Isis in Libia: perché l'Italia deve intervenire

Bisogna fermare il Califfato. È a un passo dal nostro Paese e tutto il Mediterraneo è in pericolo

Isis

Manifestanti kashmiri mostrano una bandiera dell'Isis – Credits: TAUSEEF MUSTAFA/AFP/Getty

Marco Ventura

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Che cosa aspettiamo a intervenire in Libia? “Siamo pronti a combattere”, dice il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni. Ma, precisa, “nel quadro della legalità dell’Onu”. E perché dell’Onu? Per avere una legittimazione di diritto internazionale. Per non apparire come l’Occidente (colonialista, nel caso dell’Italia rispetto alla Libia) che facendosi forte della supremazia economica e militare bombarda e invade. Sono preoccupazioni eccessive. Ipocrite. Quando un pilota giordano è stato bruciato vivo dai massacratori del Califfato islamico, Re Abdullah ha ordinato l’esecuzione dei terroristi dell’Is ad Amman e immediati bombardamenti delle roccheforti islamiste.

Leggi anche: Isis in Libia, il pericolo per l'Italia


È la guerra. E siamo in guerra. Le bandiere nere dei tagliagole sventolano a Sirte. Sapete cosa significa Sirte? Pochi chilometri dall’Italia, sulle coste dalle quali partono i barconi dei migranti. Tra di loro potrebbero esserci dei terroristi. Sapete cosa significa che il minaccioso emiro Al Baghdadi diffonde la sua parola attraverso radio e televisioni libiche? Significa che anche la Tunisia è a rischio. Che l’Egitto non può sentirsi al sicuro. Che il Nord Africa e tutto il Mediterraneo sono in pericolo.

Questa è la nostra area d’interesse. È il giardino, il deserto, del vicino. È un mercato per le nostre imprese (basta con l’ipocrisia di considerare l’economia avulsa da valutazioni politiche). È il nostro dirimpettaio e fornitore di energia.

Si fece qualche scrupolo Sarkozy a decidere il decollo dei caccia francesi contro Gheddafi, il dittatore che costituiva però l’unico baluardo contro il dilagare della follia macellaia di Al Qaeda nel Nord Africa? Nessuno. La Francia avvertì gli “alleati” a decollo avvenuto, in un drammatico vertice a Parigi che sarà ricordato nella storia come un tragico errore dell’Europa e dell’Occidente. Obama venne dietro con l’appoggio (seppur blando, un po’ alla Obama) della potenza americana. E noi contribuimmo, grazie a una infausta decisione di prestare le nostre basi come piattaforma di lancio dell’attacco a Gheddafi, anche per l’insistenza del presidente Napolitano che era, formalmente, il capo delle Forze Armate.

In questi mesi le Nazioni Unite, che hanno un loro inviato speciale per la Libia che in Libia non ci mette piede, non hanno combinato assolutamente nulla. L’unico incontro tra le parti in campo (con l’esclusione, purtroppo, degli islamisti di Tripoli) è stato voluto e reso possibile dall’Italia, che ha coraggiosamente mantenuto la sua Ambasciata aperta. Il Palazzo di Vetro è stato assente, inconcludente, colpevole come ormai quasi sempre, in tutte le crisi che avvelenano questo secolo.
In Libia bisogna intervenire. Bisogna fermare il Califfato. Bisogna non aver paura di combattere. Bisogna contrastare l’avanzata dei jihadisti. E non possiamo far dipendere le nostre decisioni dagli equilibrismi e dalle giostre dell’Onu, questa elefantiaca organizzazione (in)capace di tutto.  

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