta intatta l’intellighenzia dello Stato Islamico e dove forse si trova ora lo stesso Califfo Abu Bakr Al Baghdadi, l’uomo che ha cambiato il corso della storia recente del Medioriente.

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