Iraq: pulizia etnica alle porte di Falluja

I miliziani sciiti sono accusati di aver torturato centinaia di sunniti della città di Saqlawiya, liberata dallo Stato islamico

 

Per Lookout news


Nella battaglia in corso in Iraq per la riconquista di Falluja, roccaforte jihadista in mano allo Stato Islamico dall’inizio del 2014, tornano a registrarsi violenze settarie. È accaduto nella città di Saqlawiya, situata circa 7 km a nord-ovest di Falluja, dove nello scorso fine settimana nella base militare di al-Mazraa sarebbe andata in scena l’ennesima resa dei conti tra sciiti e sunniti.

 A denunciare il fatto alla BBC è stato un membro del consiglio provinciale di Anbar, lo sceicco Raja al-Issawi. Secondo il suo racconto, almeno 600 abitanti sunniti di Saqlawiya, durante i rastrellamenti casa per casa scattati dopo la liberazione della città da ISIS, sarebbero stati prelevati dalle loro case e trasferiti nella base militare dai miliziani sciiti della Popular Mobilization Force (PMF), forza paramilitare conosciuta anche con il nome di Al Hashd Al Shabbi che in queste settimane ha partecipato in prima linea ai combattimenti contro lo Stato Islamico nell’area di Falluja. Qui, nel corso di estenuanti interrogatori i sunniti sarebbero stati torturati per ore con l’accusa di essere dei membri di ISIS. Quattro sarebbero deceduti a causa dei pestaggi e molti altri sarebbero finiti in ospedale in condizioni gravissime.

Una catastrofe umanitaria a Falluja


 Chi è stato liberato dopo la notte della mattanza tra domenica 5 e lunedì 6 giugno, è riuscito a filmare delle immagini che mostrano i segni delle lesioni subite alla testa e in altre parti superiori del corpo. I video e le denunce sono arrivati al parlamento di Baghdad. Raja al-Issawi e altri membri del consiglio provinciale di Anbar hanno chiesto al primo ministro Haider al-Abadi di avviare un’inchiesta per punire chi ha commesso le violenze nella base di al-Mazraa. Mentre il portavoce del blocco dei parlamentari sunniti, Salim al-Juburi, ha parlato del coinvolgimento nell’episodio non solo di miliziani sciiti ma anche di membri della polizia irachena.

 Questo non è però l’unico orrore a cui sta assistendo in questi giorni Saqlawiya. Il sindaco della città il 6 giugno ha confermato che le forze di sicurezza irachene hanno scoperto nei giorni scorsi una enorme fosse comune in cui i miliziani dello Stato Islamico avrebbero ammassato almeno 400 cadaveri: si tratterebbe per la maggior parte di combattenti delle locali tribù sunnite unitesi al governo di Baghdad per fermare ISIS, ma anche di agenti della sicurezza e personale civile delle istituzioni di Saqlawiya.

 

Le violenze settarie in Iraq
È dal 2014 che le milizie sciite irachene, sostenute con soldi, uomini e armi dall’Iran, vengono sistematicamente accusate di commettere abusi e torture contro le popolazioni sunnite, accusate a loro volta di aver appoggiato l’avanzata dello Stato Islamico in Iraq dalla presa di Mosul nel giugno del 2014 e di non aver ostacolato il loro ingresso nelle città conquistate.

A gettare benzina sul fuoco dell’odio settario è stato a più riprese anche l’influente leader sciita iracheno Moqtada Sadr, fondatore dell’Esercito del Mahdi, l’armata protagonista dell’insurgency irachena contro le truppe di occupazione americane nel 2003 tra Najaf, Kerbala, Bassora e Sadr City. Centinaia di suoi sostenitori nei mesi scorsi hanno invaso la sede del parlamento di Baghdad e la Zona Verde della capitale per protestare contro il governo di Al Abadi.

 Pochi giorni fa il premier, su pressione della comunità internazionale, ha ordinato alle milizie sciite di deporre temporaneamente le armi e di lasciare che siano l’esercito regolare e i corpi speciali della polizia, con l’appoggio aereo degli USA, a lanciare l’attacco finale al centro di Falluja. La città, così come buona parte dell’intera provincia di Anbar, è a netta maggioranza sunnita. E il timore, fondato come dimostrano i fatti di Saqlawiya, è che una volta espugnata la resistenza di ISIS possano consumarsi altre rappresaglie settarie.

 Ma il centro di Falluja è ancora nelle mani dello Stato Islamico. Al suo interno vi sono intrappolati almeno 50mila civili destinati presto a essere usati come scudi umani. Per loro sarebbe una terribile fine, come lo è stata per quelle decine di persone che nel disperato tentativo di fuggire dalla città attraversando il fiume Eufrate sono state uccise dai cecchini del Califfato.

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