Esteri

Dopo Ramadi, cade anche Palmira. Ma la strategia americana non cambia

Raid aerei e sostegno logistico alle truppe sul terreno: nonostante le pressioni repubblicane Obama non intende modificare i propri piani

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Uno scorcio del sito archeologico di Palmira – Credits: OSEPH EID AFP GETTY

Dopo giorni di combattimenti che hanno lasciato sul terreno almeno 100 soldati delle forze regolari siriane, gli uomini dello Stato islamico avrebbero conquistato, secondo l'Osservatorio siriano per i diritti umani, Palmira,  distante appena 200 chilometri dalla capitale. Con la presa della città nuova di Palmira, confermata dai miliziani islamisti su twitter, gli uomini di Al Baghdadi - che avrebbero diffuso alcuni video della decapitazione di dieci soldati siriani - controllerebbero ora in Siria circa metà del territorio e nove province e si sarebbero ora aperti la strada verso l'avanzata finale su Damasco, ancora saldamente in mano alle truppe di Assad, spalleggiate a Palmira dalle milizie della difesa nazionale e dagli uomini armati del clan tribale degli Shaitaat.

Il timore è  che gli jihadisti possano commettere nella poco distante aantica città di Palmira, nella lista del Patrimonio dell'Umanità dell'Unesco, lo stesso scempio realizzato nei siti archeologici di Hatra e Nimrud in Iraq, dove armati di asce, picconi, bulldozer e kalashnikov hanno distrutto reperti di inestimabile valore.  Per ora non è accaduto, anche perché centinaia di statue sono state già messe al sicuro nei giorni scorsi, ma ma tutto lascia presagire che possa riaccadere. Il museo e i tanti reperchi antichi che non potevano essere spostati sono ancora lì, nel mirino dei miliziani. 

La strategia americana contro lo Stato islamico in Iraq e Siria si trova comunque in un momento particolarmente delicato. La presa da parte dell'Isis di Palmira in Siria e della  città irachena di Ramadi, il più grande obiettivo militare raggiunto quest'anno dai miliziani islamisti, non sembra possa modificare nell'immediato la strategia militare americana fondata sugli attacchi aerei a guida statunitense e sulle formazione delle forze di sicurezza irachene per combattere la guerra di terra. In Siria, invece, la questione è ancora più complicata perché i militari americani, a differenza dell'Iraq, non sono presenti sul terreno e i rapporti con Assad non sono idilliaci.


Il livello di preparazione dei soldati iracheni - fuggiti in massa da Ramadi dopo l'assalto degli uomini di Al Baghdadi - è uno dei fattori di più forte preoccupazione a Washington

Il livello di preparazione dei soldati iracheni - fuggiti in massa da Ramadi dopo l'assalto degli uomini di Al Baghdadi - è uno dei fattori di più forte preoccupazione. Ma anche la presenza nelle aree sunnite delle formazioni paramilitari sciite come quelle del chierico estremista Moqtada al Sadr sono guardate con sospetto a Washington, da un lato perché vengono considerate la longa manus di Teheran in Iraq e dall'altro perché, lungi dallo spegnere l'incendio dei conflitti inter-religiosi, rischiano di rianimarli.

I repubblicani hanno adoperato in parlamento il pretesto della caduta di Ramadi per intensificare la pressione sulla Casa Bianca affinché modifichi la sua strategia militare contro l'Isis. Il senatore John McCain, già sconfitto da Obama nel 2008, ha chiesto espressamente che le truppe americane scendano direttamente sul terreno, ipotesi che per ora Obama ha sempre escluso, anche nella consapevolezza che è stato proprio il disimpegno dall'Iraq una delle bandiere della sua prima vittoriosa campagna elettorale per la conquista della Casa Bianca.

 Il senatore texano Ted Cruz, candidato presidenziale nelle elezioni del 2016, ha invece suggerito alla Casa Bianca di puntare, non già sul disastrato esercito iracheno, ma sui peshmerga curdi, la cui esperienza come guerriglieri è già risultata molto utile per la riconquista di Kobane, al confine tra Turchia e Siria.

Il più chiaro è stato il portavoce della Casa Bianca Eric Schultz a bordo dell'Air Force One. «Non si può negare che questo è davvero una battuta d'arresto ma aiuteremo gli iracheni a riconquistare Ramadi». Qualche dato: gli attacchi aerei su Ramadi sono stati, solo nelle ultime due settimane, 65, di cui otto solo nelle ultime 24 ore.

L'idea, o l'illusione, è che grazie al sostegno aereo della coalizione a guida americana le forze irachene possa riprendere a breve la città irachena. Il punto è quanto riescano a tenerla, tenendo conto anche del fatto che accanto all'esercito regolare potrebbero essere impiegati i miliziani delle fazioni sciite, malviste a Ramadi dalla grande maggioranza della popolazione sunnita. 

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