Anna Germoni

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Gli attacchi a Parigi in gennaio e novembre 2014, poi Bruxelles, il 22 marzo. L'Europa era preparata? Di certo non Francia e Belgio. Eppure il Dipartimento della sicurezza interna degli Usa, dopo la prima strage di Parigi, aveva diramato un allarme a tutti i servizi europei. Matthew Levitt, direttore del Washington institute's Stein program on counterterrorism and intelligence, è uno dei maggiori esperti internazionali di terrorismo e analisi d'intelligence.

"Ero in Belgio pochi giorni prima degli attacchi che hanno ucciso 34 persone" dichiara a Panorama. "Ero lì per incontrare i funzionari antiterrorismo e la polizia belga. L'ufficio del sindaco di Molenbeek si affaccia su una piazza tipicamente europea. Dall'altra parte si trova la casa di famiglia di Salah Abdeslam, il terrorista ricercato per le bombe a Parigi, catturato dopo quattro mesi di ricerche. Niente separa quei due edifici, ma sono un mondo a parte. Il fatto che ci sia un rifugio sicuro per l'Isis nel cuore della capitale dell'Unione europea deve far riflettere".

Vuole dire che il problema dell'Isis in Europa è il quartiere di Molenbeek?
Molenbeek è come un altro mondo, un'altra cultura, una ferita purulenta nel cuore dell'Occidente, dell'Europa e della Nato. Solo otto su 114 imam a Bruxelles parlano una delle lingue locali. La comunità musulmana è di circa 100 mila persone: è la seconda più povera del Belgio, con un elevatissimo tasso di disoccupazione e di criminalità e con un giro d'affari illegali che rende Molenbeek una comunità altamente transitoria. Non sorprende quindi che questo quartiere sia terreno di reclutamento ideale per lo Stato islamico. Inoltre il Belgio ha il più alto numero pro capite di combattenti jihadisti, che hanno viaggiato per unirsi all'Isis in Siria e Iraq e, più recentemente, in Libia. Secondo il ministro dell'Interno belga, Jan Jambon, Molenbeek è uno dei "pochi focolai di reclutamento dello Stato islamico in tutto il mondo".

Dopo gli allarmi lanciati da Europol, Usa, Turchia, Mosca, Israele, è evidente che qualcosa non ha funzionato a livello d'intelligence tra Belgio e Francia.
Ci sono molte carenze: sia le capacità antiterrorismo degli Stati europei così come i loro sforzi per integrare le comunità di immigrati. Per le prime, mi riferisco all'incapacità dei servizi di sicurezza di trovare Salah Abdeslam. Ci hanno impiegato quattro mesi. Più in generale, l'ultimo rapporto del coordinatore antiterrorismo dell'Ue, Gilles de Kerchove, ha rivelato che non tutti gli Stati hanno stabilito collegamenti elettronici a Interpol ai valichi di frontiera. Quella relazione, insolitamente schietta, non ha trovato supporto nella condivisione delle informazioni.

Può fare qualche esempio concreto?
Certo. Le banche dati europee hanno registrato solo 2.786 combattenti terroristici, nonostante Europol indichi che "circa 5 mila cittadini dell'Ue hanno viaggiato più volte in Siria e in Iraq per unirsi all'Isis e ad altri gruppi estremisti". Inoltre, oltre il 90 per cento delle segnalazioni su combattenti sono pervenute solo da cinque Stati. Per non parlare del fallimento dell'integrazione sociale.

Ovvero?
In particolare in Belgio, la governance è complicata dal sistema federale, diviso tra livelli locali, regionali e comunali ma anche dalla geografia, dalla lingua e cultura. Ma in tutta Europa è così. Il problema dell'integrazione delle comunità di immigrati è stato a lungo ignorato. Il risultato è l'emarginazione, l'isolamento in quartieri ghetto, la povertà, la mancanza di lavoro. Tutti elementi fertili per l'Isis.

E quindi che cosa si dovrebbe fare?
Occorre più personale nelle varie agenzie di intelligence e soprattutto la rimozione e l'abbattimento dei muri tra i vari servizi. Europa unita vuol dire anche questo. Salah Abdeslam, come suo fratello e altri del commando, sono giovani europei. Questi aspiranti kamikaze, sebbene vivano in maniera occidentale, sono molto più radicalizzati all'idea dell'Isis di quanto faccia l'Islam. "Il salafismo ( ideologia radicale islamista, ndr) è la loro vita", era il ritornello che ho sentito dai funzionari di intelligence che ho incontrato a Bruxelles. Certo non tutti i salafiti sono terroristi, ma questi ragazzi sono stati presi di mira per il reclutamento dai salafiti in questi quartieri estremisti.

Queste bombe nel cuore dell'Europa possono esser causate dagli attacchi dell'Occidente in Siria e in Iraq?
Le bombe di Bruxelles hanno reso chiaro che lo Stato islamico è determinato a pianificare attacchi diretti in Occidente. Questa minaccia non è più limitata alla radicalizzazione dei 5 mila cittadini europei che hanno lasciato le loro case per combattere in Siria, in Iraq e in Libia. Include anche i cosiddetti "lupi solitari". I piccoli criminali di oggi sono potenziali kamikaze di domani.

Vuol dire che la politica terroristica dell'Isis è cambiata?
Sì, non porteranno i loro attacchi in zone di guerra lontane, ma nel cuore dei Paesi in cui sono cresciuti. La valutazione dell'intelligence Usa dopo gli attacchi di Parigi è chiara. In un'informativa, spedita anche in Europa, si specifica che è sempre più crescente l'allarme per attentati in luoghi di massa e serve "il coinvolgimento di un gran numero di operatori d'intelligence nei vari Paesi che comunichino tra loro, per poter tracciare quello che noi esperti chiamiamo "Isis-linked", cioè collegato all'Isis. È una lista di militanti e combattenti connessi tra loro, che sono stati arrestati e attenzionati al fine di anticipare e neutralizzare le loro attività pre-operative.

Il Pentagono ha inviato al Congresso una sua relazione sulla corretta strategia anti-Isis. Può anticiparci qualcosa?
No, è ancora all'attenzione del Congresso. Posso dire che c'è sempre la minaccia di un atto terroristico commesso da un singolo. Ci saranno altri tentativi in Europa. Noi, con l'esperienza dell'11 settembre abbiamo preso contromisure. L'Unione europea è un'unione economica, ma non ha preso mai preso sul serio contromisure di sicurezza: serve coesione contro il terrorismo!

Cosa fanno gli Stati Uniti contro il finanziamento dell'Isis?
Colpiamo pozzi di petrolio, riserve e navi cisterna. Questo li priva di una quantità enorme di denaro. Ancora più efficace per colpire è il recupero dei territori. Stanno perdendo la loro capacità di forza sulla popolazione e di godere delle risorse, non solo petrolio, ma anche acqua e grano, per non parlare del traffico di arte e di monumenti rubati. Siamo lavorando per garantire che l'Isis non abbia accessi al sistema bancario. La mancanza di denaro comincia a farsi sentire e il gruppo terroristico non può più pagare i suoi soldati. Per questo si è spostato in Europa.

L'Isis non può essere sconfitto con azioni da terra?
Siamo in grado di inviare tutte le forze militari in tutto il mondo per sconfiggerlo. Ma non risolverà nulla. Potremmo eliminare l'Isis, ma non le idee che veicola. Cosa succede poi? Noi non vogliamo andare lì, spargere sangue e lasciare, come in Iraq, un Paese rimasto solo. Non vediamo gruppi in Siria decisi a lavorare insieme per ricostruire il Paese. Al Qaeda e Isis nascono per la mancanza di un governo locale forte. Questo è il motivo per cui è così importante creare zone di sicurezza. Inoltre con un'azione invasiva da terra, a soluzione immediata, provocherebbe un disastro umanitario con milioni di innocenti che sarebbero costretti alla fuga e a emigrare verso l'Europa. Serve un governo stabile in quei territori.

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