Isis: ci vuole un'invasione di terra?

Per sconfiggere il Califfato, alla coalizione anti Isis mancano uomini sul terreno. E quelli disponibili valgono pochissimo

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Il presidente Usa Obama saluta i marines della base di Tampa, in Florida – Credits: Joe Raedle/Getty Images

Gian Andrea Gaiani

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L ’avvio dei raid aerei della coalizione a guida Usa contro lo Stato islamico e i qaedisti del Fronte al Nusra in Siria non offre per ora risposte all’incertezza strategica che domina questa campagna militare. Ai bombardamenti partecipano anche jet di Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi, Qatar e Giordania (paesi che fino a pochi mesi fa aiutavano gli estremisti islamici nella lotta contro Bashar al-Assad), ma le incursioni dal cielo non basteranno a riconquistare Raqqa, capitale del Califfato di Abu Bakr al Baghdadi. I circa 200 raid americani effettuati dall’8 agosto in Iraq hanno fermato i jihadisti intorno a Mosul, ma non nella provincia di al Anbar. A Washington militari e analisti premono sulla Casa Bianca affinché ai jet siano affiancate truppe per sbaragliare lo Stato islamico.


Obama, però, come i suoi alleati europei e arabi,  non vuole sentir parlare di «boots on the ground» (scarponi sul terreno), nonostante le fanterie disponibili in Iraq e Siria siano inadeguate. L’esercito di Baghdad è allo sfascio e nel settore di Fallujah continua a subire sconfitte umilianti, come quella di Camp Saqlawiya, dove i jihadisti hanno catturato e ucciso con esecuzioni sommarie centinaia di soldati. Ci vorrà almeno un anno per rendere l’esercito iracheno in grado di condurre un’offensiva, mentre le milizie sciite che lo affiancano valgono poco sul piano tattico e non hanno armi pesanti.  


I peshmerga curdi sono valorosi ma pochi, hanno scarsità di artiglieria e carri armati e, oltre a coprire il fronte tra Erbil, Mosul e Kirkuk, vorrebbero dare una mano ai curdi di Siria che subiscono l’offensiva del Califfato. L’esercito di al-Assad, appoggiato da pasdaran iraniani e hezbollah libanesi, costituisce la migliore macchina bellica disponibile, ma è fuori dalla coalizione. Washington preferisce puntare sui «ribelli moderati» siriani, la cui entità militare è però irrilevante. Il Pentagono addestrerà in un anno 5 mila miliziani con il supporto dei sauditi (finora sponsor dei gruppi wahabiti più estremisti). Tuttavia, anche ammesso che combattano il Califfato, sarebbero comunque troppo pochi. Per liberare Raqqa mancano quindi le fanterie, a meno che non si ricorra a brigate di contractor. I costi non rappresenterebbero certo un ostacolo. Ma, Abu Ghraib insegna, comporterebbero non trascurabili ripercussioni.                      

 
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