Marta Bellingreri

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Tra le macerie della città vecchia di Mosul, sulla riva occidentale del fiume Tigri che l'attraversa, si scorge per terra un dizionario inglese-arabo aperto alla lettera C, sulla voce "Change". Poco più avanti, un Corano poggiato su una mattonella, forse per un'ultima preghiera nei momenti finali della vita di moltissimi iracheni. Tutto intorno, case distrutte e, sotto le macerie, ancora tanti cadaveri.

La voglia di ricominciare degli abitanti di Mosul

Nonostante l'impegno della Protezione Civile e dei giovani volontari, che per mesi hanno cercato di ripulire la città dai corpi, i morti sono troppi, e il lavoro della municipalità è incostante. Così molti cadaveri restano tuttora per strada: corpi non solo di miliziani, riconoscibili dall'abbigliamento, ma anche di cittadini in fuga dalla battaglia. E corpicini di bambini, schiacciati dal frantumarsi delle case sotto i bombardamenti.

La città, liberata nel luglio dell'anno scorso, fatica a riprendersi. Questa distruzione e desolazione non arrestano però la voglia di vita e di ricominciare degli abitanti di Mosul, sebbene ancora traumatizzati. "Quella era la chiesa del quartiere" racconta Mohannad, indicando l'antica chiesetta di Mar Sha'ia della cittadella. "Sono musulmano, ma sono andato per cinque anni a scuola dalle suore, mi hanno visto crescere. Quando l'Isis ha occupato la città, le suore sono scappate e con loro se ne è andata metà della mia vita. I ricordi della mia infanzia e della mia adolescenza, torneranno mai?".

Mohannad ha le lacrime agli occhi, la moglie Marwa cerca di consolarlo e insieme si avviano a vedere la loro casa, abbandonata più di un anno fa per cercare riparo nella parte est della città, liberata dall'esercito iracheno nel gennaio 2017, molti mesi prima della fine della battaglia di luglio. "Per fortuna non è stata rasa al suolo, la nostra casetta. Con qualche lavoro di ristrutturazione potremmo tornare a viverci. Ma non abbiamo i soldi e il governo non sta pensando a ricostruire né le infrastrutture di base né le abitazioni private".

Mosul ovest ancora città-fantasma

Vicino alla loro casa, in una via parallela, Marwa e Mohannad avevano un negozietto di alimentari: oggi l'insegna è a mala pena riconoscibile. Alcuni abitanti della cittadella hanno però deciso di riaprire qualche attività per vendere un po' d'acqua e di cibo a chi, in questi giorni, torna come loro a vedere le condizioni delle proprie abitazioni.
Agli incroci più grandi delle strade soldati dell'esercito iracheno, seduti su sedie simili a quelle dei banchi di scuola, presidiano il quartiere, chiedendo di tanto in tanto documenti ai passanti e permessi ai giornalisti stranieri. Un uomo di nome Ahmed, in bicicletta con il figlio dietro, ha ancora i proiettili in corpo, sparati dai combattenti dell'Isis mentre fuggiva con la famiglia. Si ferma di fronte al soldato per salutarlo, dicendo che tornerà il giorno dopo, e scoppia a piangere raccontandogli della sua casa.

Chi in bici, chi in macchina, chi in taxi, chi a piedi, gli abitanti di Mosul, perlopiù migrati nella parte est della città o nei campi degli sfollati vicino alla regione autonoma del Kurdistan, vogliono affermare il loro desiderio di ritorno.

Pur non avendo appoggiato l'Isis, Marwa e Mohannad hanno deciso di restare durante i tre anni di occupazione, proprio per non lasciare casa e negozio di proprietà. "Abbiamo dovuto cambiare abbigliamento e abitudini, ma non hanno toccato mai nessuno della nostra famiglia. La maggior parte dei cittadini della città vecchia sono rimasti, sebbene soffocati da rigidità e violenza" conclude Mohannad.

A pochi isolati, della grande Moschea al-Nuri resta solo parte della porta d'ingresso e della cupola; anche del famoso minareto pendente, da qualcuno soprannominato la "Torre di Pisa irachena", simbolo della città, rimane la base. Sempre nella città vecchia, la grande chiesa dei Frati Domenicani, Nostra Signora dell'Ora, sede anche di un convento e di una grande biblioteca, è parzialmente distrutta: per tre anni il suo piano sotterraneo e la cripta sono stati utilizzati come campo di addestramento militare; vi dormivano militanti da tutto il Medio Oriente, anzi, da tutto il mondo.

Infine, grande orgoglio dei cittadini studiosi di archeologia e storia dell'arte, ecco il vecchio quartiere ebraico di Mosul, già in declino negli ultimi sessant'anni, dopo la partenza di numerosi ebrei da Mosul verso Baghdad o verso Israele. Nelle case semi-distrutte e abbandonate si riconoscono chiaramente i caratteri della lingua ebraica, incisi sui muri e anche sulla struttura della Sinagoga. "Questa antica Sinagoga è stata oggetto della mia tesi di laurea" dice Laila Salih, laureata all'Università di Baghdad in archeologia. "Dobbiamo fare di tutto per preservarla". Insieme al collega geologo Faisal Jaber, fin dai primi mesi della liberazione stanno cercando di monitorare i monumenti e le aree archeologiche di Mosul e dintorni. "Fino a quando chiese e moschee, sinagoga e case storiche non saranno ristrutturate, Mosul non potrà tornare a vivere. La storia di Mosul e della tolleranza, delle multi-confessionalità e dell'apertura dei suoi abitanti è scritta su queste mura, e non sul sangue che si è versato sulle rive del Tigri" afferma Jaber, che per anni ha vissuto all'estero e ora è tornato per prendersi cura della sua città decimata.

La vita tornata a Mosul est 

Se la cittadella storica e la parte ovest di Mosul sono ancora città-fantasma, tutt'altra musica suona a Mosul est, dove tutti i negozi sono aperti, le strade rumorosamente trafficate e l'Università ha riaperto le porte già lo scorso settembre, nonostante il numero di aule e allievi siano dimezzati e le lezioni spesso si svolgano in altre sedi.

Il dipartimento della Facoltà d'Arte, su iniziativa del professore Khleif Mahmood, ha avviato una mostra nel Caffè culturale alQantara sul tema della fuga e degli sfollati della città, celebrandone il ritorno. Nel frattempo, però, in molti quartieri periferici si nascondono diversi membri dell'Isis, e spesso i blitz dell'esercito portano all'arresto di leader importanti.

Mogli, figli o parenti dei militanti morti o fuggiti in battaglia vengono discriminati per l'appartenenza all'Isis dei loro familiari. "Molti dei cittadini di Mosul soffrono oggi di sociopatia o agorafobia, ovvero non vogliono uscire di casa, rispondere al telefono, fidarsi dei vicini, per i traumi che hanno vissuto durante l'occupazione dell'Isis e durante la battaglia" racconta Abeer Abdelsittar, psicologa di Mosul. Da nove mesi lavora nel centro di salute Noura Mosul est, centro che si occupa soprattutto di violenza di genere, sostenuto dall'ong italiana Un Ponte Per...."Molte donne, oltre a restare spesso chiuse in casa, hanno subito violenze domestiche" conclude Abeer.

Ci vorranno anni prima che la città possa davvero rinascere, soprattutto a causa della corruzione che dilaga nella politica irachena. Ma a Mosul, crocevia commerciale e culturale per secoli, gli abitanti vogliono cacciar via i fantasmi. La parola d'ordine è ricominciare.


(Articolo pubblicato sul n° 32 di Panorama, in edicola dal 26 luglio 2018 con titolo "Questa è una città dove la gente vive")


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