Iraq: l'Isis resiste a Falluja

Nonostante le perdite i miliziani del Califfato controllano il centro della città. Teheran piazza un suo uomo ai vertici dell’intelligence irachena

Rocco Bellantone

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Per Lookout news

La battaglia in corso in Iraq per la liberazione di Falluja dallo Stato Islamico si sta rivalendo molto più complicata rispetto a quanto aveva provato a far credere il governo di Baghdad. I miliziani jihadisti, assediati da tre settimane nella roccaforte situata nella provincia occidentale di Anbar, continuano a perdere terreno. Ma prima di abbandonare il centro della città si lasceranno alle spalle ancora violenze, omicidi ed esecuzioni.

Iraq: pulizia etnica alle porte di Falluja

L’11 giugno l’esercito iracheno, che avanza verso Falluja sostenuto dalle milizie sciite della Forza di Mobilitazione Popolare (Al Hashd Al Shabbi) e dalla copertura aerea dei caccia americani, ha messo in sicurezza un corridoio a sud-ovest della città nei pressi di al-Salam. Negli ultimi giorni, stando a quanto dichiarato nel suo ultimo briefing dal vice rappresentante delle Nazioni Unite in Iraq Lise Grande, da qui sono passate più di 7.000 persone in fuga dalla città.

Attualmente sarebbero pertanto circa 40mila i civili ancora intrappolati a Falluja. Nelle ultime ore il flusso si sarebbe però interrotto in quanto, secondo il Consiglio Norvegese per i Rifugiati (Norwegian Refugee Council, NRC) che gestisce diversi campi profughi in quest’area dell’Iraq, altre migliaia di civili sono rimasti bloccati nei quartieri settentrionali e non tutti avrebbero le disponibilità economiche per “comprarsi la libertà” al prezzo di 100 dollari a persona, la cifra fissata dallo Stato Islamico per lasciare Falluja.

 Sul numero di miliziani effettivi all’interno della città, l’ultima stima fornita da Abdelwahab al-Saadi, comandante generale delle operazioni irachene, oscilla tra le 1.000 e le 2.500 unità. Altri 500 sarebbero invece stati arrestati mentre, muniti di documenti falsi, tentavano di uscire da Falluja mischiandosi tra i civili in fuga.

Il punto sui combattimenti
Come detto, nonostante i pesanti colpi subiti lo Stato Islamico sta comunque infliggendo delle perdite alle forze irachene e alle milizie sciite con attacchi kamikaze con autobomba e ordigni disseminati soprattutto nell’area a sud di Falluja. Inoltre, per impedire bombardamenti aerei ISIS ha utilizzato in diverse occasioni dei civili come scudi umani.

Molti analisti concordano nel sostenere che nella battaglia di Falluja i soldati del Califfato siano molto più svantaggiati rispetto agli scontri che nei mesi scorsi li hanno visti resistere a lungo a Ramadi e Tikrit. Falluja è infatti quasi completamente tagliata fuori dagli altri territori controllati dal Califfato in Iraq, il che priva i miliziani jihadisti non solo di vie di fuga per battere ritirata (chi ci ha provato, lo ha fatto di notte a piedi andando incontro alla morte) ma anche dell’arrivo di rifornimenti (armi e viveri) dall’esterno.

 Oltre che a Falluja, in questi giorni si è ripreso a combattere anche nel nord dell’Iraq, dove ufficialmente per la prima volta elicotteri americani Apache hanno colpito postazioni dello Stato Islamico nei pressi di Qayyarah, a sud di Mosul. Se gli iracheni riusciranno ad avanzare ancora su questo fronte, potranno prendere il controllo di una base aerea situata circa 60 chilometri a nord di Mosul e da qui far scattare l’offensiva decisiva per riprendere il controllo della capitale irachena dello Stato Islamico. Insistendo sempre su questo fronte, gli iracheni potrebbero anche riuscire a isolare i distretti di Hawija e Shirqat dal resto dei territori controllati da ISIS a ovest. Le forze irachene hanno inoltre dichiarato di aver ripreso il controllo del villaggio collinare di Nasr, situato lungo la sponda orientale del fiume Tigri, circa 275 chilometri a nord di Baghdad, e adesso stanno avanzando verso Haj Ali.

Le rappresaglie delle milizie sciite
Nell’altra guerra in corso in Iraq, quella tra le milizie sciite e le tribù sunnite, continua intanto a scorrere sangue. Il 13 giugno è circolata la notizia dell’uccisione a Saqlawiya di circa cinquanta persone appartenenti a un clan sunnita da parte di miliziani sciiti della Forza di Mobilitazione Popolare. Mentre non si hanno più notizie di altri 640 sunniti, prelevati la scorsa settimane dalle loro abitazioni sempre a Saqlawiya.

Nelle condizioni attuali il governo iracheno non sembra essere in grado di fermare questi scontri settari. Il premier Haider Al Abadi ha provato a correre ai ripari inviando nei giorni scorsi suoi rappresentanti al Cairo, in Kuwait, ad Amman, Riad e Muscat per prendere le distanze da quanto sta accadendo e promettere che nuove rappresaglie degli sciiti contro le popolazioni sunnite verranno impedite. Ma lo strappo con le potenze sunnite della regione difficilmente sarà ricucito nell’immediato e ottenere in futuro finanziamenti da questi Paesi per la ricostruzione delle città delle province a maggioranza sunnita, una volta che verranno liberate da ISIS, sarà complicato.

 

Gli obiettivi di Teheran
La strategia militare di Baghdad, d’altronde, ormai è pilotata direttamente da Teheran. A conferma di ciò c’è stata la nomina, a inizio giugno, di Moustafa al-Kazemi a nuovo capo del servizio segreto iracheno INIS (Iraqi National Intelligence Service). Membro di Al-Dawa, il partito sciita che governa il Paese dal 2003, Kazemi ha vissuto in esilio in Iran dal 1980 fino alla caduta di Saddam Hussein, operando in quegli anni nell’ombra per tessere una fitta rete di spie al soldo dell’Iran all’interno dell’esercito iracheno. Dopo essere rientrato in Iraq ha stretto rapporti con il leader curdo Masoud Barzani e con suo figlio Masrour, capo dei servizi segreti dei Peshmerga. Nel marzo del 2015 è stato poi nominato vice direttore dell’INIS con il compito di gestire i contatti con i libanesi sciiti di Hezbollah, sostituendo infine Zouhair Gharbaoui alla guida dell’agenzia.

La scelta di al-Kazemi è stata indicata in persona da Qassem Suleimani, il capo di Al Quds, il ramo militare della Guardia Rivoluzionaria Iraniana (Pasdaran). Il premier Al Abadi si affida a lui per avere un controllo maggiore sulla Forza di Mobilitazione Popolare ed evitare altre mattanze di sunniti che non potrebbero essere accettate ulteriormente dall’Arabia Saudita. Ma alla fine il rischio, sempre più concreto, è che Al Abadi possa essere scavalcato dall’Iran. Sfruttando lo scontro con ISIS, Teheran punta infatti non a contenere bensì a potenziare le milizie sciite irachene, per farne a tutti gli effetti un corpo parallelo alla sua Guardia Rivoluzionaria.

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