Esteri

Isis, piccoli kamikaze in eredità

Sono migliaia i piccoli (spesso orfani) che vivono nei campi dove vengono indottrinati all'odio antioccidentale

Isis kamikaze bambini

Fausto Biloslavo

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Non avrà più di dieci anni, il bambino: se ne sta accoccolato vicino alla madre. La donna è coperta dal burqa nero impolverato durante la fuga dall’ultima sacca dello Stato islamico in Siria, a Baghuz, spazzata via il 23 marzo. Quando lui si accorge dei giornalisti tira fuori con decisione un mitra giocattolo giallo e azzurro, puntandocelo contro come se fosse vero. Nel campo di raccolta dei figli dell’Isis di Al Hol, nel nord-est della Siria, è ancora peggio. I «leoncini» del Califfo minacciano apertamente i giornalisti: «Sono un cecchino e ti sparo in testa».

Non si tratta solo di scherzi fra ragazzi secondo Gilles de Kerchove, coordinatore antiterrorismo dell’Unione europea. I 45 mila bambini superstiti dello Stato islamico sono «una bomba a orologeria» ha spiegato in un convegno a Roma del 7 maggio. I figli dell’Isis spuntati con le loro madri dal crollo del Califfato sono, per de Kerchove, «la prossima generazione di attentatori suicidi».

In aprile, il campo sorvegliato dai curdi siriani di Al Hol ospitava 73 mila madri e figli del Califfato. Il 65 per cento sono minori sotto i 18 anni. In gran parte siriani e iracheni senza cittadinanza, perché i documenti dell’Isis non sono riconosciuti, ma il 15 per cento di loro, oltre 7 mila, sono stranieri. Il Consiglio dei rifugiati norvegesi sostiene che soprattutto in Iraq ci sarebbero 45 mila figli dell’Isis, un’intera generazione perduta nella violenza e nei traumi della guerra.

«Seppure bambini, rappresentano un potenziale pericolo per l’Europa e per l’Italia. Si potrebbe dire che la radicalizzazione è l’imprinting della loro vita» spiega Marco Pangos, psicoterapeuta, a Panorama. Durante il Califfato i minori portati in Siria o Iraq dai volontari della guerra santa o nati e cresciuti nello Stato islamico hanno subito l’indottrinamento estremista. A 14 anni erano già dei miliziani addestrati a farsi saltare in aria. Fra il 2015 e il 2016 almeno 89 minorenni sono diventati attentatori suicidi. I ragazzini venivano impiegati anche come esploratori, spie, cucinieri e combattenti dell’armata jihadista, addestrati in una decina di campi. L’Isis li aveva ribattezzati «gli orsacchiotti del Califfo». Un ragazzino che avrebbe dovuto andare alle medie è stato immortalato mentre tagliava la testa a un prigioniero in Siria. E annunciava che «il nostro obiettivo non è solo Damasco, ma Gerusalemme e Roma se lo vorrà Allah».

Un giovanissimo kazako minacciava «gli infedeli», rimontando un kalashnikov: «Vi sgozzeremo tutti». Un rapporto dell’Onu ha denunciato che lo Stato islamico «dà priorità ai bambini come veicolo per garantire una fedeltà a lungo termine, l’adesione totale all’ideologia» con l’obiettivo di realizzare «quadri di devoti combattenti che avranno solo la violenza come stile di vita».

Il campo di Al Hol è la vera «bomba a orologeria», dove circa 500 mogli dell’Isis sono europee, come una donna tedesca che si rifiuta di tornare a casa: «Non voglio crescere i miei figli in una società corrotta, dove permettono ogni peccato». L’intelligence curda, che controlla il campo, è preoccupata dalle «cellule» dell’Isis che stanno crescendo nelle tendopoli popolate da spose o vedove dei mujaheddin ancora fedeli al Califfo e dai loro figli estremisti. La vita forzata e il sovraffollamento alimentano tensioni e rischi di rivolta.

I ragazzini inneggiano allo Stato islamico e minacciano le guardie oppure i pochi stranieri che visitano il campo con armi giocattolo e tirando pietre. Un volontario è stato aggredito perché indossava una maglietta con una scritta in inglese considerata offensiva per l’Islam duro e puro. Jihadiste, soprattutto cecene e nord africane, attaccano, armate di coltello, le altre mogli dei mujaheddin troppo moderate bollandole come traditrici. «Noi speriamo che torni lo Stato islamico» ha dichiarato Um Aisha, un’irachena di 22 anni al Washington Post. «Avevamo la sharia, ma adesso c’è solo corruzione».

Sergio Bianchi, direttore della fondazione Agenfor international, arabista ed esperto di radicalizzazione, non ha dubbi: «Le migliaia di ragazzini trattenuti nel nord-est della Siria sono vittime che bisogna recuperare. Secondo la Ue hanno diritto alla protezione e sarebbe folle non fare rientrare i minori europei».

Alcuni sono figli di jihadiste di casa nostra come Sonia Khediri della provincia di Treviso, che nel campo sorvegliato dai curdi siriani di Ein Hissa tiene fra le braccia Jenen e Abed al Rahman. Un’altra veneta, Meriem Rehaily, condannata in Italia a 4 anni di carcere per terrorismo internazionale, alleva i due figli maschi, Farouk e Basim, nel campo di Al Hol.

«Sono bambini che devono essere protetti anche se i genitori vengono processati per i crimini commessi con l’Isis. Non sarà facile riabilitare, attraverso programmi mirati, una generazione fino a ieri pervasa da un’ideologia delirante trasmessa già durante l’infanzia. L’Unione europea si sta impegnando in tale direzione, nonostante i risultati non proprio incoraggianti, con programmi di de-radicalizzazione in chiave interculturale e interreligiosa» spiega Giuseppe Spadaro, presidente del Tribunale dei minori della regione Emilia-Romagna, che si occupa di alcuni casi di figli dell’Isis.

Una via di recupero potrebbe essere il sistema già adottato con successo per le famiglie dei mafiosi. Soprattutto nel caso della ’ndrangheta. «I maschi vengono cresciuti come soldati dell’Isis, tra lavaggio del cervello e addestramento militare» spiega Spadaro a Panorama, «mentre le femmine devono stare al proprio posto e prepararsi al ruolo di ancelle, madri e serve. Il punto di partenza è il progetto “Liberi di scegliere”, che finanzia percorsi di educazione individuali rivolti ai minori, per fornire un’alternativa a un contesto sociale di cultura mafiosa».

In Siria è disperso Ismail Davud, che oggi ha nove anni, orfano del padre morto in combattimento, Ismar Mesinovic, il quale nel 2014 lo aveva portato da Longarone in Medioriente. La madre italiana, d’origine cubana, si è rivolta alle autorità curde per cercarlo: «Vi supplico affinché possiate farmi riabbracciare mio figlio».

Un siriano che viveva fra Reggio Emilia, dov’era sposato, e la Svezia dove aveva una seconda moglie, ha di fatto rapito e portato nel 2016 i tre figli maschi, sotto gli 8 anni, in Siria nell’ultima sacca jihadista di Idlib. I bambini spedivano via cellulare alle mamme le loro foto in «mimetica», ma ammettevano di aver paura dei bombardamenti. A oggi sembrano tutti spariti nel nulla. Solo Russia, Kosovo, Kazakistan, Indonesia e Francia hanno iniziato a rimpatriare i propri figli dell’Isis. Gli ultimi 74 minori con 32 madri sono arrivati il 22 aprile a Pristina. Gran Bretagna e Australia hanno risolto il problema cancellando la cittadinanza dei genitori jihadisti catturati in Siria e Iraq. Londra finora ne ha depennati 150.

Almeno uno dei kamikaze che hanno fatto strage di cristiani in Sri Lanka, a Pasqua, era stato addestrato dall’Isis in Siria. E Lorenzo Vidino, direttore del programma sull’estremismo dell’Università George Washington si domanda: «Quale politico deciderebbe il rimpatrio di persone, minori o meno, che dopo qualche anno potrebbero farsi saltare in aria?».

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