Rocco Bellantone

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Ci sono almeno 2.500 miliziani stranieri nella sola roccaforte di Sirte, tra i 4 e i 5 mila in tutta la Libia,  stando a quanto riferito in una recente intervista da Mohamed Al-Dayri ministro degli Esteri del governo di Tobruk (quello riconosciuto dalla comunità internazionale). È questo il numero di combattenti di cui lo Stato Islamico dispone oggi in Libia.

La maggior parte di questi miliziani proviene dalla Tunisia, altri arrivano da Algeria, Egitto, Ciad, Niger, Sudan e Yemen, altri ancora sarebbero stati inviati dal gruppo nigeriano Boko Haram, affiliato al Califfato. Un melting pot jihadista, consolidato da centinaia di libici di ritorno dal conflitto in Siria, che sta gradualmente confluendo nelle tre Wilayat, le Province proclamate da ISIS in Libia nelle aree di Tripoli, Barqa (regione della Cirenaica) e nel Fezzan.

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Movimenti di truppe non casuali, bensì funzionali ad alleggerire i fronti maggiormente bersagliati nelle ultime settimane dai raid di Francia, USA e Russia in Siria e a rafforzare la presenza nelle zone libiche dove ISIS si sta radicando sempre di più, sfruttando il caos generato dai combattimenti tra le varie fazioni, attirando nelle proprie fila miliziani di altri gruppi islamisti e offrendo loro in cambio condizioni d’ingaggio più vantaggiose.   

Forse gli USA non sono in grado di quantificare la portata di ISIS in Libia, ma le tre parole usate da un loro ufficiale per definire la minaccia in un commento rilasciato al Washington Post sono quantomeno appropriate: “fluid, transnational, opportunistic” ossia fluida, transnazionale e opportunistica.

Le prospettive e i limiti di ISIS in Libia

L’avanzata di ISIS in Libia finora non è stata priva di ostacoli. Il gruppo non sempre è riuscito ad attecchire nei territori conquistati. A Derna, città portuale della Cirenaica che per prima nell’aprile del 2014 si è autoproclamata affiliata al Califfato con il giuramento di fedeltà del gruppo Majlis Shura Shabab al‐Islam (Consiglio della Shura dei giovani islamici), l’ISIS è stato espulso da fazioni jihadiste rivali un anno dopo. La sua presenza è invece ormai consolidata in gran parte delle aree costiere orientali, così come in vaste zone al centro della Libia e in alcuni punti del Fezzan. L’obiettivo adesso è tentare di fare breccia a Bengasi, ginepraio islamista dove a contendersi il potere sono però molte altre milizie.

In questo momento lo Stato Islamico è Sirte, la città di circa 100mila abitanti che ha dato i natali al colonnello Gheddafi, situata 500 chilometri a est di Tripoli. Questa città rappresenta simbolicamente ciò che Raqqa costituisce per la Siria. Dopo ripetuti capovolgimenti di fronte nei combattimenti con le brigate di Misurata, a fine agosto nella città è stato proclamato un emirato.

Hassan Al Karami, l’uomo di ISIS in Libia
 
L’uomo di punta di ISIS a Sirte è Hassan Al Karami, altrimenti noto come “Sceicco Abu Muawiya”. Trent’anni, libico, Al Karami sarebbe stato in Iraq tra il 2006 e il 2007 dove avrebbe conosciuto Abu Musab al Zarqawi, all’epoca leader di AQI (Al Qaeda in Iraq), predecessore del Califfo Abu Bakr Al Baghdadi e vero ispiratore dello Stato Islamico. Vanta anche un passato in Ansar Al Sharia, come molti altri membri di ISIS in Libia e, come altri libici che si sono affiliati allo Stato Islamico, Karami ha parenti che hanno avuto ruoli di comando ai tempi di Gheddafi.

Prima di arrivare a Sirte, dove ha iniziato predicare nelle moschee durante il Ramadan nel 2014 assumendo poi il ruolo di primo piano diventando il Mufti dello Stato Islamico, ha svolto e affinato la sua formazione di predicatore a Bengasi e Derna. Di lui si hanno poche informazioni certe. Pare che il Califfato abbia deciso di affidargli questo importante compito perché ha ricevuto una buona istruzione in una Kkwala, una scuola privata islamica. In un video trasmesso nel 2013 da una tv locale libica, Karami accusa le autorità di Tripoli di aver permesso alle forze speciali USA di catturare Abu Anas al-Libi, esponente di Al Qaeda accusato di aver contribuito all’organizzazione dell’attacco all’ambasciata americana a Nairobi nel 1998.

A fine agosto di quest’anno, dopo la soppressione di una sommossa guidata dalla tribù Ferjani, Karami ha annunciato la decapitazione dei rivoltosi e ordinato alle famiglie di Sirte di consegnare le loro figlie per darle in sposa ai combattenti jihadisti. Rispetto a Derna, a Sirte ISIS ha avuto maggiore presa perché ha potuto fare leva sul risentimento di una città gheddafiana, sconfitta e marginalizzata dopo la rivoluzione del 2011. Gli uomini che hanno gestito il potere durante i decenni di dittatura hanno intravisto in ISIS una possibilità di riscatto sociale. Seppur con le dovute differenze, la situazione che lo Stato Islamico ha sfruttato in Libia è per certi aspetti simile a quella dell’Iraq del dopo Saddam Hussein.

I limiti dello Stato Islamico in Libia

Al netto della difficoltà di poter entrare in possesso d’informazioni attendibili sulla situazione a Sirte, dai racconti di chi è riuscito a scappare, emerge l’immagine di una città in cui lo Stato Islamico ha assunto le funzioni di uno Stato, imponendo l’adozione estrema della Sharia oltre che nell’ambito religioso anche in quello sociale ed economico: punizioni esemplari nei confronti dei miscredenti, tasse (la “zakat”, uno dei cinque precetti dell’Islam) per i commercianti, divieto di radersi e di fumare il narghilè nei caffè, chiusura delle banche, fine delle attività dei tribunali civili e loro sostituzione con Corti islamiche, separazione tra uomini e donne nelle classi di scuole e università ed eliminazione dai corsi di studi di materie considerate non idonee (psicologia, studi sociali, diritto).

Secondo diversi analisti, in questa fase di espansione ISIS è però destinato ad andare incontro a nuove difficoltà, principalmente per due motivi di carattere antropologico e sociale ancor prima che prettamente militare. Rispetto ai contesti di Siria e Iraq, in Libia ISIS non può sfruttare a proprio favore l’odio contro gli sciiti per fare presa sulle popolazioni locali poiché i musulmani libici sono tutti di confessione sunnita. Allo stesso tempo, in Libia è molto forte la componente tribale, che finora ha dimostrato di non essere affatto incline né ad abbracciare la causa dello Stato Islamico né a lasciarsi sottomettere senza combattere.

Inoltre, un altro aspetto fondamentale da cui dipenderà la capacità di ISIS di avanzare in Libia è il controllo delle risorse energetiche. In Libia la produzione di petrolio è crollata da 1,6 milioni di barili al giorno che venivano ricavati ai tempi di Gheddafi a 400.000 barili di oggi, ma continua comunque a rappresentare l’unica grande risorsa rimasta al Paese. ISIS punta a prendere il possesso della cosiddetta “Mezzaluna petrolifera” tra Sirte e Bengasi, dove i giacimenti e i terminal sono controllati dal leader ribelle Ibrahim Jadran che ha trovato un accordo con le autorità di Tobruk. Solo impossessandosi delle raffinerie, dunque con la guerra, lo Stato Islamico può sperare di espandersi in questa terra di nessuno.

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