Sulla crisi in Iraq il duello Obama-Hillary

La Clinton avrebbe armato i ribelli siriani, il presidente ha detto no, forte anche degli insegnamenti della storia

Obama

Barack Obama ed Hillary Clinton alla Casa Bianca – Credits: EPA/T.J. Kirkpatrick / POOL

Mattia Ferraresi

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Ieri sera il Pentagono ha detto che i bombardamenti americani e l'azione militare dei curdi ha spezzato di fatto l'assedio che i guerriglieri dello Stato islamico hanno imposto alla comunità degli Yazidi, asserragliati sulla montagna di Sinjar, nel nord dell'Iraq. 

Gli agenti delle forze speciali americane e britanniche inviati sul luogo per valutare l'opportunità di un blitz per liberare le migliaia di persone bloccate hanno trovato meno Yazidi di quanti pensassero, segno che i corridoi notturni dei peshmerga per portare via da Sinjar i "prigionieri" hanno funzionato meglio del previsto. 

Il segretario Chuck Hagel ha spiegato in serata che queste informazioni rendono "meno probabile" l'operazione delle forze speciali di cui si è rumoreggiato parecchio in questi giorni dalle parti della Casa Bianca. Barack Obama può considerarlo un primo successo della sua azione militare in Iraq, strettamente limitata alla difesa degli interessi e del personale americano nel Kurdistan e alla protezione della minoranza yazida. Rimane 

il problema della visione strategica del presidente per opporsi 

all'espansione del Califfato di Abu Bakr al Baghdadi. 

Nel fine settimana Hillary Clinton ha ingaggiato una polemica postuma con Obama sulla soluzione che lei aveva invano sostenuto quand'era segretario di stato: armare i ribelli siriani, favorendo così la nascita di un'opposizione moderata al regime di Bashar el Assad, evitando la creazione di pericolosi vuoti di potere che immancabilmente vengono riempiti dai peggiori attori in circolazione. In questo caso lo Stato islamico. 

Per Obama l'idea che la soluzione dei problemi di Siria e Iraq passasse per le armi pesanti consegnate a infidi ribelli assai poco addestrati è sempre stata una "fantasia", addirittura "horseshit", una stronzata, come l'ha chiamata in un incontro a porte chiuse. 

Il divario fra Hillary e Obama mostra un approccio radicalmente diverso alla politica estera e circa il ruolo dell'America nel mondo: l'ex segretario è muscolare e guidata da una bussola ideale, il presidente un realista che fa oculati calcoli fra costi e benefici e valuta le situazioni caso per caso. 

La comunità degli esperti di politica estera si è divisa fra sostenitori dell'ipotesi con controprove puramente ipotetiche di Hillary e l'inazione di Obama che ha aperto le porte allo Stato islamico. 

Nessuno può sapere come sarebbe cambiata la situazione sul campo se la Casa Bianca avesse deciso di armare e addestrare seriamente i ribelli siriani. Quello che si può provare a indovinare appoggiandosi sulla storia e sulla scienza bellica è se in frangenti politici e militari analoghi la decisione di una potenza di aiutare un gruppo ribelle per scardinare un regime non ha prodotto buoni risultati. "La letteratura in materia non è affatto incoraggiante", ha scritto Marc Lynch, professore di scienze politiche alla George Washington University: "In generale il sostegno a gruppi ribelli rende le guerre più lunghe, più sanguinose e più complicate da risolvere". 

I ricercatori Aysegul Aydin e Patrick Regan in uno studio sostengono che "l'appoggio esterno a un gruppo ribelle funziona quando i due soggetti condividono la stessa prospettiva e collaborano per dirigere gli sforzi vero un obiettivo comune", 

circostanza che difficilmente si può applicare al composito e fumoso fronte dei ribelli siriani. Soprattutto, si trattava di distinguere i ribelli "moderati" dai miliziani che avrebbero potuto, per interesse o ideologia, unirsi alle forze più estremista una volta entrati in possesso degli equipaggiamenti americani. 

Per Lynch "l'idea che la moderazione di questi gruppi potesse essere testata con tale sicurezza da affidare poi loro armamenti avanzati non aveva alcun senso considerata la realtà del conflitto in Siria". 

Le ricerche di Fotini Christia sull'Afghanistan e la Bosnia e quelle di Jonah Shulhofer-Wohl sulla Siria suggeriscono che i gruppi che non hanno una struttura istituzionale quasi sempre mostrano una tendenza a cambiare alleanza. Le coalizioni che si coagulano sul campo, avendo come unico collante il nemico comune, non offrono garanzie sufficienti a una potenza che deve 

fare pianificazioni strategiche. La controprova che la posizione di Hillary non fosse più valida di quella di Obama non esiste, ma di fronte al fallimento della strategia perseguita è molto facile convincersi che l'opzione scartata fosse certamente la migliore. Storia e strategia militare suggeriscono di non correre così in fretta alle conclusioni.

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